Miriam

30 giugno 2009

non sa cosa dire – insomma?, non dici niente?, si avvicina il gran giorno…, le domanda Ester – e in effetti, fra pochi secondi, quando la vecchia ripeterà esattamente le parole appena pronunciate, Miriam si troverà interdetta, annaspante in un’ansia tanto angosciosamente febbrile quanto quella esperita ogni giorno da Zaccaria, e più atrocemente quanto il miracoloso natale del Precursore – come anche Elisabetta si è espressa, confondendola: non  per l’appellativo dato alla creatura, semmai per la miracolosità della sua apparizione – si appressi; ma in questo preciso istante Miriam è distratta dal bimbo che fa vorticare il cane a mezz’aria, poiché ha deliberatamente mollato la casacca alla quale la bestia stava aggrappata e adesso, in uno squarcio abbacinato, casacca e bestiola sono un uccello dalle ali bizzare, spezzate in volo. Miriam lampeggia seguendone l’arco fin giù dal dirupo, dove non può più vedere, e la vecchia, che fa solo in tempo a cogliere il silente precipitarsi dei bimbi, sputa nel fango coprendo il grumo col piede: lasciali perdere, non starli a guardare, si sfoghino su quella creatura e se ne vadano al diavolo, che è meglio per tutti. Ma finché Ester si spiega, il bambino alto, a cui manca un occhio e sembra sorridere, ancora una volta le inquadra. Miriam ne intuisce l’età, maggiore di quella degli altri e mentre quello spalanca la bocca in un grande sbadiglio, abbassando lo sguardo rabbrividisce, perché il silenzio è d’un tratto assoluto e il tempo stesso, come ogni moto, sembra interrotto: lo sguardo di Ester, sul ciglio  della scarpata, è fisso fra steli d’erba gialla; e così resta, del tutto immobile, quando il passo strascicato del ragazzo la calpesta.

Ieri lavoravo su questo.

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Il capo

29 giugno 2009

l’altro giorno mi dice: smetti di lavorare, fai quel che devi fare, poi riprendi, altrimenti fai casino, ma mentre comanda così, sto già riponendo il telefono (teoricamente proibito), ho fatto, ho fatto, gli dico, sistemandolo in fondo alla tasca. Mia madre, presso la quale mia sorella – cui è intestata l’auto – ha ancora la residenza, mi aveva chiamato appena arrivato al lavoro, sicché fumando una cicca, vedendomi sossopra, Diego e il capo, già in loco, mi domandavano cosa fosse accaduto. In mattinata, ho raccontato, mia madre  ha ricevuto quattro multe a causa mia, ma quattro ne aveva già ricevute e tutto lascia supporre che altrettante siano in procinto. Fumata la cicca timbrato il badge salite le scale entrati in cabina spedisco un messaggio all’avvocato, che mi risponde: sento adesso un tizio di mia conoscenza, poi ti richiamo. Mi sta facendo un favore, non vuole denaro, così dopo un’ora, quando mi squilla, un po’ preoccupato perché sembra urgente – non si tratta di un sms – decido che non è caso di fargli perdere tempo. Diciotto?, ripeto. Diciotto, mi spiace. Diciotto multe. Il capo è alle mie spalle, curvo e raccolto sul banco-montaggio.  Se ne sta silenzioso, come un granchio di scoglio, a sforbiciare. Chiudo il telefono e girandomi faccio: diciotto multe. Il capo muove appena il carapace, spostando scatole, giuntatrici, tabelle. Riprendo il mio lavoro. Un minuto dopo si solleva. Afferra le tabelle, osserva la disposizione delle scatole, alza gli occhi agli scaffali di giacenza. Era l’avvocato, gli faccio. Le multe sono diciotto. Sai le multe che dicevo… Devo lavorare!, sbotta lui, di profilo e a sguardo basso.  Soffoca un ruglio, poi scatta, dita aperte della mano. Entra in regia, per programmare.

