konz

31 luglio 2009

Sera, quasi le dieci, camminando verso casa di Gioia, piazzetta San Niccolò. Squilla il cellulare. Daniel. Ti do una gran bella brutta notizia, dice. Eh? So che tu leggi il Mattino. Grande, bella o brutta?, faccio. Brutta, dice. Brutta e grossa, purtroppo. S-sentiamo, balbetto. Okay: Il maestro è dentro.

Silenzio. Momento di smarrimento.

Quello che io chiamo maestro, il mio maestro, che è anche il maestro di Daniel, il nostro maestro, il maestro della scrittura: non può essere. Daniel non lo chiama maestro. Lo chiama per nome. Come me, del resto. Quando lo nominiamo diciamo: Giulio. L’altro maestro, invece, quello che io chiamo Konz, ma che nessuno più chiama Konz dai tempi del liceo, è più plausibile. Lo chiamano maestro, nel giro abbastanza horror che frequenta Daniel, perché sa suonare. Si presentava come direttore d’orchestra. Come musicista. Da ultimo come insegnante di musica. Forse, ma non è detto, è diplomato al conservatorio. Che abbia studiato composizione credo però sia vero.

Il maestro è dentro, dice Daniel. Konz?, sussurro. Già, dice Daniel. Dentro in prigione? Esatto, dice. So che leggi il Mattino, e volevo risparmiarti lo shock, domattina. Mi pareva giusto dirtelo. D-da dove chiami?, faccio – per un attimo mi prende l’orrendo sospetto; non è il tuo numero, questo. No, infatti. E’ della mia ragazza. Sono in ferie, dice Daniel. Pausa. Cerco di raccapezzarmi. Rapina, spara Daniel. Un’eco. Nel mezzo della piazzetta. Traccia di capogiro: istintivamente annuisco. Dentro dico: “si”. E non perché quel che mi racconta Daniel sia bene. O giusto. O sbagliato. Non riesco, in realtà, a realizzare. Ma io, dentro, ho qualcosa che dice: “si”. Qualcosa che mestamente, in modo subdolamente solenne, annuisce.

Lo so, dice Daniel. E’ pazzesco. Eppure, dice, impossibile non pensare a certi discorsi che abbiamo fatto. Ricordi? Eccome, se ricordo. Attorno a capodanno. Daniel l’aveva ospitato. Konz dopo un po’ se ne era andato. Così. Di punto in bianco.  Non è per i soldi, aveva detto Daniel. Sapevo com’era messo. Anche se cinquanta euro, aveva detto, così, simbolici, voglio dire, per il disturbo, non sono questa gran cosa. Anche perché per il taxi li aveva. Se non hai la macchina, da qui alla città, a piedi, è dura. Specie la notte. Specie se hai fatto bagordi. Non so, aveva detto: anche soltanto, semplicemente, una parola, una rassicurazione: per sapere. “Cosa farai adesso?” “Mah, pensavo questo.” “C’è questa persona che”. “Ma sei sicuro?” “Non credi che.” Macché. Niente. Enigma. Addio. Sparito. Capito un cazzo, di lui. Della sua situazione economica. Dello sperpero di denaro dei due anni precedenti. Del lavoro, rifiutato. Della casa che non aveva più. Uno del giro, che possiede una tipografia, gli aveva offerto un lavoro. Da operaio, per carità. Ma in regola. E a tempo pieno. Le sbronze, così, uno se le paga. Ogni tanto, anche nei locali di lusso. Dove, poi, comunque, ci son sempre gli amici, no? Konz dopo qualche giorno aveva desistito, dicendo di aver bisogno di tempo per prepararsi, in seguito a un ingaggio, in Austria, come direttore d’orchestra. Molti soldi. Un paio di mesi.  Poi da cosa nasce cosa. Ma certo, come no. Nemmeno del cane che si era trovato, aveva capito niente. Da dove saltasse fuori, di chi fosse. Non era un cucciolo e tenerlo in casa, un po’ di problema, a Daniel, faceva. Come fai a sapere queste cose? gli dico. Sono già uscite? No, dice. L’ho saputo da Franz. La cui ragazza è amica dell’Ale, una del giro – devi averla anche vista una o due volte. Collega di Alf, cui dev’essersi rivolto il maestro. Magari attraverso Max. Capisco, faccio. Sotto casa di Gioia, Daniel chiude. Lo ringrazio.

Nausea. Amarezza. Queste catene di Sant’Antonio.

Ricordo la litigata con Gioia. La prima delle loro due grosse litigate. Quest’inverno. Proprio sul maestro. Daniel mi proponeva di prenderlo in casa. Avevo bisogno di affittare una stanza. Daniel, malgrado le consuete stranezze, pensava potesse fare al caso mio. E’ un tuo vecchio amico. Lo conosci bene. Nella condizione in cui sei. Gli dispiaceva che sparisse. In effetti, ero messo malissimo. Indebitato fino al collo. Avevo necessità. Gioia però si era opposta. Ma come, scusa?… Daniel non trovava vi fosse contraddizione. In fondo, il maestro era sempre stato bizzarro, ma non aveva mai fatto niente di male. Al limite, il problema era il cane. Il cane? Era che si apprestava a ospitare un’altra persona. Gliel’aveva promesso. Il caaaane? Ne era uscita una litigata. Intorno alle ambiguità. Più che di Konz, dei cosiddetti amici…

Metto via il cellulare. Respiro. Si soffoca.

Suono. Un minuto!, dice Gioia, dal balcone.

Luci fioche, spompe. Sta per fare buio. E’ notte fonda, in realtà.

