l’Uno e l’Altro

10 luglio 2009

francamente arduo riepilogare la vorticosa discussione cui ho assistito e un po’ anche partecipato ieri sera fra il Maestro che anpassàn si è fatto fuori tre slalom  – ed era tempo, direi dai bei tempi di quand’ero un alcolizzato fatto e finito con la fissa dello scrittore, che non lo vedevo darci dentro scaldandosi tanto sui massimi sistemi – e Gioia che capiva quel che capiva, capiva comunque molto più del sottoscritto, mettendola come implacabilmente sa metterla lei sulla pura e semplice logica – per esempio con me: non me la fa passare che io dica che sono ateo quanto meno agnostico ateista ma non anche materialista, tu sei ateo e materialista, dice, io dico no: sono ateo ma non anche materialista, nonò, mio caro, ti piaccia o meno tu sei ateo e materialista; Gioia, dicevo, mangiata mezza bruschetta e attestata sulle due slalom scarse gli teneva testa e non abbassava gli occhi e lo fissava anche se un po’ le veniva da arrossire perché quando il maestro si impunta e risente – soverchiante lo è sempre – perché ritiene tu la stia menando ci si mette proprio e storce la bocca e ti fa toccare i limiti e li fa scricchiolare e siccome lo si stima parecchio questo dispiace ci si sente come dire?, anche un po’ in colpa senza capire bene il perché, cioè si pensa ecco: gli faccio perdere tempo, ecco, non sono all’altezza, ma questo sono io con le mie paturnie, Gioia era solo dispiaciuta che lui si scazzasse  perché lei non capiva, sempre poi si stesse scazzando visto che continuava a ordinare e rispondeva a domande su domande e a sua volta incalzava; il discorso era iniziato chiedendo al maestro se gli ebrei sacrificassero ancora o avessero smesso con la distruzione del tempio cioè dopo il ’70dc nel senso dicevo che per noi tutto si gioca sul piano simbolico, abbiamo trasferito tutto sulla rappresentazione, e lui no non si tratta per noi di simbolo né di rappresentazione, la spiga il pesce e altre cose così sono simboli per altro tardi cioè d’epoca tranquillamente controriformista la transustanziazione del corpo e del sangue di Gesù quest’atto di antropofagia che facciamo mangiandolo e bevendolo non è sacrificale cioè il sacrificio lui l’ha fatto sulla croce e quanto alla rappresentazione se così fosse saremmo protestanti, è la ragione del loro scisma a parte l’onniscienza e la conseguente predestinazione, cioè se pensi che nello spezzare il pane e nel bere il vino non si compia esattamente quel che si è compiuto allora sei protestante e la messa non è che una rievocazione, non è presente il dio, non c’è Gesù, è solo ricordare quel che è accaduto; l’altro scisma invece, lo scisma ortodosso è quello del filioque con tutta la problematica della natura di dio e di Gesù e dello spirito santo, per loro c’è il padre da cui discendono figlio e spirito, incarnazione e insufflazione (?), c’è cioè una precedenza mentre per noi c’è una circolarità, tre cose, una cosa

(e qui il bisogno di tabacco ha il sopravvento: devo alzarmni spostarmi all’esterno, tendo le orecchie, ma perdo colpi…)

l’amore per dio doveva oltrepassare la dimensione temporale dell’appetitus in Agostino