Quello in tuta

27 giugno 2009

è proprio un cane, non vedi che non sta in piedi? – così Gioia, trucibalda, a cinque minuti dall’inizio – Guarda là che roba: c’ha pure la pancia. Ci arriva strisciando, alla fine, vedrai. Siamo al teatro alle Tese, presso l’Arsenale di Venezia, per la quasi anteprima di Swan Lack/Thank u ma’am, balletto in due parti di Michael Clark su musiche di Bruce Gilbert & Wire, Brian Eno, David Bowie e, almeno in teoria, anche Iggy Pop e Lou Reed; dico in teoria perché, salvo ingiustificabile ignoranza, di quest’ultimi, se non durante l’intervallo – pubblico in uscita nella brezza luccicante, note da zerbino alle conversazioni – non sovviene vibrazione. E’ il mio primo balletto e, dopo una giornata da bruciare fra scorno e umiliazione sono in salvo su un atollo: guarda un po’ dove mi trovo!, in che magnifico teatro!, senza spendere un quattrino!, bene attento mentre fumo, non sapendo di quest’arte, a tener chiusa la ciabatta. Scalzi sulle assi, specie in apertura, i ballerini son perplessi, preoccupati dalle schegge?, spesso fuori sincro sia fra loro che col ritmo. Quello con la pancia deambula disperso; somiglia a un a un mio collega, calvo in tuta con il piercing: stessa angoscia impressa al volto dalla grande alacrità, stesso mesto risultato. Sta lì solo a claudicare, fra la musica di  Gilbert – robotica e seriale – e la barra luminosa verde-radar che scandaglia il fondale, quasi interrogando le figure, spesso curve e arrotondate, tracciate nello spazio dai corpi dei compari; i cui rallentamenti fusionali hanno a contrappunto accelerate con uscita laterale (o frontale – sempre lui, nella seconda parte: per un attimo abbiam temuto il peggio) e poi scissioni, e rizomatiche addizioni, in una sorta di meiosi con finale scoppiettante, anche bello, di lapilli. Se ne salva giusto una, fa Gioia, all’intervallo. Ma sarà meglio faccia attenzione; tende a strafare, alza la gamba, non stringe le chiappe e così si sfianca. Non si fa? No, bruttissimo!, ma almeno ci prova. Gli altri, specie i maschi, sembrano elefanti. La seconda parte, con Bowie che canta, è  già  più gastronomica – buon vecchio rock’n’roll e un’acustica ballata con riferimenti marinari al solito Querelle; sennonché quando appare in videoclip  – e stiamo parlando del video di Heroes, non di inediti o rarità – David ghermisce ineluttabilmente ogni residua attenzione e i danzatori diventano microorganismi in concitazione, patacca multicolore sul vetrino del piccolo chimico: dovrebbe far riflettere, no?, dice Gioia,  qualcosina non funziona; invece intorno è tripudio, cenni di standing ovation: saranno i parenti?, i genitori?, o piuttosto la bella gente – per altro già al mare – odorosa di creme e vogliosa di sole, vinello, balere? Mi sa…, dice lei. E se Clark, pudibondo – sarà mica il panzone? – resta nascosto, ritenendo inconcluso il lavoro, brindiamo anche noi ritornando: alla consueta vergogna dei treni come al suo trionfo.