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un’oretta

30 luglio 2009

Perduto il tram – il prossimo 45 minuti più tardi, alle 21.15 – decido di farmela a piedi fino a casa di Gioia, in centro, dove mangeremo una pizza per asporto, vedremo le liste dei film che prenderanno parte alla mostra del cinema di Venezia e ascolteremo dei brani musicali che Laura Liberale, con cui suono in una cover band, vuol farci eseguire in occasione delle prime cinque o sei presentazioni pubbliche del suo romanzo d’esordio Tanatoparty per i tipi padovani di Meridianozero, la cui pubblicazione è prevista per settembre. Il tragitto, a piedi, l’ho fatto soltanto un’altra volta, l’anno scorso, ben combusto d’alcol, tornando da casa di Gioia alle 4 del mattino, forse a fine inverno, quando già ci corteggiavamo, ma io avevo fifa e più che a cederle – poiché se non ricordo male, capitolavo abbastanza di frequente – non riuscivo a rimanere a dormire spaventato fra le altre e più incasinate cose dalla chiusura con sicura verticale dall’interno – noi cioè dentro – dell’appartamentino che nel cuore della notte mi appariva sempre più vividamente una sorta di forziere e dal fatto che il portoncino d’ingresso al palazzo, al pianterreno, fosse sprovvisto di qualsivoglia dispositivo d’apertura sicché, qualora uno avesse dimenticato le chiavi e fosse rimasto chiuso fuori, si sarebbe trovato al tempo stesso imprigionato nella tromba di un palazzo che mentre dall’esterno appare se non grande almeno signorile, dall’interno, diviso e parcellizzato com’è, si rivela invece patibolarmente angusto e, a seconda dei mesi, caldissimo o freddissimo. Mi sono messo in cammino di buon passo nella sera rosa e viola lasciando al capolinea la stizza per i due minuti di ritardo (onde ho perso il tram) e gli orari insulsi della tabella estiva, gonfio ancora un po’ del lungo sonno meridiano dovuto in parte alle scarpinate mattutine  (per pagare le sanzioni e riscattare il mezzo di trasporto che da eterno e indifendibile coglione mi son fatto sequestrare), in parte al consueto debito in stanchezza che annualmente contraggo con il mondo; e assaporando i differenti carismi e le difformi atmosfere, straordinariamente quiete, di questa porzione ampia e sprofondata di città, come al solito non mia, benché via sia nato cresciuto divenuto adulto, l’ho trovata grazie all’afa almeno in pace, in una mutua indifferenza fratellastra, presa a farsi le abluzioni e a portare fuori il latte a cani e gatti per la notte.

momentox

29 luglio 2009

Anche oggi stanco morto. Riuscito a fare niente. Svegliato con Gioia alle 7, andato alla stazione, andato alla polizia, andato in banca, andato a casa a piedi. Sentita mia sorella per farmi prestare soldi, ottenuti i soldi, sentita mia madre, risentita mia sorella, preoccupazione per i soldi,  dette bugie, tagliato corto, ottenuti i soldi, dette altre bugie, al supermercato per prendere lo zucchero artificiale la coca cola i sacchetti per fare il ghiaccio un collega mi dice che se ho bisogno di soldi me li presta lui, mi dice che lo scrittore di cui gli parlavo ha oggi due pagine su Repubblica, mi fa star male, che bello!, dico, e mento, lo ringrazio, gli dico che gli presto il libro, e intanto precipito… comunque a piedi, fino a venerdì niente moto, e ringraziare Gioia che mi salva con il bene e i consigli: due sere fa ero in lutto, fortunatamente andavo da lei, avevo una meta, pensavo, mentre tutto sembrava ritrarsi durissimo nell’imbrunire di pietra sputando per terra con le braccia conserte: la mia città. Arrivato a casa sudato affranto guardate un po’ le notizie del giorno, non ricordo niente, niente di particolare, ieri Clooney e la ex velina, che scivolone Clooney!, vista una ragazza del centro con stivali in pelle nera al ginocchio alla moda di merda con le dita e i calcagni di fuori e portava le unghie dei piedi lunghe e limate a punta come artigli, un orrore, comunque sentita Gioia al telefono, poi ancora mia madre, quindi addormentato di schianto sulle 14.30. Fuori, vedo, c’è ancora un bel sole, sono le 19.30. Fra un’ora il tram. Cena con pizze per asporto, pago io, dice Gioia, ti racconto quel che è successo oggi al lavoro, mi dai un’opinione: sta camminando svelta perde il vaporetto impreca mi domanda di guardare in internet se le è arrivata una cosa. Mi consiglia di lasciar perdere il racconto della madonna che dovevo finire due mesi fa e riprendere quel che stavo facendo prima con la scrittura. Praticamente abortito, mi sa. Quello che stavo facendo prima, però, al confronto, è incubo e in questi giorni di incubi ne ho a sufficienza. Anche questo blog mi fa una strana impressione. Gli ultimi due post ho pensato di sopprimerli. Cose che mi succedono non è il caso di dirle, cose di cui mi è capitato di parlare, idem. E poi dire il mio nome?, cambiare il mio nome, e via discorrendo, problematizzando: ma de che? Allora cosette, tipo: il prato della valle, la sera, cioè la piazza più grande della città in cui vivo, che è Padova – si può mettere un link, con una foto, penso, senza star tanto a spiegare: bello, questo – una piazza rotonda con un parco in mezzo, con parecchia gente la sera che passeggia o si siede sull’erba o nel centro presso la fontana e mangia un gelato e prende il fresco, oppure amoreggia nelle zone buie, noi invece attrezzati per la cena mangiamo panini buonissimi e beviamo una birra, da Gioia c’è la coinquilina, ha un periodo tremendo, meglio lasciarla in pace, e poi facciamo una cosa differente senza spendere molto,  facciamo una cosa un po’ rumena, un po’ moldava, visto che la situazione per me finanziariamente si è messa male, ma non è detta l’ultima parola, paga Gioia, i panini, li ha fatti lei, e sta lavorando!, un tesoro!, poi si va da me a dormire. I ragazzi stranieri, sconvolti, a torso nudo, si passano la roba di mano in mano fermandosi davanti a noi quattro cinque minuti, equipaggiati per la notte, dormono fuori con questo caldo, si fanno la loro vacanza, vediamo anche ragazzi più grossi, più alti, meglio vestiti, e soli, lo sguardo lungo, gigolò, passeggiano nel buio, fanno pensare a Pasolini, noi come non esistessimo seduti sul bordo del canale con i panini e le birre parliamo e diciamo ridicolo l’esercito nelle città come non si sapesse chi come dove quando. Poi un gelato da Grom, che è una catena di gelaterie molto buone e genuine, poi qui da me a dormire. Ah, ecco, si, dimenticavo: sono in ferie.