la prova ontologica di Anselmo non è poi così facile da smontare

lo zim-zum di dio, zim-zum, proprio così: è la contrazione attraverso la quale il dio che è tutto fa spazio alla creazione, una creazione quindi che si separa da un cretore in fuga di infiniti mondi, che di creazione in creazione si sposta, zim-zum zim-zum, e si allontana. Ma che senso ha, dice Gloria, zim-zum nell’infinito? Perché un cratore in fuga d’infiniti mondi? Che senso ha, la fuga, nell’infinito, di cui per altro è titolare, se l’infinito è  appunto infinito e il dio atemporale e infinito coincide con spazio e tempo al punto di imploderli – capisco: un universo in fuga uno spazio in fuga perché ogni volta che provi a rappresentarlo schizza più in là zim-zum: uno spazio infinito è uno spazio in fuga ma uno spazio in fuga è uno spazio che si muove è uno spazio e ha il tempo che è il moto; e penso: un dio  separato, di spalle, a gambe levate? Gioia: cosa può contare in assenza di spazio e tempo l’eventuale posizione dei mondi creati, a loro volta infiniti, più vicini o più lontani fisicamente  oppure più o meno presenti alla sua memoria? Non c’è più lontano o più vicino, non c’è prima e dopo. E non potrebbero, inoltre, occupare  nel dio il medesimo spazio, coesistere, come dicono i fisici in un “multiverso” con differenti gradi di realtà, magari o, diciamo così: di densità, e cosa avremo noi veramente in mano per affermare che il nostro universo, il nostro, fra gli infiniti mondi dai quali egli si separa, abbia un maggiore o minore grado di densità, una maggiore o minore vicinanza, una maggiore o minore finitezza, una maggiore o minore somiglianza, chi ci dice che non siamo un semplice riflesso della sua immaginazione? Allora ti uccido, dice il maestro. Per dimostrarti quel che accade. Poiché non siamo immaginati, ma creati, dice, presumibilmente a immagine e somiglianza, imperfetti da imperfezione, non tutte le creazioni riescono col buco, perché dunque non un dio imperfetto e fallibile la cui differenza per esempio rispetto al suo doppio, il diavolo?, si,  consisterebbe nel non esercitare il dominio, o nell’esercitarlo con mitezza? Il dominatore, dice Gioia, domina, o maestro, non è buono o cattivo, e per altro il dominato non desidera che sottostare il più pienamente e perfettamente possibile al pieno e perfetto dominio del dominatore…

c’è chi pensa l’Uno e chi invece pensa l’Altro, dice il maestro, la questione è riassumibile in questi poveri termini, l’Uno e L’Altro, la tradizione dell’uno e quella dell’altro, alternative, l’uno greco e l’altro giudaico; tu per esempio Gioia sembri pensare il dio come uno e infatti sollevi tutti i tipici problemi dell’uno: ti rendi conto per esempio che è impossibile arrivarci senza saltare che le cause sono infinite che è possibile pensarlo, o meglio porlo, certamente, ma per sé stesso soltanto, irrelatamente, e poi dici: siamo noi a porlo, e via discorrendo, pensi la sua esistenza o la sua inesistenza come essere non essere come uno e come zero come origine che non può avere origine che da un’altra origine, secondo impostazione greca, del resto come dicevo l’Uno fa teologicamente ingresso nella nostra tradizione per contaminazione grecoromana mentre l’Altro, di converso, è pensiero di pretta matrice giudaica, immaginativa, narrativa, delirante, chiamala come vuoi, è un po’ semplicistico, lo so, ma devo pur farmi capire,  l’altro non come raddoppio dell’uno, molteplice semiclonato, o anche soltanto come frammento, ma come altro-diverso, non precompreso, l’Altro dell’uno che non sia due – ehm

