parigi, sabato

10 agosto 2011

Nonostante la libagione di ieri sera, il beneficio delle grandi camminate di questi giorni è tale che persino la voce, al risveglio, mi sembra più chiara. Le passeggiate antidepressive cui mi sono dedicato dalla fine dell’inverno non sono nulla, mi dico, in confronto. E mentre ci vestiamo per affrontare la penultima giornata della vacanza, rimirando allo specchio la mappazza che mi è montata ai fianchi, penso a improbabili espedienti antilardo da intraprendere con estrema solerzia al ritorno.

La compagnia di Adamo anche ieri sera è stata squisita, e il racconto della sua ventennale avventura parigina, a parte ovvie, penose comparazioni con lo status quo nazionale, mi ha fatto fare sogni di trasferimento, chissà per quale motivo via nave; una nave la cui tolda pavesata aveva a che fare, nel sogno, con l’onda dei tetti affacciati, in alterna pendenza, alle vie circostanti l’albergo in cui siamo alloggiati – da tener buono!, sussurra Gioia, salutando con un sorriso la cameriera che ogni mattina incrociamo scendendo le scale. Oggi ci aspettano sei o sette ore di storia della pittura al Musèe D’Orsay. Quindi, se il tempo regge, una puntata in un lembo del mio striminzito passato di viaggiatore, ai Giardini di Lussemburgo. Ebbi modo di sostarvi a diciannove anni, le racconto, zaino in spalla e guance da spazzacamino, attendendo il treno che mi avrebbe scarrozzato in Germania, a Moers, una località residenziale dell’hinterland di Colonia. Lì sarei stato accolto, per una settimana involontariamente adulterina, dalla bionda con cui mi ero fatto una storia nel paesino andaluso di Salobrena, dov’ero approdato per qualche giorno di spiaggia e spinelli, nel corso di un irripetibile, e mai più ripetuto, interrail post-maturità. Gioia frattanto paga il caffè. Ma mentre scendiamo i gradini della sotterranea di Parmentier, estraendo dalla borsa il cellulare per la raffica di sms mattutini, torna a guardarmi come già aveva fatto nel bar, di sottecchi, non so se più divertita o beffarda, tanto che sulla banchina, aspettando la metro, le domando cos’abbia. E’ per la storia con la tedesca?, faccio. Per le “guance da spazzacamino”? Lei smette un attimo di digitare, alza gli occhi e mi fissa. Quindi, all’avvicinarsi del convoglio, dice di aver scritto un messaggio a Cahier, di ritorno dal suo impegno infrasettimanale, per un saluto serale di fine vacanza e un arrivederci a settembre, se tutto va bene, alla Mostra del Cinema di Venezia. Cahier?, borbotto, ma il treno riparte, la gente si mescola, lo zingaro con la fisarmonica e le basi preregistrate attacca, lirico, una sgangherata romanza in finto italiano. Soprassiedo. Sul piazzale antistante il museo la fila è consistente, ma meno temibile di quel che pensassi, e gli squarci d’azzurro fra grandi nuvole in evoluzione, producono avvicendamenti di luce e d’ombra che rendono l’aria frizzante. Mangiamo i pain au chocolat sbriciolandoli dentro ai sacchetti e in poco meno di mezz’ora siamo all’interno, nella lunga navata climatizzata, spalle all’orologio esageratamente ricamato della stazione, sotto la chiglia in vetro e ferro che fino alla metà del novecento riparava treni e viaggiatori, ma conferisce oggi al luogo luce e atmosfera cultuali: siamo pellegrini, dico, in effetti. A reliquie e testimonianze. Nel santuario dell’impressionismo. Come prima, aspettando la metro, Gioia mi fissa. Ho detto un’altra cazzata? Dai, di qua!, taglia lei, facendo segno con la mano, incamminandosi verso i padiglioni disposti sulla parte destra dell’edificio. Le opere esposte appartengono a un periodo storico ben delimitato, compreso fra la metà dell’Ottocento e l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Il museo, infatti, è stato concepito come sorta di trait d’union tra l’immane produzione “premoderna” esposta al Louvre e la collezione contemporanea in mostra al Beaubourg, che prende invece le mosse dalle molteplici componenti della macedonia post-impressionista, seguendone gli esiti fino ai giorni nostri. Sale caratterizzate da barbagli di neoclassicismo e romanticismo – di ispirazione per lo più storica: ora in versione eroica e roboante, ora invece in versione sofisticata e idealizzante – sono fronteggiate da sale in cui, anche se con intenzioni profondamente difformi, si affermano poetiche positive, come il realismo della quotidianità privata e delle mondanità borghesi (fra gli altri, per il magnifico abito giallo della protagonista, Il ballo, di James Tissot), quello ben più crudo che coglie invece la condizione del proletariato urbano (fra gli altri, i Piallatori di parquet di Gustave Caillebotte), o come il naturalismo “verista” avente a oggetto spazi, persone e cose dell’universo rurale (fra gli altri, la cinematografica Aratura nivernese, di Rosa Bonheur). L’Ottocento d’altronde non è un secolo dalla traiettoria scontata. Mi accorgo facilmente, per esempio, di come dai romantici ai primi impressionisti, e ancor più da questi ai loro successori novecenteschi, il percorso sia tutt’altro che fluido e privo di diversioni. La