finte befane

22 luglio 2009

Appena imboccato il corso, alle otto e mezzo, le spalle alla stazione, mi appaiono i sederoni di tre befane ricoperte di stracci, i calzettoni di lana arricciati alle caviglie sopra gli zoccoli, la gonna al polpaccio rattoppata sotto maglioni golf scialli e controscialli, retta da doppie triple cinture di stoffa sbucciata e sbrendoli spelacchiati e fasciature sporche ai gomiti e alle ginocchia – camminano spedite, baldanzose, scherzose, si danno pacche sulle spalle, ridono, si chiamano fra loro buttando indietro il testone, una rallenta e rimane un po’ indietro, si gratta la pietra del piede, gialla, e saltella, l’affianco curioso perché le ho già viste, mi dico, son loro, quelle che non capivo, ero sempre di corsa, mai sufficientemente vicino, mai di giorno, cioè di mattino, le prime volte in via Sarpi tornando dal lavoro, o magari recandomi ai baracchini sul Piovego, all’imbrunire, in controluce, andavano verso la stazione o verso i giardini dell’Arena dove c’era il raggruppamento slavo, ne vedevo sette, otto, dieci, in fila indiana, tutte un carbone fra luminarie semafori e smotoramenti, grigie nere infaldigliate, sembravano uscite dalla miniera, dal crollo di un camino, sembravano uscite da un altro tempo e per di più immaginario, da un quadro di Bruegel, mancava soltanto la scopa, in compenso portavano sulle spalle enormi sfere ballonzolanti, sacchi ricolmi di stracci – l’età indefinibile: vecchissime, avrei detto: da quando, più che da dove, saltavano fuori? – andavano al treno oppure a dormire?, magari fuori, insieme, all’aperto, dietro le aiuole d’arredo urbano, a ridosso delle mura cinquecentesche, fra le forre di qualche bastione, nel cantiere di un nuovo cavalcavia – di gente che dormiva sub luna ne vedevo a fottii, lungo i fiumi, sotto i portici, nelle piazze, ma mai donne, giovani o vecchie che fossero, tranne una, ma più di recente,  insieme a Gioia, alla stazione dell’ACTV, incastrata nell’angolo fra la macchinetta delle foto e la porta d’entrata della biglietteria: italianissima eroinomane – in quei sacchi magari tenevano il cambio, il necessario per la notte, oppure, pensavo, la refurtiva, e mentre ricordo queste cose quella più lenta ancora accucciata, sorride – ha tutti i denti, non ne ha d’oro o d’argento, non è affatto vecchia – si alza di scatto, la faccia larga, lunacivetta, naso a picozza, sopracciglia falcetto, rosacea alle guance, prospera e in carne, le scaturiscono broccoli arancio dal telo corsaro – non sembra rom, belena paffuta, sederozzo e tettone… ciao!, mi dice, ciao, le dico, di dove sei?, mi dice, di qui, le dico, di qui?, dice lei, e tu invece?, le dico, e lei allunga la mano e dice sono della Romania, ah!, le dico, che bel ragazzo che sei, dammi una monetina!, sono tanto povera, dice, tu tanto bello, tu tanto bello e io tanto povera!, ma per favore!, le dico, dammi un euro!, fa, uno soltanto, attaccandosi alla maglietta, mentre dall’altra parte di fianco a un camion che fa retromarcia, due giovani in un angiporto, le facce angolose, i capelli rasati, lamiera negli occhi, la cicca fra i denti, indicano e ridono, slavi: ho tanti bambiniiii!, sei tanto bellooooo!, e mi fanno girare le palle, ma non deficiente!, faccio io guardandoli mentre picchio il pugno sulla sua mano, falsa befana!, ce ne è di lavoro da queste parti, eh?, ma quella è già avanti ha raggiunto le colleghe sul marciapiede della parte opposta e procedono spedite, senza darsi pena, loro coi chiapponi e le braccia aperte, sembran la giostra dei cavallucci, i passi sbracciati da boscaiolo, finché una signora in bicicletta prende male il binario del tram e si cappotta in scroscio, senti il guaito, pare un cagnetto!, e loro prontissime si fanno attorno, miiii-miiii!, arriva una studentessa, tutto bene?, domanda, tutto bene signora?, si, si, dice la donna – sui cinquanta, tailleur grigio, ballerine nere: miiii, miiii… – inginocchiata, e le tre befane: ci pensiamo noi alla signora!, ci pensiamo noi!, tu vai, bambina, tu vai!, io mi fermo e guardo la scena e dico: se si mettono a rompere il cazzo, diocaro intervengo, arriva una coppia affari&finanza, tutto bene?, tutto bene, benissimo!, si, si, grazie, va tutto bene, e un anziano in bici da corsa, rotaie maledette!, ma adesso la signora riparte, vero signora?, se le mettono le mani nella borsa (che in effetti sta tenendo stretta al seno come il bambin Gesù) schizzo dall’altra parte, ma la signora è già in sella, miiii-miiii, le tre tendono le mani, i passanti ormai sfilano svelti, indaffarati, teleasportati e 2.0, è tutto finito, passa anche il tram, non ci mettono impegno a piagnucolare, la giornata deve ancora iniziare, la donna è in sella, fa no, no, con la mano, e trattiene a stento il miii-miii, poi però la infila in borsa, ecco, penso, un piccolo extra , no, no, ripete, mentre quelle le tiran la gonna sulla sbucciatura, sorride, si vede che ha un male cane, ecco, dice, ecco, sganciando le monetine, ecco, dice, spingendo il pedale, ahi!, quasi casca di nuovo, le  befane ridono, buona salute, signora!, fai attenzione!, una di loro estrae un fiasco, cazzo!, è proprio un fiasco!, se lo è tirato fuori da in mezzo alle gambe!, e si fa un sorso, con questo caldo, diosanto, e tappate in quel modo, salute signora!, smanacciano, ridono, fendon la folla, sembrano i sette nani, sette cazzi di taglialegna, poi si divederanno, andranno in parti opposte del centro storico, ben sparpagliate, i panini in borsa l’acqua e il vino per la merenda fino all’imbrunire a far su monetine, e sembrano assurde anche a sé stesse, nemmeno loro ci credono, guarda come ci siam conciate, e tu ti sei vista?, ma tanto qui fingon tutti qualcosa, chi di lavorare, chi di rilassarsi, chi di aver fretta, o di divertirsi, nessuna vergogna fare la questua, nessun bisogno – a casa il giardino, la carne sul fuoco – e a maggior ragione così mascherate, che qui, bene o male, se non è cinema è carnevale

La D’Addario, leggo, oggi: mi hai fatto un dolore pazzesco! Alla Setola, evidentemente, piace il tortello.  Che fosse “unto”, lo si sapeva. Era per dire, così, il livello.

