Quello in tuta

27 giugno 2009

è proprio un cane, non vedi che non sta in piedi? – così Gioia, trucibalda, a cinque minuti dall’inizio – Guarda là che roba: c’ha pure la pancia. Ci arriva strisciando, alla fine, vedrai. Siamo al teatro alle Tese, presso l’Arsenale di Venezia, per la quasi anteprima di Swan Lack/Thank u ma’am, balletto in due parti di Michael Clark su musiche di Bruce Gilbert & Wire, Brian Eno, David Bowie e, almeno in teoria, anche Iggy Pop e Lou Reed; dico in teoria perché, salvo ingiustificabile ignoranza, di quest’ultimi, se non durante l’intervallo – pubblico in uscita nella brezza luccicante, note da zerbino alle conversazioni – non sovviene vibrazione. E’ il mio primo balletto e, dopo una giornata da bruciare fra scorno e umiliazione sono in salvo su un atollo: guarda un po’ dove mi trovo!, in che magnifico teatro!, senza spendere un quattrino!, bene attento mentre fumo, non sapendo di quest’arte, a tener chiusa la ciabatta. Scalzi sulle assi, specie in apertura, i ballerini son perplessi, preoccupati dalle schegge?, spesso fuori sincro sia fra loro che col ritmo. Quello con la pancia deambula disperso; somiglia a un a un mio collega, calvo in tuta con il piercing: stessa angoscia impressa al volto dalla grande alacrità, stesso mesto risultato. Sta lì solo a claudicare, fra la musica di  Gilbert – robotica e seriale – e la barra luminosa verde-radar che scandaglia il fondale, quasi interrogando le figure, spesso curve e arrotondate, tracciate nello spazio dai corpi dei compari; i cui rallentamenti fusionali hanno a contrappunto accelerate con uscita laterale (o frontale – sempre lui, nella seconda parte: per un attimo abbiam temuto il peggio) e poi scissioni, e rizomatiche addizioni, in una sorta di meiosi con finale scoppiettante, anche bello, di lapilli. Se ne salva giusto una, fa Gioia, all’intervallo. Ma sarà meglio faccia attenzione; tende a strafare, alza la gamba, non stringe le chiappe e così si sfianca. Non si fa? No, bruttissimo!, ma almeno ci prova. Gli altri, specie i maschi, sembrano elefanti. La seconda parte, con Bowie che canta, è  già  più gastronomica – buon vecchio rock’n’roll e un’acustica ballata con riferimenti marinari al solito Querelle; sennonché quando appare in videoclip  – e stiamo parlando del video di Heroes, non di inediti o rarità – David ghermisce ineluttabilmente ogni residua attenzione e i danzatori diventano microorganismi in concitazione, patacca multicolore sul vetrino del piccolo chimico: dovrebbe far riflettere, no?, dice Gioia,  qualcosina non funziona; invece intorno è tripudio, cenni di standing ovation: saranno i parenti?, i genitori?, o piuttosto la bella gente – per altro già al mare – odorosa di creme e vogliosa di sole, vinello, balere? Mi sa…, dice lei. E se Clark, pudibondo – sarà mica il panzone? – resta nascosto, ritenendo inconcluso il lavoro, brindiamo anche noi ritornando: alla consueta vergogna dei treni come al suo trionfo.

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