sorta di “Biennale di Parigi” che erano le esposizioni dei Salon, per esempio, benché costituisse indubbiamente il principale promotore di un’arte di regime, non solo intratteneva con la tradizione un rapporto dinamico, ma promuoveva artisti di ispirazione sufficientemente eterogenea da non costituire affatto, in prima istanza, per il rivoluzionario Manet, il nemico da abbattere. Ma allorché a persistenze accademiche, pompier - riesumate da magazzini, soffitte e musei di provincia a partire dagli anni Sessanta del Novecento, oltre che per l’indiscutibile perizia tecnica e il valore documentario, anche per un malioso je ne sais quoi dovuto forse al naturale sedimento d’un minimo d’antichità – cominciano a far fronte le avvisaglie en plein air del drappello impressionista, sembra ancora di sentire, passeggiando fra i dipinti, una vibrazione nell’aria, l’eco dell’impatto che disgregò la struttura stessa della rappresentazione pittorica tradizionale. Da quell’urto, la tradizione non si riprenderà più. E si capisce, dice Gioia. Un ruolo chiave in questa rapida e irreversibile disarticolazione della “messa in immagine” è giocato infatti dalla fotografia, e da Nadar in particolare. La prima collettiva degli impressionisti, i cui esordi – Manet, Pissarro – risalivano allo scorcio degli anni Cinquanta e che, in rotta sia con la critica che con il pubblico, avevano già costituito la Società anonima degli artisti, pittori, scultori e incisori, si tenne nel 1874, proprio alla luce delle imponenti vetrate dello studio di Nadar. Con i lunghi tempi che ne caratterizzavano la realizzazione, la fotografia prese in qualche modo a occupare il ruolo fino ad allora svolto dalla vecchia pittura, specie di ritratto, mentre la nuova pittura iniziò a dedicarsi all’istantaneo, al dettaglio, ai mutevoli effetti della luce, all’atto di vita colto al volo; finché le innovazioni che consentirono alla fotografia di rubare l’attimo al flusso del tempo, e addirittura il movimento, non alterarono nuovamente i rispettivi “mandati”. Uno dei quadri che più mi colpisce, malgrado lo abbia visto in illustrazione centinaia di volte, non ha però molto a che fare con i maestri dell’impressionismo. Si tratta della famosissima Incantatrice di serpenti di Henri Rousseau. Quando mi ci imbatto, tu qui?, mi vien da dire, balzellando. Quasi come dopo fruscii, ticchettii, grattamenti cui non avevo fatto caso, da dietro una poltrona di casa mi fosse apparsa la coda di un gatto – entrato da chissà quanto dalla finestra e ora, saltato sull’armadio, tutto intento a fissarmi. Qualcosa non va?, mi fa Gioia, poco più tardi, intuendo che lo sguardo sul busto presso il quale ci siamo seduti, non è dedicato alla possanza del marmo o alla finezza del modellato. Due cose, rispondo. Entrambe a riguardo del Doganiere, Rousseau. Gioia sorride. Abbassa la testa sulle ginocchia e sussurra: sentiamo. La prima è che non mi aspettavo di trovarlo qui. Ah no? No. E perché? Perché me lo aspettavo insieme a Picasso quindi, benché sia qui presente anche Picasso, non mi aspettavo Rousseau fra questi pittori, ma piuttosto fra i contemporanei del Beaubourg. La seconda cosa è che non capivo perché mi venisse in mente proprio Picasso e non qualche fauve, o addirittura surrealista. Invece mi sono ricordato il perché, cioè mi sono ricordato il banchetto di Picasso, nello studio di Picasso, alla presenza dalla cosiddetta Banda Picasso. Il banchetto dato dall’autore di Guernica in onore del vecchio dopo l’acquisto di un suo quadro. Il vecchio? Il Doganiere, sì. Ormai vecchio. Siamo già verso il Novecentodieci, quando Picasso lo “lancia”. Quel che doveva dare l’aveva dato e quel che aveva dato, come all’amico Guillaume Apollinaire, che non taceva d’aver sbattuto in cantina una tela di cui gli aveva fatto dono, era stato universalmente snobbato. Interessato in quegli anni a cose naïf, Picasso nutre invece nei suoi confronti un interesse sincero e forse anche un po’ d’affetto. Henri è una persona sola. La pensione con cui campa è assai magra. La famiglia gli è stata sterminata dalla tubercolosi. La seconda moglie, assai giovane, è morta di tumore dopo soli due anni di matrimonio. Eppure, a saperlo prendere, il vecchio è uno spasso. Racconta un sacco di storie, specie sul suo passato, alle quali, nonostante le contraddizioni, finisce per credere. Declama versi goffissimi. Mangia di gusto. Beve a cisterne. E quando col vino è un po’ avanti sfodera il suo famoso violino. A renderlo irresistibile non è solo il fatto che che non avendo avuto insegnanti non faccia mistero di ricalcare le figure riportate sui quadri (prendendo le immagini dalla pubblicità). O che per arrotondare, spacciandosi per compositore (compone, in effetti: per l’esame al conservatorio, dove si diploma in violino), faccia il musicista ambulante. O che, intravvedendo una via d’uscita, si cimenti con il dramma teatrale, partecipando a gare e concorsi con esiti identici a quelli dei dipinti. Il fatto è che la scoperta di Pablo è una delle migliori parodie di benpensante mai apparse agli