Scriveva Daniel:

23 giugno 2009

la verità è che sono deluso. E anche abbastanza solo. Deluso e solo. Mi piace, in un certo senso. Ma poi non so. Se ci penso bene, se ci penso adesso, per esempio, scrivendo queste righe a non so ben chi delle quali tuttavia, come insegnava sempre il Maestro, devo comunque prendermi la responsabilità, ecco… già penso che a ben guardare non è poi del tutto vero. Cioè: non è intero. Voglio dire: io non sono tutto solitudine e delusione. Diciamo allora: la verità è che, almeno in parte, sono deluso e solo. Ma deluso e solo in che parti? Cioè, mi chiedo adesso. Verticale o orizzontale? Orizzontale, mi rispondo. Sono deluso e solo in profondità, mentre a livello di superficie vado abbastanza a gonfie vele.  Pensandoci bene però non so. Tutta la superficie e tutta la profondità: mi sembra un po’ semplicistico. Mi domando allora: e se fosse più complicata, la faccenda?, se cioè avesse anche, per così esprimermi, una verticalità? Dovrei dire che sono parzialmente deluso in superficie e parzialmente deluso in profondità. Parzialmente solo in superficie e parzialmente solo in profondità. Come in me vi fosse una sorta di faglia. Metà superficie sana metà profondità sana; metà profondità malata metà superficie malata. Mi sembra più plausibile. Mi sembra anche più conveniente. Meglio distribuito. Credo d’altronde di avercela, una profondità. Credo che tutti abbiano una profondità, sebbene spesso sembrino dimenticarsene e allorché se ne ricordino non sappiano che farne. O invece si? Sanno. Certo che non se ne vede molta, in giro. Sapranno anche, ma io  non ne vedo molta. Meglio comunque lo dica subito: non è un termine al quale sia abituato, profondità. Sto improvvisando. Sono cose che mi vengono adesso. Immagini che mi vengono adesso. Non so perché mi vengano adesso. Non è la prima volta che mi trovo a disporre di un’ora libera in ufficio, e non è la prima volta che annoto delle frasi in un file, una parola dietro l’altra, così, se volete anche un po’ alla cazzo. Ma ho iniziato con “deluso e solo” ed eccomi qui, senza saperne il perché. Può sembrare una debolezza, ma non lo è.  Se infatti sono qui senza saperlo, se non so perché proprio adesso invece che cazzeggiare con twitter o la webcam preferisco scrivere senza sapere a chi mi rivolgo né  in cosa esattamente consista l’urgenza che mi muove, questo con ogni probabilità significa che ciò che sto facendo ha radice nella e proviene dalla profondità; e  nella misura in cui tento di farne alcunché di concreto, testimonia come minimo che io credo a essa, ancorché misteriosa, come a un’entità  reale ed esistente. Profondità: questa sconosciuta. Scherzo, naturalmente. Adesso però seriamente: dunque: profondità: la cosa che sta sotto. Io non ci penso quasi mai alla cosa che sta sotto. La cosa che sta dietro. Sotto o dietro? Come dicevo, profondità non è categoria alla quale sia abituato. Sotto. Dietro. Sarà perché ho sempre preferito stare sopra, perché amo l’evidenza, il mondo com’è. Io cioè amo il mondo così come appare ai miei occhi. Perché mai dovrebbe esserci qualche cosa sotto? Non sto affermando che sotto, oppure dietro, qualcosa, non ci sia mai. Alle volte, sotto, oppure dietro, e talora sia sotto che dietro al contempo, qualcosa c’è. Penso alla mia ragazza, per esempio. Costanza. Anzi no. Lasciamo perdere. Non è il momento di fare battute. Diciamo piuttosto che penso agli amici. Agli amici più cari. Voglio dire: penso che pensino. E’ inevitabile. Penso che i miei amici pensino, ma che il loro pensiero, come quello di tutti, non si veda. Penso anche che abbiano un’anima. E che la loro anima, come il loro pensiero, così come l’anima e il pensiero di tutti, non si veda. E allora capisco. La mia religione del resto mi ha insegnato che dietro all’apparenza ci sono le altre cose. E le cose che stanno dietro l’apparenza sono quelle più importanti. Io credo alla mia religione. Insomma, credo di avere fede. Per esempio credo alla resurrezione della carne. Benché non abbia difficoltà ad ammettere di nutrire perplessità intorno alla preferibilità delle cose visibili sulle cose invisibili – per esempio: se sia preferibile ciò che della mia ragazza posso solo immaginare o il modo in cui la sua persona si manifesta – io sulla resurrezione della carne non ho nulla da eccepire. Non ho mica difficoltà, a parlarne. Non credo ci si debba vergognare. Inoltre non comprendo – francamente: non comprendo – cosa ci sia di meglio nella reincarnazione. Cos’abbia di meglio da offrire. Non comprendo perché tanta gente preferisca credere alla reincarnazione piuttosto che alla resurrezione della carne, per qual ragione trovi la reincarnazione non soltanto più plausibile, ma anche fattivamente, in concreto, insomma da un punto di vista schiettamente pratico, più opportuna della resurrezione della carne. Ho anche sentito un tale dire che credeva a tutte due le cose.  Sia alla reincarnazione che alla resurrezione della carne. La reincarnazione nel medio termine, diceva, la resurrezione della carne invece nel lungo e nel lunghissimo termine. Il fatto è, gli ho detto, che persone come te non credono all’individualità. Non credono all’assoluta irripetibilità. Non ci credono. Non è cosa da poco, mi pare. Ne va dell’umanità. Ma, a parte questo, poi me ne sono stato zitto.

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