L’ubicazione del bene di Giorgio Falco è un libro necessario. Penetra la quotidianità media come un ago la vena. Eppure non c’è sangue. Non ci sono umori corporei. L’ambiente è asettico, i soggetti anestetizzati. A differenza dei personaggi che animavano Pausa caffè, demenziali e vacui, eppure sconsideratamente vivi, i protagonisti del suo ultimo romanzo sono privi di volontà. Ciò che li spinge è l’inerzia. Manca lo sconsiderato affanno per ottenere qualche briciola di visibilità, un avanzamento di carriera, il riscatto, seppur misero, dall’anonimato. Non c’è ironia. Uomini e donne che vivono una morte lenta, rateizzata, ma implacabile. Il dolore è sordo, continuo e sordo. Un dolore col quale si convive, senza dar più nemmeno peso, come con certi acciacchi dell’età, certe abitudini sbagliate.

In contrapposizione dialettica all’umanità de L’ubicazione del bene si pone quella de Il contagio di Walter Siti. Entrambi sono ambientati nelle periferie cittadine (Cortesforza, paese immaginario del milanese, vicino all’imbocco della tangenziale per Falco; le borgate romane nelle prossimità del raccordo anulare, per Siti). Entrambi affrontano i quotidiani fallimenti di un ceto medio allo stadio terminale. Eppure ne Il contagio gli uomini e le donne, nel loro ridursi a uno stadio animalesco, infoiati e rapaci, in preda all’istinto, inseguono una disperata vitalità. Il loro esibito riscatto, che ha tutti i caratteri della rappresentazione televisiva (del denaro) più volgare e degradata, non è stasi, non è immobilità, non è ancora morte. È il mettere costantemente a repentaglio la propria esistenza, che testimonia e verifica la permanenza in vita. È perché rischiano di morire di morte violenta che non muoiono di morte lenta. La cocaina e il sesso, il sangue e lo spasimo costituiscono scelte estreme – anche nel senso di: possibilità ultime – per “sentire” la vita, per sentirsi vivi. Il corpo palestrato e abbronzato, intossicato dalla droga, posseduto violentemente, famelico e devastato è l’emblema animato e vivente di un sistema di compravendita generalizzato: è proprio questa ossessiva incarnazione – che, nella sua completa riuscita, contempla la distruzione – a decretare il riscatto e la fine. Così come per Bataille la petit mort coincideva col momento di maggior eccitazione e perdita, per i personaggi di Siti l’istante di maggior vitalità coincide con la morte. Se si dovesse scegliere un luogo come emblema dell’umanità che popola Il contagio, per coerenza con le caratteristiche che definiscono i protagonisti, quel luogo sarebbe la latrina. Dovendo fare la medesima operazione per L’ubicazione del bene, la scelta ricadrebbe sulla camera iperbarica. I personaggi di Falco sono già oltre il denaro e la morte. Le pulsioni e gli istinti sono scomparsi. Stancamente si trascinano e agiscono, seguendo quella che Baudrillard chiama simulazione, lo schema dominante in un’epoca retta dal codice, in cui il simulacro specula sulla legge strutturale del valore[1]. Non si applica una tale legge per ottenere un beneficio economico, o fisico, o di qualsiasi altro tipo: si simula per simulare. La legge è fine a sé stessa. Ma la ripetizione genera perdita, entropia, in chi agisce, e produce un senso di claustrofobia impellente in chi legge. Uomini e donne vivono in una specie di zoo safari (come quello visitato da uno dei protagonisti): “Lo zoo è il sogno infranto non solo del paradiso terrestre, quanto di un modello economico di controllo e solidarietà. Finita la solidarietà, è rimasto il controllo. Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città. Visti dal sedile anteriore destro del monovolume, gli animali sfilavano in tutto il loro insuccesso, non sapevo se essere felice nel vederli vivi o compiangere la fierezza addomesticata, il portamento ammaestrato, la mia situazione fallimentare”[2]. In questa sconfitta, che offusca e smarrisce anche qualsivoglia connotazione economica, le donne si stagliano come depositarie (biologicamente e culturalmente) della Norma che altro non fa se non ratificare la “microfisica” di un ibernato microcosmo in precario equilibrio, pronto a crollare alla prima incrinatura, poiché fondato sulla pura formalità. Gli uomini, da parte loro, alienati dal lavoro e ancor più dalla propria esistenza, abbandonata la facoltà di decidere, si fermano sempre sulla soglia, incapaci di compiere un passo che permetta loro di oltrepassare il limite. E in questa sorta di limbo non possono far altro che rimanere a osservare la condensa sui vetri, gli insetti che lambiscono i muri, un raggio di sole nel bicchierino da liquore, la loro vita che scorre come scorre perché così deve scorrere.

Libro da leggere assolutamente.

Gioia


[1] “Tre ordini di simulacri si sono succeduti dopo il Rinascimento, parallelamente alle mutazioni della legge del valore:

– La contraffazione è lo schema dominante dell’epoca «classica», dal Rinascimento alla rivoluzione industriale.

– La produzione è lo schema dominante dell’era industriale.

– La simulazione è lo schema dominante della fase attuale retta dal codice.

Il simulacro di primo ordine specula sulla legge naturale del valore, quello di secondo ordine sulla legge mercantile del valore, quello di terzo ordine sulla legge strutturale del valore”. J. BAUDRILLARD, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano, 20077, p. 61.