amici; un’umanissima catasta di cliché e luoghi comuni, una macchietta. E man mano che ci si passa il tempo, lo si ascolta, lo si vede gestire, giudicare, pontificare, si arriva a pensare che se Flaubert avesse fatto in tempo a conoscerlo, il titolo del suo romanzo più matto avrebbe contato non due, ma tre nomi: Bouvard, Pécuchet e il Doganiere. A renderlo irresistibile, insomma, dev’essere la sorta d’apocalisse fin de siècle inconsapevolmente incarnata dalla sua persona – comprese, a maggior ragione!, la straordinarietà della pittura e la sincerità della vocazione. Mai accettato ai Salon, Henri ha una fede incrollabile in esse, e non se ne lascia sfuggire uno: la sua presenza alle esposizioni alternative, come quella degli Autonomi o quella dei Rifiutati, è tanto martellante da rasentare il mito – si ipotizza un’ormai prossima espugnazione della “casta”, per sfinimento e asfissia. Quando, incredibilmente, gli viene assegnata, per meriti artistici, una medaglia, riporta subito il riconoscimento sui biglietti da visita – biglietti da visita?, in canna com’era?, appunto! – ma allorché, tutto in ghingheri, va a ritirare l’onorificenza, salta fuori che il beneficato non è lui, bensì un omonimo. Da giovane viene coinvolto per equivoco nel furto di una somma presso l’avvocato per cui lavora. Dopo un mese di carcere si arruola. Lungi dal recarsi in Messico, dove racconta di aver visto le giungle e le fiere pullulanti nelle sue tele, si dà al sassofono ed entra nella banda militare. Sette anni dopo, finita la ferma, si ritrova in braghe di tela, ma i voti ottenuti in calligrafia, la materia in cui eccelleva, gli valgono un impiego come scrivano. Mentre divampa il fuoco della pittura, sposa la figlia di un fabbricante di mobili, e viene assunto al Dazio come gabelliere, onde il suo soprannome. Il lavoro non è molto pagato, ma gli lascia un sacco di tempo. Anche perché, essendo una frana, i superiori si comportano come si erano comportati quelli dell’esercito allorché, alle prime cazzate con le armi, l’avevano spedito dove non potesse far danno – non più grave, almeno, di qualche stecca. La giovane moglie mette al mondo ben sette figli e lo spettro della miseria, patito in gioventù, torna tragicamente a far capolino. Il Doganiere rispolvera il sax, si mette a studiare violino, dipinge a più non posso e, datosi al professionismo, intensifica la sua attività di relazione. Un giorno gli presentano Puvis de Chavannes (!!!). Carissimo Henri. Lasciatemi genuflettere. Ho sempre amato la rusticità della vostra pittura. Sappiate che il vostro tempo ormai è maturo. Un altro giorno gli presentano il Segretario di Stato. Dove siete caro Doganiere?, dov’è la nostra vedetta, la nostra vecchia, luminosa gloria frontaliera? Rousseau, in brodo di giuggiole – la vostra stima signori, val più di qualsiasi somma! – beve tutto a garganella: divertimento garantito. Morta la prima moglie, morti cinque dei sette figli da lei avuti, allontanati i superstiti, ma poi morto anche il primogenito, e così rimasto completamente solo, si innamora di una ragazzina. Per convincere il padre – nonostante l’enorme differenza d’età – a lasciargli impalmare la figlia, riesce a farsi rilasciare un attestato che ne certifichi solennemente qualità pittoriche e serietà professionale. A ciò si aggiunga che, a causa della tecnica, di cui si sente da sempre in difetto, i pittori, i critici e i mercanti che sembra tenere in maggior considerazione figurano spesso fra gli accademici più baronali – e questo, c’è da giurarci, deve renderlo agli occhi della Banda semplicemente immenso. Picasso, in ogni modo, non è ancora universalmente noto quando, per il prezzo della tela – buona per dipingerci sopra, gli dice il mercante – acquista un suo quadro, ma ha appena realizzato Les Demoiselles d’Avignon e di lui, oltre che dei suoi amici, si fa un gran parlare. All’interesse suscitato dalle opere si sommano clamori mondani, polemiche e copiose note di “colore”. Picasso, per dire, gira armato. E di tanto in tanto, sia nei locali, sia rincasando, in una Montmartre ancora di mezza campagna, spara colpi per aria. La sua – e degli amici: Braque, Gris, Jacob, Apollinaire, Modigliani e tanti altri – è una bohème fra le più chiassose mai apparse in città. Ubriachi, quando non anche fatti, mettono a soqquadro bettole e locali. Si azzuffano, fanno scherzi, si contendono modelle e prostitute, sfidandosi a duelli che si trasformano in tenzoni d’ogni sorta. Tira aria anarcoide, patafisica. Anche Alfred Jarry, amico di Apollinaire, va in giro armato. A una festa sconvolta, mentre i più stanno già collassando, echeggiano spari. Gertrude Stein si scaraventa dalla finestra. Picabia si lussa fra le Nuages de Magellan, le avanguardistiche molle del materasso sfondato. Te l’ho detto che ti sparavo!, urla Alfred. Ti avevo avvertito! Risveglio generale. Panico. Incredulità. Il poeta Max Jacob giace esanime sul pavimento. Oddio!, urlano le ragazze. Marie Laurencin, pittrice, modella e futura morosa di Apollinaire, sviene su uno sformato di cipolla. Gliel’avevo detto!, continua