Seconda volta

20 giugno 2009

a teatro, ‘sta settimana. Una pacchia malgrado il salasso di quindici ore che mi ha sfiancato il giorno: Lucio dice che il capo si vendica con turni impossibili a fronte di qualsivoglia richiesta, cioè tiene una sua solenne contabilità e anche per questo piace alla corte, ringhia e fa cuccia alla perfezione, armonico al paese schifo e all’epoca minuscola; naturalmente fa pena se fuori hai uno straccio di vita, qualcosa a cui pensare, ma fatto com’è, dice Lucio, lì fuori quello sta in casa a tirare, e buon per lui che c’ha la morosa. Però con noi tutto sommato sa  esser prodigo, gli dico io; c’è di peggio, ho visto di peggio, pensa: avevo chiesto tre giorni e tre me ne ha dati, cosa voglio di più? Una pacchia sul serio a sette euro l’una tre sere ai bastioni per la rassegna teatrale, e notevole, quest’anno, nel senso almeno del cartellone; domenica abbiamo visto la Guidi, cofondatrice della Societas Raffaello Sanzio: “Flatlandia” da Abbot-Abbot, secondo me magnifica; ieri invece i Motus e fra il pubblico, un centinaio, c’era anche Silvano, che anni fa me ne parlava benissimo, sicché a Gioia: prenoto, sono curioso e del mio ex coinquilino, secondo me, c’è da fidarsi; sicuro?, fa lei, ma si, le dico, questo mese, con Ivan in casa, sono anche relativamente in carta. Un androgino bianco con rotelle sotto i piedi pattina su una piattaforma circolare, nel buio spazializzato da figure di luce e rumori di traffico, folla, manifestazioni dell’Onda e cortei fascisti – l’aspirante sindaco Marin, leggevo, ha festeggiato con l’ex socialista Covi (come Gioia infallibile pronosticava) insieme ai più funesti, durante la partita di calcio, nella curva berciante – e poliziotti, vigili, passanti, inquilini del piano di sopra e di sotto, aspiranti ronde nere: non c’è più spazio in galera, escono subito, noi li meniamo sul furgoncino, un bel sacco in faccia, così poi ci pensano. La figura con ruote precipita, si rialza, dorme, si sveglia, corre, si schianta, si risolleva e si lascia cadere, schiva le auto, si accuccia, passa sotto i raggi di luce, viene assediata, incuneata, sfiorata, travolta da quadrati e rombi e triangoli rossi bianchi e verdi, con scrosci di vetro e d’acciaio, boati, soffioni, lacrimogeni, imprecazioni, ma la figura con ruote risorge e gira e rigira in tondo scatenata e quando non riesce più a sollevarsi, fa roteare vorticosamente un pattino in senso opposto a quello dei cerchi di luce chiusi e concentrici intorno. Così, più o meno. Il bastione è quasi una grotta, una catacomba in pietra viva e fresca, fuori è un colle con molto verde e il sentiero, illuminato dalle fiammelle, è popolato da piccoli crocchi bisbiglianti. Silvano si ferma con la bicicletta: e allora?, non brutto, faccio, no, dice Gioia, che torna da un po’ di PR, trentacinque minuti, un videogioco, anche un’idea – devono essere tutti i blockbuster che vedo – un po’ graphic novel. Qualche problema con il significato, però. Nel senso che non si va molto più in profondità di quanto possa offrire la lettura di un dazibao in una facoltà occupata, o di quanto del mondo riproduca il claustrofobico videogioco dell’informazione mediatica, secondo le modalità di riproduzione del mondo proprie della più claustrofobica informazione mediatica; capisco che il soggetto del disagio in ultima istanza politico, ma in prima antropologico, nelle quali cerca o almeno pare cerchi di incarnarsi la cosa “Contestazione” sia questo, cioè un androgino uomodonna con le ruote ai piedi che corre, viaggia, dorme per strada, viene da chissà dove – figura di movimento, figura di straniero, figura d’autonomia con un cappuccio bianco ergo d’anomia – a rischio costante di frantumazione, presa fra opposte moltitudini, a un tratto sparata – bang-bang! – e morta, ma risorta e per un buon tratto dello spettacolo disperata in gran daffare affinché la macchia del suo stesso sangue, rimossa dal claustrofobico videogioco del mondo, torni a sgorgare dal supporto-terra del videogioco stesso, a chi mai si riferirà?, e perché comunque, sempre solitudine?, e perché questo movimento?, fermarsi un attimo (per dirla con gli scrittori Bugaro e Franzoso)?, ahi, retorica: muore, risorge, ricorda, strofina; forse preferisce la solitudine, forse è stato tradito, in ogni modo le sue istanze sono anzitutto sue, questo è il suo momento, si incarna, sta in movimento: stesso soggetto e altresì, tuttavia, non l’esatto medesimo; e volendo, capisco anche cosa possa stare a significare, al finale, dopo il tumulto, lo schianto e l’addio mondo crudele del cazzo, che la solitaria, esausta, sconfitta, egli-ella incarnazione apra il disco sul quale gira – un disco!, in effetti, non ci avevo pensato – e vi si interri, cioè si corichi sotterra mentre un germoglio di luce smeraldo dal selciato torna a fiorire. Ecco, capisco queste cose, dicevo, certo, sempre se capisco giusto, per carità, magari, dicevo, e sarebbe interessante, si sono semplicemente attivati i miei parametri fossili, le mie categorie imbalsamate, ma insomma, ecco, ho l’impressione di non capire niente di nuovo, di non viaggiare, di non allargarmi la mente, di non partire per nessuna tangente, sto mezzoretta dentro a uno schema che non si trascende, a due dimensioni, quella del disco e quella sottostante, quindi immanente, e bada, dicevo, formalmente tiene, minima diegesi, minima colonna, minimo il simulacro del mondo: immagino che tutto questo significhi, abbia senso, e in effetti come ci penso significa e ha senso, ed è interiormente, intimamente coerente; ma cosa vuoi, non lo so, alla fine la cosa più bella mi è parsa la grazia mascolina, ginocchia di capretto, di lei nel salutare.

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