Diciotto

26 giugno 2009

Tutte fra gennaio e marzo. Tutte, o quasi, allo stesso varco. Tutte, grosso modo, alla stessa ora: fra mezzogiorno e l’una. Vengo a saperlo mentre sto lavorando – e proprio di giovedì che, dove lavoro, è il giorno piùppiù: si monta, si sposta, si mette in macchina e si fanno programmi al computer, quindi si verifica che ogni cosa sia stata allestita, fissata, assemblata a dovere e alla partenza dei primi spettacoli, scaricando il nuovo e monitorando frattanto fuoco, quadro, rulli, temperatura, illuminazione si valuta bene che tutto sia in bolla col resto: insomma si sgobba. Prima di timbrare il badge, fumando una cicca con Diego e il capo, racconto di attender lo squillo dell’avvocato – un amico, più o meno – cui mi sono rivolto per via di otto multe, delle quali quatto pervenute oggi, tutte beccate durante i due mesi in cui mia madre mi ha prestato la macchina. Me ne occupo io non ti preoccupare, aveva detto, mettendo però le mani avanti ché pronto al peggio non mi facessi illusioni: il giudice applica e basta, non ha molti margini; che tu non sappia la legge e che perciò le tue multe si presentino identiche non cambia la situazione; sai, il diritto amministrativo è meno flessibile di quello penale – di cui si occupa, o si occupava – però tu aspetta a pagare, bene o male hai due mesi di tempo, due mesi hai tenuto la macchina, due mesi sei andato da Gioia – che conosce abbastanza – dentro e fuori dal Centro, speriamo insomma sian solo quattro: un paio di settimane, non più, vedi quante ne arrivano e tienmi informato, che nel frattempo domando a un amico il da farsi. Sennonché oggi ne arrivano altre quattro, quindi lo chiamo, racconto ai colleghi: tutte con date diverse, perché non è che i vigili spediscano in ordine, prima quelle prese a gennaio, poi quelle prese a febbraio e via così, nossignore, non si capisce il sistema, capace arrivino sei mesi dopo, chissà in che numero, alla rinfusa, roba da pazzi, roba che non avessi dovuto renderla sarei andato in eterno sueggiù, figurarsi se ci pensavo, chissà cos’avevo per la testa in quei cazzi di giorni, cioè lo so che cosa avevo per la testa, Gioia e la scrittura, prima Gioia, poi la scrittura, voglio dire tutto meno che la ZTL, tutto per me, ovviamente, sono uno che si riempie con poco, morboso, paranoico, soprattutto poco organizzato; Gioia stava per presentare la tesi di dottorato, ero felice, le ero utile, le davo una mano pratica e non soltanto da correttore di bozze, dormivamo spessissimo insieme, ero meno geloso e anche più bravo a scopare e non avevo che lei per la testa e così la mattina l’accompagnavo un pezzetto, duecento metri, mica di più, lungo il Corso, per salutarla più avanti, presso l’ufficio dove andava a vedere la posta elettronica. Si ma cazzo otto multe?, dice il capo, paterno. Sono proprio fuori. Dove ho la testa. A che cosa penso. E poi: se la macchina io non ce l’ho?, me l’ha prestata mia madre, ah già, dice il capo, tua madre. Ricordi capodanno?, gli faccio, la nevicata?, avevo chiuso io qui, ero rimasto a piedi, la moto sotto un cumulo sembrava un pupazzo mongoloide, non fosse stato per Gioia e Costanza che erano con Daniel a una festa, non so, un’anabasi, ci hanno messo un’ora e mezza per fare dieci chilometri, mi dico che un altro po’ assideravo, sicché il giorno dopo mia madre mi fa: tieni la macchina, tienila un po’ che almeno sverni, va là. Diocaro, proprio adesso che con Ivan in casa e con mia sorella respiravo un po’. E’ mai possibile? Settimana scorsa per esempio tre volte a teatro per carità sette euro a biglietto, non dico mica, però sette quattordici ventuno, mettici spritz e birretta con piada, quando mai?, soltanto sei mesi fa avrei fatto bancarotta. Sorridono un po’. Ma come hai fatto?, non sai della ZTL?, delle telecamere, e dei segnali?, sei cieco?, ti fai? Macché. Ho anche smesso di bere, Gioia sennò mi fa il culo. Risate. Dai. Magari si risolve. Novanta euro, hai detto? Otto per nove cinquantaquattro, cioè no, settantadue. Eh. La quattordicesima con buona aggiunta. E Daniel, come sta Daniel, non è più insieme a Costanza? Pare di no. Lui sta bene. Fa carriera, dico, mentre timbriamo, saliamo le scale, ci mettiamo di buona lena in macchinoso silenzio, interrotto dagli ordini e un’ora dopo dallo squillo del cellulare (teoricamente proibito). Ho controllato, fa l’avvocato,  attraverso il mio uomo all’Avana; mi spiace, mi dice, mi spiace davvero, perchè c’è poco da fare. E in tutto le multe sono diciotto.

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