Jarry. Vero, Guillaume? L’avevo detto che alla prossima cazzata lo facevo secco! E sta’ buono!, sbotta Pablo, tastando il corpo riverso sul pavimento. Quindi alzando gli occhi: non c’è sangue. E allora cos’ha? Sta ronfando, non vedi?, dice Modigliani, dall’anta dell’armadio a muro. Saltella. Si china sul corpo. Gli dà uno schiaffetto. Max!, chiama. Max! Coma etilico? Oui, mort blanche, sentenzia. Un altro sparo. La Laurentin sviene di nuovo. Manolo del cazzo!, urla Jarry. Gliel’avevo detto come finiva! Lo sai come finisce?, gli ho detto. Lo sai? Finisce alla cazzo di cane, è vero Guillaume?, alla cazzo di cane, ecco come finisce! Lo vuoi far stare zitto?, sbraita Pablo. Alfred, per l’amor del cielo! Metti via quel ferro! Non vedi che non è lui? Non è Manolo, quello che hai steso! Ah no? No! E chi cazzo è? E’ Jacob, cretino!, strepita Picasso. E’ il mio vicino di casa! Stai tranquillo, Pablo, diosanto!, lo contiene Guillaume. Alfred, davvero non lo riconosci?, non vedi che è Max, non riconosci il vecchio Jacob? Macché, sbuffa Apollinaire, di fronte alle Damigelle, sorseggiando del vino da una tazza sbeccata. Stava proprio partendo. Non hai idea certi giorni quanto mi manchi. Tieni, gli dice Pablo, passandogli la pipa. Tirati un po’ su, dai, che ci facciamo un viaggetto. Piuttosto, la sai l’ultima sul Doganiere? Cinque minuti più tardi, uno è per terra dal ridere, l’altro ha le ginocchia al petto per i singhiozzi, mentre visioni Dequinceyane si trasformano in botolose propaggini delle Gestes et opinions du docteur Faustroll, pataphysicien del compianto Jarry – morto di tubercolosi da qualche mese e, fatalità, nato 34 anni prima nello stesso paese del vecchio: Laval. Ricordi Rousseau, quel paesaggio azteco / le foreste dove spuntano il mango e l’ananas, / le scimmie che spandevano tutto il sangue delle angurie / e il biondo imperatore fucilato laggiù./ I quadri che dipingi li vedesti in Messico / dove un sole rosso ornava la fronte ai banani, / e tu, valoroso soldato, scambiasti la giacca militare / con il dolman blu dei bravi doganieri… Fu con questi versi che il poeta allietò il burlesco banchetto in onore del più grande pittore di “stile egizio” del mondo. Pablo, già oggetto di folto pellegrinaggio, sgomberò il Bateau-Lavoir, lasciando alle pareti soltanto le maschere africane. Quindi ottenne da Gris e Vaillant, che gli abitavano accanto, di poter utilizzare i loro studi come deposito e guardaroba. Il catering non arrivò, perchè Picasso aveva sbagliato giorno, mandando su tutte le furie l’amata e già innervosita Fernande Olivier. Marie Laurencin, sbronza dal pomeriggio, svenne stavolta sulla pasticceria, scatenando l’ira di Apollinaire (appassionato di dolci), recatosi a prendere il festeggiato. Non restavano che la paella cucinata da Fernande e un po’ di charcuterie, rimediata da Gertrude. Il vino, invece, separatamente approvvigionato, scorse subito a fiumi, e tutto si dispose nel migliore dei modi. Ci furono botti. Liti. Zuffe. Balli. Risate. Tantissima gente. Amici. Amici di amici. Vicini di casa. Sconosciuti. Frequentatori del bistrot in fondo alla via. Nottambuli provenienti da locali poco più distanti, che chiudevano a mezzanotte, proprio quando la festa, finito il banchetto, era sul punto di decollare. Fra le frasche ornamentali, le maschere africane e il Ritratto acquistato da Pablo, Apollinaire declamò, il Doganiere suonò, Picasso litigò (per gelosia), e una risorta Marie Laurencin inscenò una danza apotropaica che la fece volare nella canaletta di scolo. Ne dette notizia, poco più tardi, il gestore del cabaret Au Lapin Agile – è ormai a valle! – presentatosi con un asino, famoso per le scoregge e per essere l’autore, la coda a mo’ di pennello, di un Coucher sur l’Adriatique, rinomatissimo per aver tratto in inganno il povero Guillaume. Tutti ballarono. Cantarono. Fecero spogliarelli. Vomitarono. L’atelier continuò a riempirsi e svuotarsi, riempirsi e svuotarsi, fino all’alba. Fu un successone. Per giorni non si parlò d’altro. E malgrado a persone come Gertrude l’ironia, se non proprio il dileggio di cui Henri venne fatto oggetto, non fossero andati a genio, la festa raggiunse lo scopo che Pablo si era prefisso: comunicare al vecchio la sua considerazione e far lievitare la curiosità del pubblico nei confronti della sua opera. Ma nonostante l’interessamento del mercante e critico d’arte Wilhelm Uhde, che un anno dopo la morte ne avrebbe pubblicato la prima monografia, le cose, per il Doganiere, non migliorarono affatto. Coinvolto nella truffa intentata da un conoscente a una banca, poco prima di partire per una mostra a lui dedicata, pare, in America, morì per la degenerazione di una lieve ferita da taglio; talmente povero e solo che venne seppellito in una fossa comune… Diosanto!, esclama Gioia. Che orrore! Che brutta storia! Come, che brutta storia? A me pare molto umana, invece. Molto umana? Starai scherzando, vero? Se nemmeno il Doganiere si salva! Perché dici così?, faccio. Come perché? Ha lasciato crepare due mogli e sei figli con la scusa della vocazione! Ha