[2] G. FALCO, L’ubicazione del bene, Einaudi, Torino, 2009, p. 37.

sveglio

18 luglio 2009

alle tre e mezzo salvato da Gioia, roba che tiro dritto marco visita e il demente che ha pure i coglioni più girati del solito dal  momento che fra mercoledì e giovedì con Harry Potter in sette sale contemporaneamente – “questo è il mio giorno, dimostrerò… ” – volendo strafare da solo ha moltiplicato cazzi e cappelle prendendo tonnellate di carne dal cetaceo in collant, mi licenzia – staccato il lavoro alle 4.30, la notte scorsa e questa notte idem cioè tirata di undici ore dalle 5.00 alle 3.30, ma colpa mia ziocantante la notte scorsa, perché invece che fare le macchine me ne sono stato al pc in regia con la scusa di fare una piccola modifica al post di ieri, come no, una piccola modifica, certamente, una piccola modifica che mi rendeva sempre più furioso per il pasticcio che stavo facendo e la vigilanza che telefonava e gli allarmi dimenticati e io che dicevo di avere lavoro arretrato con le macchine che nella notte stanche anche loro borbottavano in coro proteste sommesse finché i dispositivi d’un tratto hanno fatto un trabalzo e le musiche di sottofondo si sono messe a smaniare nel ronzio della notte gigantesca come fosse un festino demente in un cazzo di film dell’orrore che poi mi impressiono e cominciano a girarmi le palle cioè quando ho la “paura di genere”, la fifa horror, invece che darmi una mossa e levarmi dai coglioni e cercare compagnia comincio a incazzarmi e a parlare alle cose e a girarmi di scatto come se ci fosse qualcuno per tirargli una pappina sul muso e invece non sono che io riflesso fra le vetrate le porte gli oblò con il buio dietro, tanto per sentirsi un po’ più deficienti come non bastasse la deficienza media diuturna insomma mi è volata un’ora e mezza senza che nemmeno me ne rendessi conto

Forse la più evidente fra le differenze che distinguono le realtà ritratte ne Il contagio da quelle della comunità lombarda evocata ne L’ubicazione del bene riguarda, ancor prima che la forma e l’organizzazione della vita, la pura e semplice attitudine di quei luoghi a ospitarla. Benché contraffatti e artificialmente alimentati, febbre e deliquio consumano le sgretolate periferie sitiane; e se le esistenze che vi si intrecciano, serrate in una trappola di esaltazione (vitalistica) e inedia (mortale), appaiono contratte e tragicamente appiattite, conservano almeno, del “sentire”, un vistoso simulacro. Sul risvolto di copertina del libro di Falco, Giulio Mozzi osserva come i personaggi che lo popolano sembrino invece accettare, quale ragionevole obiettivo per la loro esistenza, la permanenza in uno stato di quieta disperazione. Essi non perseguono, come accadeva in passato (o meglio: come accadeva ai protagonisti dei romanzi del passato), una magari comune, antiromantica forma di felicità, ma piuttosto una sorta di atarassica remissione il cui primo, necessario obiettivo consta della piena neutralizzazione di quel medesimo “sentire” la cui produzione, nel congedo di azione e pensiero, si pone al vertice dell’industria del con/senso. Il problema dell’opposto rapporto di queste comunità con il “sentire”, inteso anzitutto come sentimento vitale, mi sembra centrale per la più ampia collettività alla quale apparteniamo, e la difforme bellezza che i due testi ci consegnano – poiché entrambi sono bei libri; terribili, senza dubbio, anche in virtù di una poesia che non riscatta né consola, ma che per contrappasso rende stupenda la narrazione  – ne registra poeticamente l’antitesi. Quella di Siti è una poetica della mutazione in corso, antropologica prima che sociale e culturale – fin quasi genetica; è lirismo della carnalità disgregata di paesaggi stuprati e di corpi chirurgicamente adattati, adulterati da cocktails di coca, viagra e anabolizzanti, in uno stato di volontaria disponibilità che la progressiva e sempre più massiccia in/corporazione di merce perfeziona per la prostituzione quale unica modalità di rapporto interpersonale e tuttavia al tempo stesso, quasi per infezione, come in relazione a sporadici quanto violenti moti di rigetto,  mantiene in combustione, vivi e vitali. Tiziano Scarpa in un recente intervento su Il Primo amore ha messo in evidenza (forzo, qui, un po’ le sue parole) come il potere oggi non abbia più alcuna recondita doppiezza: non faccia più cioè affidamento su una doppia estetica (etimologicamente: sfera del sentire, del sensibile) per il semplice volgo e la raffinata elite, rispettivamente; né, allo stesso modo, conti su un’analoga doppia morale (morale: ciò che in materia di bene e di male “sentiamo” – laddove l’etica, mediante l’esercizio della ragione, tenterebbe generalizzazioni normative); ma aderisca a un’unica estetica e a un’unica morale. Estetica e morale di popolo e sovrano coincidono nella mutazione, sovrapponendosi, anzitutto nel corpo – si vedano il corpo e la felicità del nostro sovrano – in un paesaggio che nel libro di Siti appare esulcerato, maciullato e rigurgitato perché già infetto, già discarica, tuttavia riciclato  come ennesima frontiera, quella appunto del riciclo, della produzione di energia da materiali di scarto e tuttavia per quanto infetto, o proprio in quanto infetto, ancora vergine – la verginità della malattia. Se molta della poesia de Il contagio, come l’ultima fiammata di un tramonto, ha marcate tonalità apocalittiche e, almeno in questo senso, sia pure nel caos che vi è descritto, afferrabili, la natura sottile, aerea, paradossale della commozione che a tratti coglie  chi legge i racconti de L’ubicazione del bene – una sorta di radiazione di fondo, al tempo stesso cosmica  ed elementare, simile a ciò che di rado si prova vedendo un germoglio in mezzo al ferro, o un animaletto che si è perso in una lingua l’asfalto: sembra impossibile possa darsi anche solo il residuo di uno scostamento, il tenue barlume di un’emozione, figurarsi un pensiero – è molto più ambigua e difficile a definirsi. Eppure una vita a Cortesforza è desiderabile. Lontani dal caos e dall’inquinamento, dai pericoli e dalle promiscuità della metropoli, in una soffice mousse protettiva in cui crescere i figli, essa delinea i contorni di un progetto decoroso, e un investimento ragionevole: non rappresenterà il grande successo, la versione in sedicesimo di Villa Certosa, con i suoi festini e le sue becere seduzioni, ma non in ciò sta il suo valore e a maggior ragione, si vende assai bene. La gente, per abitarvi, ce la mette tutta, oberandosi all’osso per la vita intera: farcela, nella vita, è anzitutto riuscire a onorare, rata su rata, il debito contratto con le aiuole idratate e le villette in pigiama di Cortesforza.

