uno, pensavo

16 giugno 2009

comincia. Comincia come? Comincia e basta, dice. Comincia o inizia? Non cominciare, dice. E’ differente. Cominciamento e inizio sono cose diverse, pensavo. Poi però, un’amnesia. Non ricordo. Taccuino, penna: uno, pensavo, intanto comincia. E’ un casino che non penso, gli faccio. Non si direbbe, fa lui. Comunque stai bene, sei in forma. Però da qualche parte l’ho letto. Eccolo. D’accordo, dico. Sorride. Un pezzo, eh?, gli faccio, per cambiare. Puro caso. Anche perché esco poco, mai da solo. Lui è quello che quattro anni fa, aspettando che ci pagassero, diceva: non puoi pensare di scrivere in quel modo. Il mio apprendista. Quando ancora stavo nel posto piccolo, a macchina unica, facevo il fattorino e avevo l’harem, per chiamarlo così. Un conciliabolo di dementi, per esprimermi invece con parole non mie. Che tempi. Di merda. Già, dico. Ma non per me, dice lui. Avrei anche un incipit, sai. So già qual è, dice. Me l’hai fatto leggere quattro anni fa, aspettando che uscissero i moldavi e finalmente ci pagassero. Volevi scrivere della mia famiglia. Io non ho mai detto che. Mica sono scemo. Stanno chiamando, si entra. Hai prenotato, vero? Si, certo. Poi vai all’altro bastione? Non ho prenotato, lì. E’ sold-out dappertutto. Che poi tu abbia abortito è un altro paio, dice.

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