lasciato crepare? Vuoi dire che se li è meritati, Picasso e company? Per carità, fa Gioia, agitando le mani. Merde del genere non le auguro a un serial killer! Che esagerata! E poi, sai, faccio. Certe situazioni, certi ambienti, sono così. Lo son sempre stati e lo saranno sempre. Anche nel mio piccolo, per esempio, qualche anno fa – ecco!, appunto!, sbotta Gioia, quando ormai ci troviamo fra i beduini, le carovane, i dervisci e le ingioiellate odalische del padiglione orientalista. Come no! Nel tuo piccolo, certo! Peccato che il demente di turno fossi tu! Ma non è vero!, protesto. Lei si blocca e ancora una volta, malgrado il nervoso, di spalle a una sfinge tettona, mi par trattenga un sorriso. Siamo slittati nel padiglione esoterico. Cosa c’è da ridere adesso?, faccio. Ci stanno guardando, dice Gioia, saltellando. Comincio a sospettare si tratti della mia voce. Sono un po’ afono, in effetti. Ma Gioia viaggia, sicché soprassiedo. Verso le sei di sera il personale del museo inizia a richiamare il pubblico. Dalle vetrate del tetto, cortine argentate di luce. Guadagniamo l’uscita senza affanno, prima che la gente, accalcandosi, prenda a spingere. All’aperto, nella brezza, la folla trabocca sonnacchiosa, annuendo, guardandosi intorno, bisbigliando. Mentre scendiamo i gradini del piazzale, lasciando la Senna alle nostre spalle, parliamo ancora un po’ delle due piccole mostre, incluse nel prezzo, viste alla fine. La prima, sul rapporto fra i preraffaeliti e la fotografia, ci è sembrata interessante se non altro per un confronto fra gli esiti ottenuti dal gruppo di pittori e fotografi radunatosi nella quiete dell’isola Whigt intorno alla fotografa Julia M. Cameron, e quello invece decisamente più pirotecnico raccoltosi, nella tumultuosa Parigi di metà Ottocento, intorno alla straordinaria figura di Nadar. Certo, dice Gioia – riprendendo osservazioni fatte poc’anzi, camminando sotto le luci tenui, d’atmosfera, della prima saletta – non è la stessa cosa avere alle spalle un utopista slow-food come John Ruskin e la sua esaltazione della semplicità artigianale, dell’unità spirituale delle comunità medievali, della ricerca dell’ideale nella perfezione della natura, oppure un Baudelaire, con le sue osservazioni sulla folla, lo spleen, le droghe, la bellezza contaminata, la moda, il senso di una modernità che incrocia l’eterno con l’evanescenza dell’attimo. Della compagine inglese, più che gli esercizi di pseudorealismo edificante, mi hanno incuriosito le pose della modella-feticcio Jane Burden Morris, alla cui apparizione sono rimasto colpito come da un logo famoso, ma in qualche modo rimosso; e soprattutto dagli ambigui ritratti scattati ad alcune bambine dall’autore di Alice in Wonderland, Lewis Carroll, anch’egli amante della pittura preraffaelita e attratto sull’isola di Wight dal lavoro di Cameron & friends. Che io ricordi non c’è figura nella pittura di Rossetti che del tutto o in dettaglio non abbia a che vedere con il volto enigmatico della Burden Morris. Sebbene sulle prime mi faccia venire in mente l’espressione di un angelo che osservi le nostre miserie da una prossimità smisurata, costretta in posa e oppressa da vesti pletoriche, mi appare infine più frastornata, che contemplativa – defluita, penso, e vuota come una strada dopo il nubifragio. Odor di frasche, scariche elettrostatiche. Tegole rotte, tronchi spezzati. Avrà mai fatto una risata, in vita sua?, mi domando. Meglio i ritratti di bambina di Charles Lutwidge Dodgson – i loro occhi sì, che ridono! – il cui pseudonimo, riportato in piccolo, sotto il nome vero, mi era sfuggito. Inquietanti, eh?, dice Gioia, indicando la targhetta di fianco alle fotografie. In un certo senso, faccio. Se capisco cosa vuoi dire. Come, se capisci? Non vedi che provoca? Eh? La bambina! Ah! Beh, sì, faccio. La bambina provoca, certo, ma mi sembra anche molto spontanea. Appunto!, esclama Gioia, guardandosi intorno. Perché a differenza d’altri Carroll non è un cane! Guardo meglio. In effetti, a voler proprio vedere, la bambina è un po’ puttanesca. Gioia intanto fa un passo a lato, dà un’occhiata a una sperimentazione paesaggistica con alcune note di Ruskin, nelle quali il grande critico esalta le virtù della nascente dagherrotipia, quindi torna da me. Non le conoscevi? No, dico. Cioè sì, forse. Ma non sapevo che Lewis Carroll fosse anche un fotografo. Eh, madonna! Di enorme talento, per giunta. Solo che questo è uno di quei casi in cui la bravura è un’aggravante. Ma davvero era pedofilo? Tu cosa dici? Che gli piacessero le bambine non vuol mica dire. Non ho detto questo!, scatta Gioia. Lavorava con i genitori presenti, e ritrarre bambine in pose da adulti a quel tempo andava molto di moda. Saranno stati amori platonici, suggerisco. Non ne dubito, dice Gioia. Ma ci son fior di studi su Alice, e il verdetto è invariabile. Carroll inoltre aveva avuto per insegnante Oscar Rejlander, uno dei fondatori della fotografia – e della fotografia erotica, in particolare. Giovinetti e prostitute adolescenti, o ancora bambine. Niente adulti. Né genitori nei