Diciotto

26 giugno 2009

Tutte fra gennaio e marzo. Tutte, o quasi, allo stesso varco. Tutte, grosso modo, alla stessa ora: fra mezzogiorno e l’una. Vengo a saperlo mentre sto lavorando – e proprio di giovedì che, dove lavoro, è il giorno piùppiù: si monta, si sposta, si mette in macchina e si fanno programmi al computer, quindi si verifica che ogni cosa sia stata allestita, fissata, assemblata a dovere e alla partenza dei primi spettacoli, scaricando il nuovo e monitorando frattanto fuoco, quadro, rulli, temperatura, illuminazione si valuta bene che tutto sia in bolla col resto: insomma si sgobba. Prima di timbrare il badge, fumando una cicca con Diego e il capo, racconto di attender lo squillo dell’avvocato – un amico, più o meno – cui mi sono rivolto per via di otto multe, delle quali quatto pervenute oggi, tutte beccate durante i due mesi in cui mia madre mi ha prestato la macchina. Me ne occupo io non ti preoccupare, aveva detto, mettendo però le mani avanti ché pronto al peggio non mi facessi illusioni: il giudice applica e basta, non ha molti margini; che tu non sappia la legge e che perciò le tue multe si presentino identiche non cambia la situazione; sai, il diritto amministrativo è meno flessibile di quello penale – di cui si occupa, o si occupava – però tu aspetta a pagare, bene o male hai due mesi di tempo, due mesi hai tenuto la macchina, due mesi sei andato da Gioia – che conosce abbastanza – dentro e fuori dal Centro, speriamo insomma sian solo quattro: un paio di settimane, non più, vedi quante ne arrivano e tienmi informato, che nel frattempo domando a un amico il da farsi. Sennonché oggi ne arrivano altre quattro, quindi lo chiamo, racconto ai colleghi: tutte con date diverse, perché non è che i vigili spediscano in ordine, prima quelle prese a gennaio, poi quelle prese a febbraio e via così, nossignore, non si capisce il sistema, capace arrivino sei mesi dopo, chissà in che numero, alla rinfusa, roba da pazzi, roba che non avessi dovuto renderla sarei andato in eterno sueggiù, figurarsi se ci pensavo, chissà cos’avevo per la testa in quei cazzi di giorni, cioè lo so che cosa avevo per la testa, Gioia e la scrittura, prima Gioia, poi la scrittura, voglio dire tutto meno che la ZTL, tutto per me, ovviamente, sono uno che si riempie con poco, morboso, paranoico, soprattutto poco organizzato; Gioia stava per presentare la tesi di dottorato, ero felice, le ero utile, le davo una mano pratica e non soltanto da correttore di bozze, dormivamo spessissimo insieme, ero meno geloso e anche più bravo a scopare e non avevo che lei per la testa e così la mattina l’accompagnavo un pezzetto, duecento metri, mica di più, lungo il Corso, per salutarla più avanti, presso l’ufficio dove andava a vedere la posta elettronica. Si ma cazzo otto multe?, dice il capo, paterno. Sono proprio fuori. Dove ho la testa. A che cosa penso. E poi: se la macchina io non ce l’ho?, me l’ha prestata mia madre, ah già, dice il capo, tua madre. Ricordi capodanno?, gli faccio, la nevicata?, avevo chiuso io qui, ero rimasto a piedi, la moto sotto un cumulo sembrava un pupazzo mongoloide, non fosse stato per Gioia e Costanza che erano con Daniel a una festa, non so, un’anabasi, ci hanno messo un’ora e mezza per fare dieci chilometri, mi dico che un altro po’ assideravo, sicché il giorno dopo mia madre mi fa: tieni la macchina, tienila un po’ che almeno sverni, va là. Diocaro, proprio adesso che con Ivan in casa e con mia sorella respiravo un po’. E’ mai possibile? Settimana scorsa per esempio tre volte a teatro per carità sette euro a biglietto, non dico mica, però sette quattordici ventuno, mettici spritz e birretta con piada, quando mai?, soltanto sei mesi fa avrei fatto bancarotta. Sorridono un po’. Ma come hai fatto?, non sai della ZTL?, delle telecamere, e dei segnali?, sei cieco?, ti fai? Macché. Ho anche smesso di bere, Gioia sennò mi fa il culo. Risate. Dai. Magari si risolve. Novanta euro, hai detto? Otto per nove cinquantaquattro, cioè no, settantadue. Eh. La quattordicesima con buona aggiunta. E Daniel, come sta Daniel, non è più insieme a Costanza? Pare di no. Lui sta bene. Fa carriera, dico, mentre timbriamo, saliamo le scale, ci mettiamo di buona lena in macchinoso silenzio, interrotto dagli ordini e un’ora dopo dallo squillo del cellulare (teoricamente proibito). Ho controllato, fa l’avvocato,  attraverso il mio uomo all’Avana; mi spiace, mi dice, mi spiace davvero, perchè c’è poco da fare. E in tutto le multe sono diciotto.

