barca

7 luglio 2009

Ancora.  Ancora la barca. La famigerata barca di D’Alema. Dio santo. Era un po’ che non ci pensavo. Dall’inizio della primavera – pasqua al massimo. Allora me ne aveva ricordato l’improvvida esistenza un distinto, anziano signore in cappotto nero e rubino al dito: ha visto d’Alema? Scusi? No, dico: che barca che ha. E allora? Ah, semplice:  eccoli qua i comunisti. Eccoli qua i nostri soldi. Ah, ma mi a ‘sti ladri no ghe ne dago altri, che i me vegna tore, vedemo. Oggi invece, e devo dire, con altrettanta eloquente sagacia, è il turno di un operaio in classica salopette azzurra, ma con una specie di ufo al posto dell’orologio; forse perché in questi giorni, mi dico, fra diatribe congressuali e complotti internazionali con scosse imminenti – riferite, con fulminante arco sinaptico, sia ai poveri aquilani che alla Setola governativa – il genietto col fischio rifulge inconcusso sugli scudi. Perché?, dice al barista. Cosa credi che faccia D’Alema nella sua barca da miliardario? Almeno quell’altro se le paga di suo, le troie…

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