paraggi. Cos’è, si scambiavano le figurine? Dài, scemo! Ti dice niente piuttosto la tecnica del fotomontaggio? L’ha resa celebre lui. Un genio!, faccio. Già, conclude Gioia, uscendo dall’ultima sala: anche. La seconda mostra è invece dedicata alle carte di Gustav Mahler, ma di quest’ultima non saprei dir molto: quando entro sono ormai saturo e della piccola biografia di Alma Mahler che Gioia, davanti a una videointervista degli anni ’60 all’ormai vecchia moglie del compositore, mi snocciola, restano solo i nomi di alcuni suoi grandi amori – fra tutti, naturalmente, quello di Oskar Kokoschka, di gran lunga il più matto. Alma sì, che ne ha mandati fuori di testa!, dice Gioia, mentre risaliamo la lunga fiancata esterna del Museo. A parte Mahler, il suo primo marito, che a causa delle turbolenze del matrimonio si fece psicanalizzare da Freud, fu amata dall’architetto Walter Gropius, dallo scrittore Franz Werfel, dai pittori Gustav Klimt e Fernand Khnopff, dal reverendo Hollensteiner, e dal biologo Paul Kammerer. Nessuno però dette i numeri quanto Kokoschka che, disperato per l’abbandono cagionato dalla sua partenza per la guerra (1914), si fece fabbricare, da una rinomata modista (1917), una bambola a grandezza naturale – vero e proprio sembiante di Alma: non per niente, la raccolta delle missive di Kokoschka s’intitolerà Der Fetisch. Il tiramolla con la costruttrice fu febbrile. Lettere dettagliate. Disegni minuziosi. Estenuanti esortazioni. Cara Fräulein Moos, se la magia della vostra inventiva. La peluria. La morbidezza della pelle. Cara Fräulein Moos, se gli abissi dell’istinto femminile. La rigidità dei nervi. La flessibilità dei tendini. Lasciatemi dire, meine Frau: del vostro istinto. Il mogano appena sfibrato dei capelli di Alma. Fräulein Moos, credo comprendiate, da ciò di cui ormai siete a parte. L’arco delle sopracciglia. Le dimensioni e la profondità del sesso. La dama dei sogni, Fräulein Moos, la signora degl’incubi. Quando finalmente il prototipo lasciò il posto al feticcio vero e proprio, benché Oskar non ne fosse del tutto soddisfatto, l’emozione fu tale che finì quasi per perdere i sensi. Due anni, Fräulein Moos. Due anni di lotta senza quartiere. Ai quali ne sono seguiti tre di guerra. Nemmeno in trincea, Fräulein Moos. Nemmeno fra le fiamme. Di lì a poco (1918) iniziò a mostrarsi in pubblico – al ristorante, all’ippodromo, a teatro – utilizzando la bambola oltre che come amante, anche come modella e dama di compagnia. Fräulein Moos, non vorrei apparirle ingrato, ma la mia insoddisfazione. Mi vedo costretto. Le opportune. Ne converrete. La prosternazione che. Le fece avere una stanza e una cameriera personale; acquistò nei migliori negozi, spingendosi fino a Parigi, un intero guardaroba – lingerie inclusa, naturalmente. Fräulein Moss, non riesco. Di giorno in giorno. Ora vorrete spiegare. La relazione con il feticcio fu tutt’altro che breve; si protrasse, anzi, più di quella vissuta con l’originale, cioè Alma, e altrettanto burrascosamente. Fräulein Moss, la pelle squama. Gli occhi dilatano. I tendini slabbrano. L’epilogo si consumò nel corso di una festa danzante in onore del manichino (1920), cui pose termine l’intervento della polizia. Fräulein Moss, il sesso infine ha ceduto. Disgustato e inconsolabile, fra l’ironia dei convitati e la preoccupazione degli amici più cari, Oskar aveva infatti scagliato il feticcio dalla finestra e, precipitatosi in giardino, gli aveva spaccato sul cranio una bottiglia di vino. Questo abominio, Fräulein Moos. Sentirete la mia. Non rimarrà. Ah, se la sentirete! Da dietro il cancello un passante aveva osservato la scena e, spaventato a morte, aveva chiamato la polizia. Oskar, ubriaco, tranquillizzò gli agenti e congedò i convenuti, ma non pago, ridendo e maledicendosi per il ridicolo di cui si era coperto, tornò in giardino. E così, Fräulein Moss, siamo alla tragedia. La fine, meine Frau. La fine. Cosparse d’alcol il feticcio quindi, sotto gli occhi degli amici più stretti, gli appiccò il fuoco… Ridi?, mi domanda Gioia, mentre svoltiamo in una piccola laterale pedonalizzata, dai marciapiedi stretti, ingombri di bici, scooter e motociclette. Guarda che questa non è la storia del Doganiere, sai. Non era un tipo buffo, Kokoschka. Non era uno shlemiel. Nein? Nein! Era andato via di testa, certo, ma non lo era affatto, di suo. Non avrebbe scritto quel che ha scritto, con la consapevolezza e la lucidità con cui l’ha scritto. Der Fetisch, borbotto, mentre Gioia – ja, mein lieber, mein kleiner fetisch! – sparisce sotto la tettoia di un’impalcatura edile che nasconde l’ingresso di un bistrot. Ordiniamo due Leffe, quindi Gioia approfitta del bagno, e io rimango seduto nella luce flottante della saletta in fondo alla quale due amiche della ragazza che serve – vissute, sbrindellate, tatuate, grassocce, sudaticce, intorno ai trent’anni – battono i palmi sul tavolino. La ragazza fa loro un cenno con la mano: tranquille!, ma in quel momento entra un giovane in camice e zoccoli bianchi, un barbiere, penso, anzi no, troppo scapigliato, più probabilmente