I mondi sono tanti. I mondi contenuti in questo nostro mondo, il mondo cioè in cui quotidianamente abitiamo viviamo e lavoriamo, in cui ogni giorno ci svegliamo e ogni notte ci addormentiamo, il mondo che comunemente chiamiamo reale – questo mondo, insomma, è coabitato e coformato da molteplici mondi più o meno compatibili, ma spesso difficilmente distinguibili per quanto sensibilmente, oltre che visibilmente delimitati. Ogni tanto la narrativa riesce a produrre un’illusione capace di ritagliarne alcuni nella loro interezza e chi legge, facendovi ingresso, si trova quasi involontariamente a compiere trasognate operazioni di calcolo e misurazione. Dove sono questi mondi? A che distanza fisica, nello spazio, oppure, a che distanza temporale, nella memoria, si trovano? Quanto del mondo in cui sono, partecipa dei mondi rappresentati e in che proporzione, nella mia esperienza, il mondo o i mondi in cui sono immerso, invece, se ne discostano? La lettura degli splendidi racconti contenuti ne L’ubicazione del bene (Einaudi, 2009) di Giorgio Falco, ambientati presso Cortesforza, alle porte di Milano, località dal nome immaginario, ma dai contorni morfologici, sociali e antropologici quanto mai riconoscibili – fra villette, tinte pastello, giardini, innaffiatori, arredo urbano, ratei, rogiti, imbocchi di tangenziale, sabati al centro commerciale, auto nuove, gite allo zoo, matrimoni, bambini, cani, parchi giochi, animali esotici, e soprattutto tanta precarietà economica ed emotiva dissimulata sotto una soave cosmesi d’imperturbabile tranquillità, ordine e pulizia -, sarebbe stata più che sufficiente a indurre metraggi di questo genere – in breve: “quanto ci sono dentro?” – ma caso vuole che subito prima avessi letto un testo, Il contagio di Walter Siti (Mondadori, 2008), talmente efficace nell’isolare un mondo perfettamente riconoscibile e materialmente esperibile, così come nell’offrirlo, almeno nelle sue tendenze dominanti, quale forma egemone di organizzazione sociale della vita, da reclamare quasi d’istinto* un confronto. Il testo di Siti, che è forse più corretto oltre che pratico definire libro (piuttosto che romanzo; o ancora con formule di nuovo e nuovissimo conio finalizzate a “generizzare”, cioè fissare in sorte di sottogeneri o di nuovi generi letterari ibridazioni e contaminazioni fra ambiti di scrittura differenti, il più delle volte a fini di vendita) ritrae le nuove o ciò che resta delle vecchie e più periferiche borgate romane intrecciando da un lato le vicende drogate, disperate e deliranti di un articolato gruppo di emblematici residenti e dall’altro illustrando un fenomeno di progressiva contaminazione fra cittadinanza e popolo – o, se si vuole, fra borghesia e classi cosiddette subalterne – all’insegna del vicedevole degrado e della reciproca confluenza in una sola opulenta, magmatica plebe. Se, per me, nel caso del libro di Falco la prossimità e quindi il senso di familiarità con l’ambiente rappresentato ha una matrice in prima istanza geografica – con tutto ciò che comporta in termini genericamente culturali, di “mentalità”, risiedendo chi scrive in un lotto di nuova edificazione della periferia di una città, sia pur di media grandezza, del Nord Italia -, i 500 chilometri che separano Cortesforza dalle vicinanze del raccordo anulare presso il quale è ambientato Il Contagio non danno ragione non soltanto dell’analoga familiarità provata nell’apprendere le abitudini, le ossessioni e le vicende di quei personaggi, ma ancor meno della parallela impressione di assoluta incommensurabilità fra i due mondi, il grado di separazione del quali mi è sembrato tale da non poter essere spiegato ricorrendo a differenze pure importanti, come quelle di censo o, per fare un esempio sociologicheggiante, relative alla struttura locale del potere politico ed economico che li disciplina – privo, per esempio, nel caso di Cortesforza, della tarlatura, delle sacche interstiziali, della personalizzazione e la conseguente sorta di apparente, privata permeabilità (alla corruzione, naturalmente), di quello che a tratti traspare da Il Contagio. Leggere in sequenza questi due testi mi ha colpito perché in entrambi i casi mi sono trovato a pensare – il tipico: è proprio così! – che i mondi in essi ritratti partecipavano di quello in cui sono quotidianamente immerso in modo drammaticamente rilevante, lasciandomi tuttavia in una sorta di opaca, malcompresa indecisione, quasi che, a parità di aderenza al vero, ma soprattutto a parità di contesto storico, politico, mediatico, i due testi  diano conto, attingendovi empiricamente, di risultati o momenti materialmente coesistenti, fisicamente compresenti,  e tuttavia difficilmente componibili – nella mia percezione, tendenzialmente incompatibili – del funzionamento di una medesima macchina di produzione reale e simbolica.

*In verità su imbeccata di Gioia, che ha anticipato di pochi giorni le mie letture e mi ha promesso una delle sue “schede” su L’ubicazione del bene, per domenica o lunedì…