stronzetto

25 giugno 2009

Leggendo il giornale in un baristico cicaleccio di sopracciglia epilate e polpacci tatuati, accostavo le plebi opulente del putrefatto paese alla totale mancanza di un’idea di grandezza; e impegolandomi, ovvio, all’istante, sopra un’alternativa alla foia quale lobotòmico vertice  – don’t think, just feel! – di un’epoca in tutto virata al Sentire, mi toccava pensare si desse urgente bisogno d’aristocrazia. Cercavo allora certe parole di Albert Camus citate da Franco Cassano in un libro letto ormai anni fa, giusto per constatare di non averlo acquistato nè di averlo sia pur sommariamente riassunto, cosa che cerco di fare quando non sono in ricchezza e vago per biblioteche – ma che soltanto in casi rarissimi riesco a terminare, come  appunto dimostra il Cassano; la citazione del quale, scartabellando, ho poi sospettato non stesse nel libro, forse l’unico bello fra i Cassano che ho letto, ma chissà dove, lasciandomi in seme l’orrendo sospetto che persino il Francese, alla democrazia del sentire – così ben pasturata dal maiale al governo – preferisse l’opposto.

Sarò io

24 giugno 2009

non dico mica, ma più che idiozia falsa coscienza o rincoglionimento dilagante, mi pare si tratti – e proprio biologicamente – di decomposizione. Anzi, di conclamata putrefazione. Ma non tanto, cioè in prima istanza, di putrefazione morale. E comunque non di morale, più o meno putrefatta, discorrevo oggi, fra me e me, uscendo dal giornalaio del Corso. Putrefazione neurale, pensavo. Cerebrale. Un tizio in doppiopetto, piacente, brizzolato, abbronzato ingellato e scamosciato, sulla sessantina, scherzando con il giornalaio rammentava come Clinton a suo tempo se la fosse cavata: gli americani, diceva, son puntigliosi, separano il grano dal loglio e la penetrazione dal resto. Poiché le penetrazioni sono illegali, se Clinton fosse stato beccato a chiavare l’avrebbe avuta nel culo (sic). Lui però ha mostrato gli spiccioli (fa il gesto: con la mano palleggia un’immginaria cocuzza), e così gliel’ha messa in boffice. Cosa volete, sbuffava il signore con fare munifico. Siamo noi gente strana. Abbiam problemi, credetemi. Seri problemi (palleggia di nuovo). Il giornalaio, in maniche di camicia, rideva beato. Faceva “no-no” e mi allungava il Mattino.

Scriveva Daniel:

23 giugno 2009

la verità è che sono deluso. E anche abbastanza solo. Deluso e solo. Mi piace, in un certo senso. Ma poi non so. Se ci penso bene, se ci penso adesso, per esempio, scrivendo queste righe a non so ben chi delle quali tuttavia, come insegnava sempre il Maestro, devo comunque prendermi la responsabilità, ecco… già penso che a ben guardare non è poi del tutto vero. Cioè: non è intero. Voglio dire: io non sono tutto solitudine e delusione. Diciamo allora: la verità è che, almeno in parte, sono deluso e solo. Ma deluso e solo in che parti? Cioè, mi chiedo adesso. Verticale o orizzontale? Orizzontale, mi rispondo. Sono deluso e solo in profondità, mentre a livello di superficie vado abbastanza a gonfie vele.  Pensandoci bene però non so. Tutta la superficie e tutta la profondità: mi sembra un po’ semplicistico. Mi domando allora: e se fosse più complicata, la faccenda?, se cioè avesse anche, per così esprimermi, una verticalità? Dovrei dire che sono parzialmente deluso in superficie e parzialmente deluso in profondità. Parzialmente solo in superficie e parzialmente solo in profondità. Come in me vi fosse una sorta di faglia. Metà superficie sana metà profondità sana; metà profondità malata metà superficie malata. Mi sembra più plausibile. Mi sembra anche più conveniente. Meglio distribuito. Credo d’altronde di avercela, una profondità. Credo che tutti abbiano una profondità, sebbene spesso sembrino dimenticarsene e allorché se ne ricordino non sappiano che farne. O invece si? Sanno. Certo che non se ne vede molta, in giro. Sapranno anche, ma io  non ne vedo molta. Meglio comunque lo dica subito: non è un termine al quale sia abituato, profondità. Sto improvvisando. Sono cose che mi vengono adesso. Immagini che mi vengono adesso. Non so perché mi vengano adesso. Non è la prima volta che mi trovo a disporre di un’ora libera in ufficio, e non è la prima volta che annoto delle frasi in un file, una parola dietro l’altra, così, se volete anche un po’ alla cazzo. Ma ho iniziato con “deluso e solo” ed eccomi qui, senza saperne il perché. Può sembrare una debolezza, ma non lo è.  Se infatti sono qui senza saperlo, se non so perché proprio adesso invece che cazzeggiare con twitter o la webcam preferisco scrivere senza sapere a chi mi rivolgo né  in cosa esattamente consista l’urgenza che mi muove, questo con ogni probabilità significa che ciò che sto facendo ha radice nella e proviene dalla profondità; e  nella misura in cui tento di farne alcunché di concreto, testimonia come minimo che io credo a essa, ancorché misteriosa, come a un’entità  reale ed esistente. Profondità: questa sconosciuta. Scherzo, naturalmente. Adesso però seriamente: dunque: profondità: la cosa che sta sotto. Io non ci penso quasi mai alla cosa che sta sotto. La cosa che sta dietro. Sotto o dietro? Come dicevo, profondità non è categoria alla quale sia abituato. Sotto. Dietro. Sarà perché ho sempre preferito stare sopra, perché amo l’evidenza, il mondo com’è. Io cioè amo il mondo così come appare ai miei occhi. Perché mai dovrebbe esserci qualche cosa sotto? Non sto affermando che sotto, oppure dietro, qualcosa, non ci sia mai. Alle volte, sotto, oppure dietro, e talora sia sotto che dietro al contempo, qualcosa c’è. Penso alla mia ragazza, per esempio. Costanza. Anzi no. Lasciamo perdere. Non è il momento di fare battute. Diciamo piuttosto che penso agli amici. Agli amici più cari. Voglio dire: penso che pensino. E’ inevitabile. Penso che i miei amici pensino, ma che il loro pensiero, come quello di tutti, non si veda. Penso anche che abbiano un’anima. E che la loro anima, come il loro pensiero, così come l’anima e il pensiero di tutti, non si veda. E allora capisco. La mia religione del resto mi ha insegnato che dietro all’apparenza ci sono le altre cose. E le cose che stanno dietro l’apparenza sono quelle più importanti. Io credo alla mia religione. Insomma, credo di avere fede. Per esempio credo alla resurrezione della carne. Benché non abbia difficoltà ad ammettere di nutrire perplessità intorno alla preferibilità delle cose visibili sulle cose invisibili – per esempio: se sia preferibile ciò che della mia ragazza posso solo immaginare o il modo in cui la sua persona si manifesta – io sulla resurrezione della carne non ho nulla da eccepire. Non ho mica difficoltà, a parlarne. Non credo ci si debba vergognare. Inoltre non comprendo – francamente: non comprendo – cosa ci sia di meglio nella reincarnazione. Cos’abbia di meglio da offrire. Non comprendo perché tanta gente preferisca credere alla reincarnazione piuttosto che alla resurrezione della carne, per qual ragione trovi la reincarnazione non soltanto più plausibile, ma anche fattivamente, in concreto, insomma da un punto di vista schiettamente pratico, più opportuna della resurrezione della carne. Ho anche sentito un tale dire che credeva a tutte due le cose.  Sia alla reincarnazione che alla resurrezione della carne. La reincarnazione nel medio termine, diceva, la resurrezione della carne invece nel lungo e nel lunghissimo termine. Il fatto è, gli ho detto, che persone come te non credono all’individualità. Non credono all’assoluta irripetibilità. Non ci credono. Non è cosa da poco, mi pare. Ne va dell’umanità. Ma, a parte questo, poi me ne sono stato zitto.