dico solo che la logica è il grado più basso del pensiero, tutto qui,  quanto a me non solo sono più attrezzato di tanti altri in materia di logica e pensiero scientifico avendolo per così dire ereditato geneticamente essendo figlio di biologi, ma ben più di altri tengo a che il nostro sapere incrementi e sempre più si affini proprio per l’apertura costituita e costantemente garantita dall’immaginazione, che è invenzione che è alterità che è messa in essere di ciò che non c’era apertura che al livello più alto concerne il creato, la creazione e il creatore – insomma un conto è “porre” ben altro è generare, partorire, inventare, creare. Io credo che il mondo sia stato creato credo a questo e non so, non mi pare che questo significhi avere fede, immagino ripeto immagino il creatore come una persona e non credo che sia possibile pensare il dio, cioè pensarlo per via logica: non si farebbe altro che infilare un ginepraio di aporie, allora o si va per via logica ma si tengono le aporie e le contraddizioni e francamente non vedo perché il dio non dovrebbe contraddirsi perché il dio dovrebbe essere logico e comprensibile e spiegabile dal momento che è dio del resto non vedo nemmeno perché, nell’ordine del mondo, dovrebbe manifestarsi come un essere superiore o umano e non inferiore o animale, comunque o ci teniamo le aporie e ci muoviamo nel marasma oppure viaggiamo per via immaginativa e per quel che mi concerne ritengo che il dio possa e anzi debba essere immaginato, non credo affatto sia stupido immaginare il creatore nè credo sia puerile, anzi ritengo sia la cosa da fare, che non ci sia di meglio da fare se si tratta di immaginare, e se di questo e non altro si tratta, cioè di immaginare, allora non è più questione di aporie essendoci, in un certo senso, esclusivamente aporie: il pensiero immaginativo non è logico anzi direi che quanto più è radicale l’immaginazione tanto meno è logico il suo frutto e se proprio si deve prendere esempio dal vangelo, sia allora l’esempio del fico bruciato, che proprio non ha senso, sembra quasi una cappella, non si sa da che parte prenderlo, che senso ha?, ebbene l’episodio a me pare uno dei più fecondi, benché non sia affatto detto che il frutto della più radicale delle immaginazioni non abbia logiche, magari noi non le comprendiamo, anche soltanto per faccende di complessità

tu non stai parlando con un cattolico o un prete o con la chiesa tu stai parlando con me e io non ho attribuito al dio nessuna delle prerogative onde la definizione del dio cui supponi io mi conformi e al quale dici di non credere; ma io non ho parlato di perfezione nè d’onniscienza, non ho affermato che abita una dimensione in cui il tempo non esiste e non ho detto che è infinito o coestensivo al creato, questi sono tutti attributi che io non ho nominato, ma che hai nominato tu!, certo io appartengo a una tradizione precisa e penso che sia più economico, ossia faccia sprecare meno tempo in inutili diversioni prendere parola con persone appartenenti ad altre tradizioni dall’interno della tradizione alla quale si appartiene, cioè da una posizione di riconoscibilità, e non credo affatto di essere eretico o anche soltanto eccentrico a cardo e decumano della mia tradizione nell’immaginare il dio come esente da attributi di perfezione infinità onniscienza mutuati dalla tradizione grecoromana dell’Uno perché il dio dell’Altro non è greco, non è quel dio scevro di qualsivoglia qualità umana, hai mai pensato invece che dio è mite?, un po’ come dire: immagina mite la perfezione, o di converso immaginala collerica, capisci?, non credo di essere fuori dalla  tradizione dell’Altro nell’immaginarlo piuttosto che infinito, finito, come una specie di persona, come la persona divina che occupa uno spazio e un tempo, la cui creazione occupa ugualmente uno spazio e un tempo definiti, cioè  a non pensarlo come si pensa un concetto, l’attività di pensiero il tutto cangiante che vi si muove il sogno e via discorrendo, dio per me non è un concetto, cioè non si concepisce è inconcepibile come appunto concetto, cioè si immagina, è interessante immaginare l’onniscienza sganciata dalla predestinazione magari in termini di mitezza un’onniscienza con errore, no, con dimenticanza, nemmeno, un’onniscienza non onnisciente, un dio non onnisciente benché onnisciente un dio che sa tutto ma non predestina anche se sa come andrà a finire, avete presente la saga di Dune?, il dio verme?, mezzo uomo mezzo verme, che fa rinascere  continuamente colui che lo combatteva per il fatto che essendo nato prima di lui, cioè prima dell’onniscenza  della predestinazione e della totale prevedibilità, conserva e incarna di quell’ordine precedente l’essenza, e alleva i suoi stessi nemici affinché rimettano in moto ciò che lui  con l’onniscenza non può che neutralizzare cioè la storia, il divenire aperto; questo, più che un dio che volontariamente dimentica, o finge di dimenticare la creazione e le creature abbandonate, comunque dio di mistero, non logico, non conoscibile, aporetico, allo stesso modo in cui il mistero di una persona non è conoscibile

