parigi, lunedì

19 maggio 2011

Scendiamo dal treno poco dopo le otto del mattino alla stazione di Bercy e andiamo a far colazione in un bar della formicolante hall insieme ad Adamo, fotografo e designer veneziano trapiantato da quasi vent’anni a Parigi e tornato per un paio di settimane di vacanza nella città natale. Abbiamo passato insieme la notte conversando amabilmente e con bella franchezza, sonnecchiando, in seguito, sopra la miseria di lenzuola e coperte d’ordinanza, chiusi con la sicura nello scompartimento a cuccette perché il treno, e Adamo ne ha fatto le spese, sembra fra i più visitati dai ladri. Al risveglio ci siamo scambiati i numeri di telefono per incontrarci, lavoro di Adamo permettendo, a bere qualche buon bicchiere in uno degli svariati bistrot che ci ha segnalato.

Lui ha un rientro un po’ precipitoso, dovendo presentarsi in mattinata alla scuola elementare in cui lavora: giusto il tempo di metter giù la borsa e fare una doccia, dice, sorridendo per il modo in cui contempliamo l’acquoso caffè appena ordinato. Lo salutiamo un po’ precipitosamente e ci dirigiamo verso le biglietterie del metrò dove Gioia, che parla francese, acquista un carnet e raccoglie una piantina della ventina di linee che la compongono. Già in pieno marasma, non solo in mezzo alla folla non sono di alcun aiuto, ma alla prima barriera d’ingresso la valigia che Gioia mi ha consegnato – il mio bagaglio è la metà esatta del suo – mi rimane incastrata fra i pannelli. Le persone in coda, di fretta e furia, essendo lunedì mattina, mi vengono addosso così, preso da panico, tiro il trolley con forza eccessiva e il manico allungabile mi resta in mano. Dai, non è niente!, mi fa lei afferrando il manico strappato, con il quale mi sto incasinando. Muoviti! Faccio ruotare la valigia per il verso sottile, la sradico con uno strattone e senza fiatare la seguo ballonzolando nella fiumana. L’albergo in cui pernotteremo, ripete Gioia, non è molto distante dalla Bastiglia e rue Oberkampf, una strada assai frequentata che incrocia il Boulevard lungo il quale si affaccia l’albergo, è servita da un’apposita fermata: questa!, fa Gioia. Ci facciamo largo nel vagone affollato e scendiamo. Cercando l’uscita, imbocchiamo un corridoio piastrellato alla fine del quale una scala ci porta all’aria aperta e la Parigi più tipica, dai palazzi signorili, lambiti dagli alberi, con i tetti a squame grigie cadenzati da abbaini e sottotetti finalmente ci accoglie. Porgo a Gioia la guida. L’apre, la gira e rigira, quindi indica il percorso, mentre sto ancora ripetendole i nomi delle vie all’incrocio in cui ci troviamo. In una mezz’ora siamo a destinazione. La stanza tuttavia sarà disponibile soltanto verso sera così chiediamo di poter lasciare le valige nella piccola hall dell’albergo. Torniamo fuori, diretti alla fermata dalla quale siamo usciti e alla quale, questa volta, arriviamo in una decina di minuti. In città ci sono due persone che Gioia conosce, a cui scrive un messaggio. Nel frattempo, mi dice, cosa ti piacerebbe vedere? C’è quella vecchissima libreria inglese di cui ti parlavo, in cui si può perfino dormire. È in pieno centro, nel primo arrondissement. A poche centinaia di metri ci sono il Centro Pompidou, Notre Dame, la Senna, il Louvre. Va bene!, dico. Usciamo nei pressi del Centro Pompidou, sotto un cielo grigio e bianco, completamente serrato, che non promette niente di buono. Un tizio seduto di fronte a una macchina con appeso un cartello su cui è scritto “poeta pubblico”, propone rime a contributo libero. Superiamo l’Atelier Brancusi e sfiliamo lungo il vasto piazzale inclinato antistante il Centre osservando le comitive sfilacciate ancora all’esterno e quelle invece trasportate dalla scala mobile intubata nel bruco di plexiglas che sale, come un diagramma, lungo il rettangolo della facciata, ripromettendoci di venire, magari a metà settimana, a visitarne almeno la parte dedicata all’arte contemporanea. Nei pressi della Senna inizia a piovigginare. Gioia apre l’ombrello, ci prendiamo a braccetto e ancora un po’ attoniti costeggiamo il fiume per raggiungere l’Isle de la Citè, dove andremo a render gli onori alla cattedrale di Notre Dame, naturalmente affollata di turisti. Uscendo dall’Isola alla ricerca dell’antica libreria inglese in cui un collega mi ha detto che Umberto Eco, nientemeno, ha ambientato alcune scene del suo ultimo romanzo, transitiamo sul Pont Des Arts, di cui la guida dice offra una vista meravigliosa, e lo troviamo – la sfiga non ha confini – coperto dai soliti noti lucchetti amorosi. La libreria inglese è molto bella e, se non altro per il luogo in cui è ubicata, capisco che imbattervisi, com’era successo a Gioia, passeggiando senza meta precisa, possa mettere di buon umore. La casa in cui è allestita, vecchia e scricchiolante, è stipata di libri nuovi e acquistabili al pian terreno, vecchi di qualche decennio e solamente consultabili al primo piano, dove ci si può sedere a leggere. Curiosando si scorgono due o tre letti sfondati e semisepolti dai libri, qualche tavolino, una poltrona incastrata in una specie di sottoscala libresco con tanto di abat-jour e anche un pianoforte a muro sul quale pigio il do basso – quasi accordato. Mi pare si respiri male, tuttavia, nel complesso, qui dentro, pensando che forse, per apprezzare appieno il luogo, bisognerebbe saperne qualcosa in più. Veniamo via diretti al quartiere di St