una notte in tunisia

22 giugno 2009

Lo spettacolo era bello. Soprattutto nella parte centrale. Quella in cui Vitaliano Trevisan e Tiziano Scarpa sono soli sul palco – padrone e servo – a delirare. La parte iniziale e la parte finale – si tratta di un dramma in tre atti, grosso modo – soffrono invece un po’. A causa dell’altissima qualità dell’atto di mezzo, ma anche per la presenza dei due attori che, nel primo e nel terzo, li accompagnano. Ciò  nella misura, e tanto più percepibilmente in quanto gli interpreti si prodighino per rendere verosimile il dettato, calandolo in un catalogo recitativo di gesti modulazioni sbuffi mosse arrovesciamenti, tipicamente tradizionale, borghese. In larga parte comico, Una notte in tunisia è invece un testo caratterizzato da un’indomabile antinaturalismo; e il grottesco, a tratti micidiale, che sparge e sprigiona, esala proprio da questa innaturalità, dall’essere tout court testo scritto, non parlato – semmai, declamato. A prender direttamente parola sembra, del resto, in più momenti, l’irredimibile, endemica demenza di tutto e di tutti, linguaggio compreso; senza sconti e nelle più svariate gradazioni.

Quanto a me, stendiamo un velo pietoso. Mangiato male, bevuto troppo e oggi testa completamente in pappa.

Seconda volta

20 giugno 2009

a teatro, ‘sta settimana. Una pacchia malgrado il salasso di quindici ore che mi ha sfiancato il giorno: Lucio dice che il capo si vendica con turni impossibili a fronte di qualsivoglia richiesta, cioè tiene una sua solenne contabilità e anche per questo piace alla corte, ringhia e fa cuccia alla perfezione, armonico al paese schifo e all’epoca minuscola; naturalmente fa pena se fuori hai uno straccio di vita, qualcosa a cui pensare, ma fatto com’è, dice Lucio, lì fuori quello sta in casa a tirare, e buon per lui che c’ha la morosa. Però con noi tutto sommato sa  esser prodigo, gli dico io; c’è di peggio, ho visto di peggio, pensa: avevo chiesto tre giorni e tre me ne ha dati, cosa voglio di più? Una pacchia sul serio a sette euro l’una tre sere ai bastioni per la rassegna teatrale, e notevole, quest’anno, nel senso almeno del cartellone; domenica abbiamo visto la Guidi, cofondatrice della Societas Raffaello Sanzio: “Flatlandia” da Abbot-Abbot, secondo me magnifica; ieri invece i Motus e fra il pubblico, un centinaio, c’era anche Silvano, che anni fa me ne parlava benissimo, sicché a Gioia: prenoto, sono curioso e del mio ex coinquilino, secondo me, c’è da fidarsi; sicuro?, fa lei, ma si, le dico, questo mese, con Ivan in casa, sono anche relativamente in carta. Un androgino bianco con rotelle sotto i piedi pattina su una piattaforma circolare, nel buio spazializzato da figure di luce e rumori di traffico, folla, manifestazioni dell’Onda e cortei fascisti – l’aspirante sindaco Marin, leggevo, ha festeggiato con l’ex socialista Covi (come Gioia infallibile pronosticava) insieme ai più funesti, durante la partita di calcio, nella curva berciante – e poliziotti, vigili, passanti, inquilini del piano di sopra e di sotto, aspiranti ronde nere: non c’è più spazio in galera, escono subito, noi li meniamo sul furgoncino, un bel sacco in faccia, così poi ci pensano. La figura con ruote precipita, si rialza, dorme, si sveglia, corre, si schianta, si risolleva e si lascia cadere, schiva le auto, si accuccia, passa sotto i raggi di luce, viene assediata, incuneata, sfiorata, travolta da quadrati e rombi e triangoli rossi bianchi e verdi, con scrosci di vetro e d’acciaio, boati, soffioni, lacrimogeni, imprecazioni, ma la figura con ruote risorge e gira e rigira in tondo scatenata e quando non riesce più a sollevarsi, fa roteare vorticosamente un pattino in senso opposto a quello dei cerchi di luce chiusi e concentrici intorno. Così, più o meno. Il bastione è quasi una grotta, una catacomba in pietra viva e fresca, fuori è un colle con molto verde e il sentiero, illuminato dalle fiammelle, è popolato da piccoli crocchi bisbiglianti. Silvano si ferma con la bicicletta: e