Strega

3 luglio 2009

Quando siamo usciti nella pioggerella e l’aria fredda che spazzava il sagrato ci ha un po’ rinvigoriti ho pensato che tutto sommato questo Stabat Mater, di cui avevamo appena saggiato una consistente riduzione teatrale, pur non regalando grandi emozioni metteva in conto una scrittura impeccabile e si pregiava di un’interpretazione, da parte dell’autore, caratterizzata da eleganza e sobrietà minimali. Scorrendo le notizie del giorno e trovandovi la vittoria di Tiziano Scarpa, aggiudicatosi – fra polemiche consuete benché accentuate, quest’anno, dalla defezione di Daniele del Giudice e dall’antipatica autocandidatura alla vittoria di Antonio Scurati – la 63ma edizione del Premio Strega, ho fatto mente locale a tutto quel che di lui ho letto nel corso del tempo e, con un po’ di rammarico per l’inconcludente rapidità del suo scorrere, ho riaperto pagine che mi ero segnato quindici anni or sono in seguito a una pubblica lettura in cui il mio maestro, che faceva da moderatore, gli aveva posto controverse questioni sul concetto di bellezza. Era la prima volta che lo vedevo ed era probabilmente anche la prima volta che vedevo il maestro intrattenere un pubblico diverso da quello delle lezioni di scrittura creativa e mentre, ancora in divisa, avendo appena staccato  il lavoro, mi avvicinavo allo stand accampato di fianco al Pedrocchi per acquistare il suo libro d’esordio, sgattaiolando pudìco pensai, o meglio, avvertii che eventi del genere al cospetto di un pubblico del genere, il pubblico occasionale e attempato di un’afosa sera di luglio nella zona più sonnolenta di un sonnolento centro storico, per di più padano, non avrebbero mai fatto al caso e che, cannibali o tondelliani fossero i due – Scarpa era un cannibale, il maestro un tondelliano con venatura “buonista” o “spiritualista” o altre sciocchezze  – a meno non fosse cambiato qualcosa di enorme sia nei gusti del pubblico che nel loro modo di starvi innanzi, la battaglia, praticamente perduta in partenza, non sarebbe mai nemmeno iniziata. A quali fondamentali battaglie pensassi, naturalmente, non saprei più dire, credo ci fossero di mezzo  verità, impostura e integralismi assortiti: i due erano scrittori strepitosamente capaci ma in modi opposti ugualmente letterari, cioè poco spontanei, pensavo, dovendo per altro ancora comprendere quanto poco spontanea  sia nella maggioranza dei casi ciò che credevo spontaneità e quanto spesso invece si cofiguri come incerto risultato di un’irta faccenda d’apprendimento. Sennonché di cose, da allora, ne sono cambiate a bizzeffe, e di madornali: basti pensare alla rete, che allora non esisteva, o a quanto più facile sia, oggi, in generale, trovare un editore, magari piccolo o piccolissimo, per esordire. Anche la mia percezione dell’opera e, fisicamente, della persona di Tiziano Scarpa, è mutata molto negli anni,  allentando l’iniziale freddezza in una più vivace disposizione; eppure, pensavo stamani, la sua vittoria mi ha fatto ugualmente  impressione; sia per una questione di tempo, come soltanto adesso, con lo Strega, mi fossi reso conto del modo in cui la quantità di testi da lui pubblicati abbia, sia pur lateralmente, cadenzato la mia vita di appassionato; sia per una sensazione di capovolgimento, tutta da verificare, in materia di gusti del pubblico, attitudini dell’industria e orientamenti della cosiddetta critica, fermo restando che dello scrittore veneziano, il cui standard stilistico è sempre fra i più elevati, più che il singolo testo meraviglia l’opus: sia per la quantità delle pubblicazioni, sia per la loro sorprendente varietà, quasi che l’atteso e di volta in volta disatteso capolavoro andasse  delineandosi poco per volta, nel corso  paziente degli anni, tessera dopo tessera, attraverso il sontuoso mosaico della sua produzione.

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