“È un mostro. Un pericoloso delinquente. Conformista! Colonialista! Razzista! Schiavista! Qualunquista!”*… Per me risulta inaccettabile  – scrive Gioia – che una persona fine e colta, una persona che si definisce un artista (scrittore), un intellettuale (in quanto professionalmente propone, non solo attraverso l’arte, ma anche attraverso discussioni, prese di posizione, conferenze, la propria visione del mondo) debba adagiarsi e incistarsi in bozzo nellamedietà, tessendone addirittura l’elogio. La prerogativa principale per un intellettuale è il coraggio. Può essere coraggiosa anche una persona comune. Ma questa persona non propone la sua visione del mondo in forza del proprio sapere e in virtù della propria intelligenza. Un intellettuale ha il dovere di essere un iconoclasta, un anticonformista, un bestemmiatore. E non per posa, ma per convinzione. Non dovrebbe nemmeno pensare a cosa essere. Dovrebbe esserlo e basta. La situazione odierna della critica, dell’arte e del mondo intellettuale (se vuole dir qualcosa), soprattutto in Italia, è penosa. E spesso in buona fede. Questa per me è assuefazione al mediocre. Senza più nemmeno il tornaconto. Qual è il ruolo, mi verrebbe da dire sociale, culturale, di un intellettuale? Vedere dove la massa non vede. Alzare un po’ la testa. L’orizzonte non può essere quello dell’uomo medio. Perché sennò non si capisce che differenza ci sia tra i due. Perché i due vengano definiti in maniera diversa. Di molto cinema si dice: è una fotocopia della televisione. Cosa significa? Che manca il respiro cinematografico. L’intreccio è banale. La poetica cinematografica (lo stile, lo stile!) è inesistente. È seriale. E poi è pavido, non ha guizzi. È a una sola dimensione. Non ha profondità, se non quella da buoni consigli di nonna Abelarda. Non ha sottotesto. Non emoziona. E per emozione non intendo il ricattino della lacrima facile. Anche un dito nell’occhio è un buon sistema per ottenere la lacrima facile. Ma non emoziona. Sono sconcertata dal buonismo e dal politicamente corretto che coprono, come un lenzuolo di bassa fattura, sentimenti meschini e vigliaccheria. Bisogna essere costantemente arrabbiati. Costantemente. E non abbassare la guardia. Non farsi corrompere dalla melassa. Questa società senza più né sangue né coglioni muore di morte lenta. E muore priva di coscienza. Il compromesso è un cancro. E purtroppo non è solo agito. È pensato. Siamo arrivati all’autocensura. Ci castriamo per paura di provare pulsioni disdicevoli. La narcosi dilagante rende tutto indistinguibile e anestetizzato. Non si sente più niente. E quello che si sente, se si sente – ripeto SE – è legato alle necessità primarie del corpo. Ma ormai siamo riusciti a viziare e indurre al sonno anche quelle. Il sonno della ragione genera mostri. Rimane la sembianza della cosa. Come un velo. Dietro al quale non c’è niente. C’è il nulla. Tutto è depotenziato. Ci nutriremo con la flebo, faremo l’amore per procura, avremo l’encefalogramma piatto. Allora inizieremo a raccontarcela. Al modo dei grandi romanzi e dei grandi film. Per rendere minimamente interessante una vita di una noia mortale. La noia fa più morti dell’alcol, della droga, del veleno. Sono più numerosi i morti di tedio che quelli di cancro, traffico e lavoro sommati. Inventiamoci le passioni perché abbiamo smesso di provarle. Fingiamo (e crediamoci pure) di essere al centro di sentimenti sconvolgenti. Un corpo freddo e rigido. Una mente perduta nel vuoto. Un cadavere. Migliaia di cadaveri che simulano senza nemmeno uno scopo se non quello di simulare. Il romanzo di Giorgio Falco è grandioso perché con una compattezza e una misura pressoché perfette rende evidente questa situazione disperata. L’ubicazione del bene (eccone una singolare recensione di Giuseppe Genna – fra le prime in ordine di tempo) si pone in contrapposizione dialettica a Il contagio di Walter Siti, perché entrambi raccontano in modo magistrale due facce della stessa medaglia. Le due vie sono osmotiche. I borgatari arricchiti e cafoni, che usano la cocaina e il sesso come strumenti ma anche come scopi (ed è qui il cortocircuito), sono la parte in cancrena di una società che per metà è già defunta. Fanno marchette per comprare la cocaina, certo; ma in fondo anche e soprattutto per pagare altre marchette. Per aderire a un modello pseudotelevisivo, arricchito e volgare, che li faccia sentire riscattati dalla miseria in cui sono cresciuti. La droga e il sesso sono l’unico mezzo che hanno per sentirsi vivi. Per sentire. La violenza, il sangue, lo sperma sono testimonianze della loro disperata vitalità. “È perché moriamo di una morte lenta che sogniamo una morte violenta”. I protagonisti di Siti rischiano continuamente la vita. E la rischiano non tanto per il denaro ma per la sua rappresentazione. Per essere essi stessi rappresentazione della compravendita di cui fanno parte. Non solo e non tanto per farne consapevolmente parte, ma per rappresentarla volutamente. Il degrado delle periferie era tale anche per la totale esclusione dei suoi abitanti dal mercato. Esso non era che lo spurgo del mondo. Si desidera sempre ciò che non si possiede ma si ha sotto gli occhi. L’accesso al mercato va perciò esibito. Che tutti vedano. Anche i protagonisti del primo libro di Falco, Pausa caffè, benché non giungano a questi eccessi, sono vitali. Demenziali e vacui, però vivi. Si affannano per ottenere un avanzamento di carriera, per avere il buon posto di lavoro, la bella famiglia, per uscire da un anonimato che, nel loro immaginario, risulta essere più cupo e triste di quello possibile, raggiunto attraverso una promozione. Nel libro di Siti ci si sente vivi rischiando la vita illegalmente, nel primo libro di Falco ci si sente vivi percorrendo legalmente le tappe socialmente riconosciute della normalità. Nel secondo libro di Falco, L’ubicazione del bene (eccone un’ancor più singolare recensione, di Paolo Cognetti), la vita è scomparsa. Si vive per inerzia, si vive perché accidentalmente è capitato. Manca la volontà, manca il desiderio, mancano le pulsioni. Si ripetono i gesti e le esistenze e la ripetizione genera entropia. È uno spegnersi doloroso e implacabile. Falco ha scritto un grande libro perché, pur non dando giudizi morali, restituisce al lettore la claustrofobia voluta di una situazione in stallo perenne. E perché ha raccontato magistralmente una società terminale e svuotata: quella odierna, nella quale ci imbattiamo e con la quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Della quale facciamo parte e in cui rischiamo di perderci. L’ubicazione del bene non è l’apologia del medio, nonostante i protagonisti del romanzo non siano altro che uomini medi depotenziati da qualsiasi impulso. Allora, dopo aver letto questo libro, dopo aver discusso della sua enorme forza, sulla sua bellezza, come si può continuare a magnificare proprio quello in cui questi personaggi stancamente si muovono? Ma cosa ci sarà mai di così orrendo nella medietà? Cosa ci sarà mai di così tremendo, nella cosiddetta normalità? Niente. Niente. Solo la non vita. Solo la morte.