Germain, dove Gioia mi conduce presso due caffè famosi per essere stati frequentati da Sartre, la Beauvoir e altri esistenzialisti. Facciamo pausa pranzo che è ormai primo pomeriggio in una brasserie all’angolo di una piazza. Io però, stranamente, visto che sono ingrassato di dieci chili nel giro di un inverno, non ho fame e mi accontento di una Leffe. Gioia invece prende una bella baguette tutta imburrata, con il prosciutto cotto tagliato grosso. La vedo mangiare di gusto e sono contento, perché è magrissima e non va bene. Di fianco a noi si siede una signora sulla sessantina dall’aria triste e sola. Le viene servita una pinta di una bevanda rossa e spumosa. È birra al lampone, dice Gioia, dopo un po’. Guarda qui!, mi fa, indicandomi il menù. La proviamo?, le faccio. Ma no, che orrore! Dietro la vetrata della birreria, al cui angolo si è sistemata la signora, continua a piovigginare, ma le donne portano vestiti decisamente primaverili, gonne corte, sandali e scarpette a piede nudo. Stiamo ancora finendo le nostre birre quando la signora chiama il cameriere. Guarda il conto. Apre la borsa e cerca il portafoglio. Ringrazia e lentamente si immerge nel via vai che, sui larghi marciapiedi lungo il viale è assai sostenuto, ma tutt’altro che caotico. Di ritorno dai caffè esistenzialisti facciamo tappa all’Odeon quindi, meno casualmente, al gran piazzale del Louvre dove ci colpisce un signore, impiegato del museo, che informa le persone in coda sotto la pioggerella con un cartello che reca la scritta, in inglese: “da dove siete, circa un’ora d’attesa”. Prendiamo in direzione Rue de Rivoli, perché non è molto distante e perché oltre alla Comedie Francaise la guida segnala alcuni vecchi passages che tuttavia stentiamo a trovare. Sbucati da uno di questi, scesa una scala tortuosa e un po’ diruta che separa due palazzi dall’aria screpolata, sàlsa, di carrugio, ci imbattiamo in un minuscolo bar sul retro di quello che scopriamo essere un teatro di fine ottocento. Beviamo un rosso qualsiasi ammirandone i ballatoi e le scale in ferro battuto, un po’ postribolari, seduti al tavolino insieme a due anziani signori tedeschi e, mentre il cielo rischiara, dopo gli otto euro per la media doppio malto del pranzo, sborsando i quattro euro più quattro dei due rossi a testa appena scolati, constatiamo quanto siano costosi gli alcolici in Francia. Cahier, uno dei due amici contattati da Gioia, dà frattanto segno di sé. Pare che per la sera non abbia impegni e dopo avergli spiegato dove siamo alloggiati – dice infatti che è più comodo se ci raggiunge lui – decidiamo di tornare in albergo a prender possesso della doppia con bagno al quinto e ultimo piano dell’edificio. Da che parte vuoi stare?, dico. Al solito posto!, dice Gioia. Cioè verso la finestra, faccio. La stanza è di suo gusto e il bagno, un po’ liberty e un po’ neoclassico, è elegante, benché sprovvisto oltre che di bidet anche di qualsivoglia presa d’aria. Sistemiamo i vestiti nei due armadi, attacchiamo i caricabatterie e facciamo la doccia. Mentre Gioia si lava, steso sul letto, provo un po’ a sbirciare le notizie storiche riportate dalla guida, cercando informazioni a proposito dell’antica libreria, ma mi appisolo all’istante e sogno di fumare un enorme sigaro profumato bevendo birra al lampone ai tavolini esterni di uno dei tanti bistrot visti per strada. Benché siano le nove passate è ancora assai chiaro e Cahier, sorridente, appena arrivato, ci viene incontro dalla parte opposta della strada. Non ci vediamo da settembre, cioè dalla mostra del cinema di Venezia, dove siamo stati compagni di appartamento. Pimpante, in magnifica forma, senza tanti convenevoli, domanda cosa vogliamo fare. Mangiare un boccone, no?, dice Gioia. Seguitemi allora!, fa lui, e parte spedito, camminando un paio di metri avanti a noi. Stiamo nei dintorni, senza prendere la motropolitana perché la zona, dice Cahier, bella e frequentata, dovrebbe offrire di tutto un po’ anche di lunedì – serata sfigata, deduco, sorpreso, anche qui. Dopo un paio di tentativi a vuoto a causa dell’idiosincrasia di Gioia per il pesce crudo, prima, e per il giorno appunto di chiusura, poi, scopriamo che Cahier ci porta a mangiare in una brasserie risalente ai primi del novecento, segnalataci da Adamo. Cahier ordina un hamburger, ma ci consiglia un piatto che si presenta come un disco di carne tritata alle erbette sovrastato da un disco di purè di patate in cima al quale galleggia un’insalatina condita con molto aceto. Parliamo di Italia e orrore, di politica e violenza, di rivoluzione e rivoluzionari, e anche, ovviamente, di cinema visto che Cahier di mestiere fa il critico per diverse testate cinematografiche e amministra un importante sito internet. Dopo cena passeggiamo a velocità nouvelle-vague, cioè forsennata, nei dintorni della birreria, pieni di localini non troppo affollati  – del resto la metro, nei giorni feriali, smette di andare all’una e lui deve raggiungere Montmartre che non è vicinissimo – quindi ci scorta fino all’albergo consultando il navigatore del cellulare ultrafico, e ci congeda invitandoci, domani sera, per l’ora di cena, presso Centro Italiano di Cultura, con il quale, ci informa, ha iniziato a collaborare, e dove presenterà due documentari.

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Una Risposta to “parigi, lunedì”

  1. silvia said

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