un tecnico, o il commesso di un negozio di elettrodomestici. Ciao Mario!, gli dice la ragazza, in italiano, tanto lavoro oggi? Il solito!, taglia lui, immergendo la mano in una tazza di noccioline. Mentre Mario, trasognato e stanco, tracanna un bicchiere di vino, le amiche riprendono a battere, ma un signore anziano, dal gestire distinto, bianco per il caldo e gli aperitivi, la chiama a sé. Mario saluta le tipe, lascia le monete sullo zinco graffiato del banco, ed esce di gran carriera, digitando un messaggio sul cellulare. Mi domando quanto guadagni. Se lui e le ragazze vivano a Parigi o ci vengano soltanto per lavorare e farsi l’aperitivo. Frattanto il signore distinto, con l’indice arcuato, fa cenno alla ragazza di avvicinare la testa. Lei, mani ai fianchi, obbedisce, sfiorando con il sedere il sigaro di un tizio barbuto, che abbassa il giornale con esausto compiacimento. Quindi si risolleva, e che ti importa?, risponde, appoggiando una mano al palo incrostato dell’impalcatura. Un saluto a Mario, che attraversa la strada facendo segno d’averle lasciato i soldi vicino alla cassa, poi ancora uno scambio con il signore, e rientra sghignazzando, acclamata dalle amiche. Gioia e le Leffe arrivano insieme. Ho un mal di piedi pazzesco, dice, battendo il calice contro il mio. Perché non ti togli le scarpe? Occhiata: non è per questioni d’educazione. Il cesso? Adesso passa, censura lei, immergendo le labbra nella schiuma. Tu piuttosto, a cosa stavi pensando? Oh, alla collocazione sociale di questo bar. Al sabato sera. Al fatto che la tipa dev’essere italiana. Sembravi la Burden Morris!, sorride Gioia, occhieggiando aggrottata in direzione delle ragazze. Pensavo a che ambiente potrei paragonarlo, perché mi ricorda qualcosa, ma non so ben cosa. E a quanto tempo è che di quel che si dice “sabato sera” non ho più nozione. Per me il sabato sera è sempre stato una seccatura, dice Gioia. Un buon sabato sera è una sera come un’altra, e lo sarebbe, non fosse per il casino. Non pensi che qui sarebbe diverso? Cosa non sarebbe diverso, qui?, sorride Gioia, teatrale. Pago io, faccio. Ma no, lascia, dice lei, allungando venti euro alla ragazza – tanto alla mano con gli altri clienti, quanto affettata con noi. Raccogliamo le nostre cose e usciamo, diretti alla metro per Saint Germain des Prés. I Giardini di Lussemburgo, splendidi e pieni di vita, formicolano di persone che trascinano sedie verdi, di ferro, sistemandole a piacimento sotto gli alberi, ai margini di un viale, nello spiazzo che circonda il lago con la fontana e i giochi d’acqua, all’ombra delle statue, da una parte all’altra delle aiuole fiorite. Non li ricordavo così, ma molto più in bianco e nero, spopolati e in borghese, con le panchine, i lampioni, le siepi, le statue, i fiori, i vialetti ortogonali, lindi e immobili. D’altronde era un giorno grigio, di brutto tempo, e io, stanchissimo, con il grosso zaino sulle spalle, badavo soltanto a trovare un angolo in cui stravaccarmi un po’. Avrei voluto nascondermi. In un bistrot in cui ero entrato, nei paraggi, mi avevano rifiutato un bicchier d’acqua. L’oste aveva estratto una bottiglietta, io gli avevo detto no-no, indicando il rubinetto. Lui sguscia da dietro il banco, mi afferra per un braccio e rombando in un francese orrendo, tubolare, mi spintona verso l’uscita. E tu? Niente. Sono uscito, ho camminato ancora un po’ e d’un tratto mi sono reso conto che il cancello che avevo di fronte era l’ingresso di un parco. Ho trovato una panchina, ho scaricato lo zaino, mi ci sono sdraiato. Ma è arrivato un vigilante con il cane antidroga, e allora mi sono spostato, alla ricerca di un cespuglio. Come lo trovo non soltanto si mette a piovigginare, ma dalle frasche alle mie spalle sbucano di nuovo il cane antidroga e il vigilante. Così riprendo la via della stazione, interminabile, tant’è che perdo il treno per Colonia, nella cui stazione passo una delle notti più avventurose della mia vita. Tesoro!, fa Gioia, zoppicando. Inoltrandoci nel boschetto rialzato che ammanta una metà dell’ovale antistante il Palazzo di Caterina De Medici (oggi sede del Senato: gli ingressi dei viali e gli immediati dintorni del Palazzo sono presidiati da poliziotti con cappellino a visiera), troviamo due seggiole libere e le trasciniamo per qualche metro, in una zona relativamente sgombra. Gioia si toglie le scarpe. Seguo l’esempio e allungo le gambe, pensando che domani ci aspetta il Louvre. Di fronte a noi, di spalle, su una panchina, una ragazza bruna, d’aspetto assai riservato, è raggiunta da un ragazzo nordafricano. Dietro la panchina c’è una sedia vuota. Il ragazzo vi si siede. Appoggia i gomiti alle cosce e china il capo annuendo leggermente. La ragazza rimane voltata, fissa con lo sguardo alle colonnine del parapetto che divide il terrapieno del bosco dall’ovale bianco, con il lago ottagonale al centro. Lui, di profilo, accende una sigaretta. Un gruppo di podisti vestiti identicamente, ma di età diversissime, sfila per la seconda volta a pochi metri da noi. Una signora elegante, con un vestito