Gioia

Cioè – ehm – ieri sera. Gioia e io abbiamo bevuto una cosa con il vecchio Daniel e l’amico scrittore Bruno Kleiber. Non si può dire la si pensi esattamente allo stesso modo – questo è certo. Forse Gioia e io, parlando di film e libri visti e letti ultimamente, ci siamo un po’ scaldati. Non più di tanto, però, mi è parso. Daniel e Bruno sostenevano tuttavia esprimessimo posizioni troppo ideologiche. Persino archeologiche (sic). Kleiber, sempre gentile, auspicava in particolare giungessimo a una visione più panottica (sic). Tutto sembrava lieto, tranquillo. E lo era. Ci siamo salutati abbracciandoci. Ma Gioia ci deve aver rimuginato, nottetempo, e stamane mi ha spedito la mail sopra riportata. Che mi pare, come minimo, piuttosto “sentita”.

*Da “La ricotta“, naturalmente, di Pier Paolo Pasolini; celeberrimo episodio di ROGOPAG, 1963.

Poncho

15 luglio 2009

Dice Danilo: il libro di Vasta è bello. Ha visione, pensiero, lingua, narrazione. Ha quasi tutto quello che cerco in un libro. Ma il libro di Falco è più bello. Dovresti leggerlo.

Sto leggendo il giornale seduto al tavolino del bar dietro casa di Gioia, nel Corso. Lui è di passaggio, giacca cravatta ventiquattrore, diretto a un appuntamento di lavoro.

Sto leggendo Il Vangelo secondo Gesù, rispondo. Di José Saramago.

Hai sentito di Carver?

Cosa?

E Poncho?

Poncho…

Danilo chiama così Thomas Pynchon. Quattro o cinque anni fa, quando faceva l’apprendista da me, al cinemino in centro storico, non lo conosceva. Un giorno gli dico che devo affrontare una lettura enorme: Gravity’s rainbow. Gliene parlo parecchio, anche perché Thomas Pynchon è forse la mia più antica passione, da troppo tempo trascurata. In quel periodo non ho il becco di un quattrino e Arcobaleno di gravità, che è un tomo di mille pagine, è disponibile (scopro poi che non è vero) solo in edizione de luxe. Nello stambugio in cui lavoriamo gli parlo di scrittori mistici e scrittori metafisici. Dico che Carver è metafisico, mentre Pynchon è mistico. Dico che la lingua del povero David Forster Wallace – altro scrittore di cui chiacchiero tanto, e spesso a sproposito – deve più a Carver che a Pynchon. Non so bene cosa dico e come lo dico, insomma. Danilo del resto parla pochissimo, sgrana gli occhi, ascolta con un’attenzione che a tratti mi sconcerta. Se perdo il filo o faccio una pausa perché fatico ad articolare un pensiero lui rimane zitto, sospeso, senza fiatare. Quando – mentre gli insegno il lavoro – pontifico, sono sempre alticcio. A volte però mi succede di arrivare dall’altro lavoro che faccio, durante il pomeriggio, già del tutto ubriaco. Da un lavoro all’altro c’è poco meno di mezz’ora, a piedi. Io di solito sono a piedi, oppure in bici e ho circa un’ora a disposizione. Se durante quell’ora sbaglio la dose, poi non riesco a tener dietro ai discorsi. Così gli dico: niente, scusa, non ce la faccio. Solo allora Danilo abbassa gli occhi.  Ma è lui quello che beve, penso. Tutto quello che dico. Come terra riarsa. Non so poi che uso ne faccia. Non so se verifichi. Non so se si sia messo in testa di voler scrivere. Non mi parla mai dei libri che legge. Per quel che ne so, Danilo non legge. Non abitualmente, almeno. Gli voglio bene, penso.

E quel tizio? Quello enorme, Poncho…

Poncho?

Poncho… Pancho… fa lui.

Risate. Ne abbiamo bisogno. Mi hanno licenziato. Lui ci contava. Ci contavo anch’io, naturalmente. Il cinemino chiude: non si cava sangue dalle rape.  Cerchiamo lavoro insieme.

Un paio di mesi più tardi stavamo all’ombra, sotto la tettoia del magazzino, aspettando il nostro turno. Ci avrebbero chiamati e avrebbero pagato la settimana. Era il nostro giorno libero, ma eravamo lì lo stesso, per i soldi. Gli ultimi due rumeni erano appena entrati in ufficio. Restavamo solo noi. Estrassi dallo zaino il mio libro. Avevo sempre dei libri, nello zaino. Ogni volta che potevo ne tiravo fuori uno e ne leggevo un po’. Mi piaceva leggere seduto all’aperto, o anche camminando. Mi piaceva quando avevo del tempo, soprattutto al tramonto, entrare in un bar, ordinare da bere e ubriacarmi lentamente, leggendo e pensando. Il fatto che spesso, in sua compagnia, invece che chiacchierare mi mettessi a leggere non lo disturbava. E a meno che non prendessi parola per primo, rimaneva zitto, immobile, a riflettere. Non quella volta, però. Era un bel mattino di giugno, all’ombra della tettoia si stava da dio. La notte aveva piovuto. L’aria era tersa, esatta, vibrante. Avvicinò la fiamma alla punta della canna, tirò e aspirò a pieni polmoni. Non mi offrì da fumare. Non mi piaceva. Buttò fuori il fumo socchiudendo gli occhi. Sbuffò. Non puoi pensare di scrivere in quel modo, disse. Tenevo in mano Gravity’s rainbow.

Hai preso Contro il giorno?

No. Aspetto l’edizione economica.

Campa cavallo.

Lo so. Non sono mai stato molto a la page. Ma Carver?

E’ uscito Principianti, dice.

Ah. Allora sì, sapevo.

(…)

(…)

Devo andare…

Ci si vede.

Mh…

Cammina spedito, la ventiquattrore beige appena oscillante, le maniche arrotolate, la cravatta scaraventata da un refolo immaginario dietro le spalle – come andava di moda tre o quattro stagioni or sono. Non gli è passata, penso. Non del tutto, benché non abbia mai capito in relazione a cosa, e perché. Ma ho ricominciato il giorno dopo averlo visto, la sera a teatro. Erano quattro, cinque anni – un mese fa.

No, sussurro. Non puoi pensare di scrivere in quel modo.

Mentre scompare.