allora?, non brutto, faccio, no, dice Gioia, che torna da un po’ di PR, trentacinque minuti, un videogioco, anche un’idea – devono essere tutti i blockbuster che vedo – un po’ graphic novel. Qualche problema con il significato, però. Nel senso che non si va molto più in profondità di quanto possa offrire la lettura di un dazibao in una facoltà occupata, o di quanto del mondo riproduca il claustrofobico videogioco dell’informazione mediatica, secondo le modalità di riproduzione del mondo proprie della più claustrofobica informazione mediatica; capisco che il soggetto del disagio in ultima istanza politico, ma in prima antropologico, nelle quali cerca o almeno pare cerchi di incarnarsi la cosa “Contestazione” sia questo, cioè un androgino uomodonna con le ruote ai piedi che corre, viaggia, dorme per strada, viene da chissà dove – figura di movimento, figura di straniero, figura d’autonomia con un cappuccio bianco ergo d’anomia – a rischio costante di frantumazione, presa fra opposte moltitudini, a un tratto sparata – bang-bang! – e morta, ma risorta e per un buon tratto dello spettacolo disperata in gran daffare affinché la macchia del suo stesso sangue, rimossa dal claustrofobico videogioco del mondo, torni a sgorgare dal supporto-terra del videogioco stesso, a chi mai si riferirà?, e perché comunque, sempre solitudine?, e perché questo movimento?, fermarsi un attimo (per dirla con gli scrittori Bugaro e Franzoso)?, ahi, retorica: muore, risorge, ricorda, strofina; forse preferisce la solitudine, forse è stato tradito, in ogni modo le sue istanze sono anzitutto sue, questo è il suo momento, si incarna, sta in movimento: stesso soggetto e altresì, tuttavia, non l’esatto medesimo; e volendo, capisco anche cosa possa stare a significare, al finale, dopo il tumulto, lo schianto e l’addio mondo crudele del cazzo, che la solitaria, esausta, sconfitta, egli-ella incarnazione apra il disco sul quale gira – un disco!, in effetti, non ci avevo pensato – e vi si interri, cioè si corichi sotterra mentre un germoglio di luce smeraldo dal selciato torna a fiorire. Ecco, capisco queste cose, dicevo, certo, sempre se capisco giusto, per carità, magari, dicevo, e sarebbe interessante, si sono semplicemente attivati i miei parametri fossili, le mie categorie imbalsamate, ma insomma, ecco, ho l’impressione di non capire niente di nuovo, di non viaggiare, di non allargarmi la mente, di non partire per nessuna tangente, sto mezzoretta dentro a uno schema che non si trascende, a due dimensioni, quella del disco e quella sottostante, quindi immanente, e bada, dicevo, formalmente tiene, minima diegesi, minima colonna, minimo il simulacro del mondo: immagino che tutto questo significhi, abbia senso, e in effetti come ci penso significa e ha senso, ed è interiormente, intimamente coerente; ma cosa vuoi, non lo so, alla fine la cosa più bella mi è parsa la grazia mascolina, ginocchia di capretto, di lei nel salutare.

Al lavoro

19 giugno 2009

dalle undici del mattino all’una di notte, sveglio tardissimo e completamente svuotato benché smanettando e montando e monitorando le immagini sopra le teste di spalle, avessi la zucca in ebollizione, il sibilo in petto e quel clangore di martelletto, coperchio che batte, fischietto di pirex. Taccuino: scrivo: mi accorgo di aver pensieri, talora giudizi, anche se spesso me ne dimentico e, allorché mi venga posta una domanda diretta, facciano il nulla come la folla dopo lo sparo – il malcapitato per terra (ieri l’altro a Napoli, ancora una volta). Per esempio alla Biennale, sfilando attraverso i giardini, gli occhi grondanti e i talloni piombati – la Djurberg che ha vinto l’argento, Nathalie, in effetti: bellissima – dicevo a Gioia che mi conduceva: il Padiglione Italia sta all’arte contemporanea come la bigiotteria ai gioielli o alla mano di un buon orefice. Lei che l’aveva trovato imbarazzante e, voluto o meno, beatamente dilettantesco, scrivendo un messaggio al suo grande capo, chiedeva: ti posso usare?, mi sembra perfetto.