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4 Risposte to “l’Uno e l’Altro”

  1. Gioia said

    Rileggendo il testo e ripensando spesso ai discorsi di quella sera, credo di aver finalmente capito ciò che il maestro intendeva. L’incomprensione derivava dal fatto che io, benché non scevra di qualsiasi pregiudizio in materia divina,essendo atea, fossi però ferma sulla componente greca (platonica, direi), che è quella a cui in fondo ho attinto fina dalla più tenera età. Quella giudaica, dell’Altro risulta essere infinitamente più interessante, anche perché mi permetterebbe di avvicinarmi alle letture del sacro che diedero Mircea Elide (ierofania), Bataille (trasgressione), Pasolini, che di entrambi prende qualcosa. Penso a Il ramo d’oro di Frazen. Ciò che io leggevo come contraddittoria era il fatto di utilizzare la logica come premessa, come strumento, ma di negarla alla fine. Per quanto mi riguarda finché ho creduto, o ho creduto di credere, molti anni fa, ho creduto nell’Uno, non nell’Altro. Automaticamente io non ho potuto che pensare all’Uno. Era differente la prospettiva. Erano differenti le premesse. Ora ho capito. Se si parla dell’Altro ha ragione lui – benché il problema degli infiniti mondi creati da un creatore in fuga per me continua a rimanere irrisolvibile, come il paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga. Il maestro non è fuori dalla tradizione giudaica, ma da quella professata dai cristiano-cattolici. Ma, come ha detto bene, io stavo parlando con lui. Comprese e accettate le premesse, il discorso non fa una piega.

    Detto questo, io sono impressionata dall’intelligenza e dalla capacità di incalzare di quest’uomo. La profondità con la quale riesce a inserirsi fino al fondo in un argomento complesso e scivoloso. E non dare tregua. Considero un grande fortuna aver avuto la possibilità di discutere con lui. Tanto più che la sera prima, uscita con due amici, il livello della conversazione non andava oltre i complimenti da cicisbeo e le ripicche da gatta morta e senza raschiare tanto la superficie il fondo era lì, era già lì, a un palmo dal naso.
    gioia

    • mbrt0 said

      A me però continua a sfuggire in relazione a cosa ci fosse da avere ragione oppure torto. Il cuore del problema era forse un’ipotesi di esistenza di dio?, di un creatore? Possibile la discussione ver-tesse sulla sostenibilità o meno di una simile ipotesi? Suppongo di si. Ma non ne sono affatto certo. Credo che, a monte, tu percepissi il suo discorrere come un’ipotesi sull’esistenza di un creatore e ne sfidassi la tenuta. Strano, perché inizialmente lui, semplicemente, fantasticava: e se fosse…. Invece alla fine, incalzato, diceva di credere. Avevo insomma l’impressione che ciò che slittava e non riu-sciva a ingranare era un accordo sul “regime” della conversazione.

      • Gioia said

        Non c’è ragione o torto nel fatto di credere o non credere. Chiamo torto o ragione la tenuta o meno del discorso. Io non metto in discussione nè la fede, nè l’immaginazione. Metto in discussione la tenuta (logica, ovvio) di ciò che mi viene detto. In questo senso posso contestare o meno. E poi, sì, non c’era un accordo sul “regime” della discussione sempre per una questione di premesse, di dare per scontato qualcosa che invece avrebbe dovuto essere chiarito a monte.

  2. Gioia said

    Due gli errori di battitura: Frazer e non Frazen e “benché non scevra di qualsiasi pregiudizio “: ovviamente era “benchè scevra di qualsiasi pregiudizio”… la fretta miete vittime…

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