leggero, corto, coloratissimo, chiama il nome di un uomo sventolando con il braccio alzato un foglio tipo ricevuta, o bolla d’accompagnamento. Due cinesine si scambiano grandi cappelli di paglia. Il gruppetto di ragazzi cinesi che le precedono trafficano con il radiocomando di un aeroplanino. Gioia frattanto scrive messaggi. Quando il ragazzo accende la seconda cicca interrompo il silenzio. Che siano amanti? Chi?, dice Gioia. Quei due lì. Ma non faccio in tempo a spiegarmi che d’un tratto la ragazza si alza e s’incammina. Il ragazzo rimane seduto, nella medesima posizione. Fa due o tre tiri di sigaretta. Quando getta il mozzicone la ragazza è a poco meno di un centinaio di metri. Si alza, si guarda intorno, s’incammina di fretta, nella medesima direzione. Cahier dice di essere impegnatissimo, fa Gioia. Mi spiace. Bugiardo! Ma no, perché?, dico, seguendolo con lo sguardo. Com’è che ti interessano tanto gli amanti? Pensi ancora alla tedesca del tempo che fu? Oh, no, sussurro. Pensavo a noi. A me, qui, a vent’anni. E ai colori. Come se il ricordo, l’immagine in bianco e nero, al contatto con te, con questo luogo e questo tempo, non appena evocato, fosse divenuto irrecuperabile. E’ una cosa triste? Semmai confusa. Non so come dire: sincronica. Triste potrebbe esserlo qualora fossi a disagio, sentissi di non essere dove dovrei, o anche soltanto dove vorrei, ma non si tratta di questo. Gioia solleva i piedi dalle mie ginocchia. Chiude la guida su cui aveva annotato i bistrot consigliati da Adamo e sbuffando dice: è la nostra ultima sera. Mi alzo. Sono contento, sai, che questa sera ceniamo da soli, tu e io. Ti va se torniamo al Barav?, fa lei. Non ho molta voglia di andare a zonzo. Altro ché, dico. E’ sabato sera, però. Rischiamo di trovare tutto occupato. Avanti, allora. Spicciamoci! Usciti dai Giardini, la non meno fiabesca città echeggia e scroscia come una cassa monumentale; sul marciapiede affollato da edicole e bancarelle, da libri e dolciumi, da cappelli e cravatte e orli bagnati di maglie, sul marciapiede cadenzato dai bianchi pomelli dei pali di protezione, lungo tutto il periplo dei Giardini, sfilano le gigantografie di una mostra fotografica dedicata alle donne; e poco sopra le teste, il semaforo rosso, le fronde in controluce, una nidiata multicolore di palloncini, liberati da un vecchio su una seggiolina di legno in mezzo alla folla che ora attraversa! Ancora masse, scendendo, a ondate, nell’una e nell’altra direzione, la mano di Gioia, piccola, nella mia, nel bagno bollente delle scale mobili. Gente nella sotterranea, odorosa di gomma sudore e polvere di ferro, ancora gente al Barav, dove troviamo un angolino fra tavoli prenotati, alla nostra destra, da americani che ordinano l’impossibile e alla nostra sinistra, da coppie miste, signori francesi e signorine inconfondibilmente yankee alle prese con mousse e patè d’aspetto virale. Locale chiassoso, strapieno. Locale borghese. Eppure non sono a disagio. Non c’è una parte di me che vuole proteggersi. Non c’è una parte di me che sabota e sfotte. Non c’è una parte slogata, fuori sede. Ma non è Parigi, penso, guardandoti. Non è quel che abbiamo visto. E nemmeno il buon vino. Parigi non sarebbe Parigi, e questo vino non sarebbe il vino che stiamo bevendo. Dovevo compiere quarant’anni. Dovevo aver quarant’anni per poterti conoscere. Dovevo disimpararmi, per poterti imparare, ed essere qui, adesso, al largo, con le luci gialle che galleggiano nel golfo azzurro della sera.

2 Risposte to “parigi, sabato”

  1. Giordano said

    I suoi post sono i racconti più belli che abbia letto quest’estate. Vedo che in quello precedente è ricomparsa la danzatrice del ventre di Cous cous. Chissà cosa ci faceva da quelle parti. Chissà se l’ha vista veramente. Bellissima la storia del doganiere. Stasera andrò a vedere Hanna a Limena. Lo proietta lei? Vale la pena?
    Un caro saluto,
    Giordano

    • mbrt0 said

      Buongiorno Giordano, bentrovato! Sono lusingato. Grazie di cuore per il complimento. La ragazza di Cous-cous, c’era veramente. Sola, un po’ spaesata, guardandosi intorno. Veramente bellissima. Gioia e io ci abbiamo messo qualche secondo, per renderci conto che era proprio lei. Fortuna ha voluto che ci sbattessimo quasi contro trovandoci all’angolo di una strada per noi in salita, che lei invece stava scendendo, e svoltato in direzione di Pigalle, si fermasse come per un’incertezza, girandosi verso di noi per poi attraversare la strada… Quanto a Hanna, io oggi ho il giorno libero, per cui non troverà me a proiettarlo. Gioia e io l’abbiamo visto un paio di sere fa e pur non trovando che fosse girato male, non ci è sembrato francamente gran che. Nemmeno sufficiente, voglio dire. D’altronde c’è gran poco in giro, in questi giorni – in pratica, quando sono al lavoro, fra film di fumetti che vedevo da bambino, transformers, maghetti, pinguini, titoli di canzoni dell’adolescenza mi sembra di essere all’asilo! – e anche noi, come dicevo, l’altra sera, abbiamo optato per Hanna. Un caro saluto!

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