“Ma lei sa cos’è un uomo medio?”

15 luglio 2009

“È un mostro. Un pericoloso delinquente. Conformista! Colonialista! Razzista! Schiavista! Qualunquista!”*… Per me risulta inaccettabile  – scrive Gioia – che una persona fine e colta, una persona che si definisce un artista (scrittore), un intellettuale (in quanto professionalmente propone, non solo attraverso l’arte, ma anche attraverso discussioni, prese di posizione, conferenze, la propria visione del mondo) debba adagiarsi e incistarsi in bozzo nellamedietà, tessendone addirittura l’elogio. La prerogativa principale per un intellettuale è il coraggio. Può essere coraggiosa anche una persona comune. Ma questa persona non propone la sua visione del mondo in forza del proprio sapere e in virtù della propria intelligenza. Un intellettuale ha il dovere di essere un iconoclasta, un anticonformista, un bestemmiatore. E non per posa, ma per convinzione. Non dovrebbe nemmeno pensare a cosa essere. Dovrebbe esserlo e basta. La situazione odierna della critica, dell’arte e del mondo intellettuale (se vuole dir qualcosa), soprattutto in Italia, è penosa. E spesso in buona fede. Questa per me è assuefazione al mediocre. Senza più nemmeno il tornaconto. Qual è il ruolo, mi verrebbe da dire sociale, culturale, di un intellettuale? Vedere dove la massa non vede. Alzare un po’ la testa. L’orizzonte non può essere quello dell’uomo medio. Perché sennò non si capisce che differenza ci sia tra i due. Perché i due vengano definiti in maniera diversa. Di molto cinema si dice: è una fotocopia della televisione. Cosa significa? Che manca il respiro cinematografico. L’intreccio è banale. La poetica cinematografica (lo stile, lo stile!) è inesistente. È seriale. E poi è pavido, non ha guizzi. È a una sola dimensione. Non ha profondità, se non quella da buoni consigli di nonna Abelarda. Non ha sottotesto. Non emoziona. E per emozione non intendo il ricattino della lacrima facile. Anche un dito nell’occhio è un buon sistema per ottenere la lacrima facile. Ma non emoziona. Sono sconcertata dal buonismo e dal politicamente corretto che coprono, come un lenzuolo di bassa fattura, sentimenti meschini e vigliaccheria. Bisogna essere costantemente arrabbiati. Costantemente. E non abbassare la guardia. Non farsi corrompere dalla melassa. Questa società senza più né sangue né coglioni muore di morte lenta. E muore priva di coscienza. Il compromesso è un cancro. E purtroppo non è solo agito. È pensato. Siamo arrivati all’autocensura. Ci castriamo per paura di provare pulsioni disdicevoli. La narcosi dilagante rende tutto indistinguibile e anestetizzato. Non si sente più niente. E quello che si sente, se si sente – ripeto SE – è legato alle necessità primarie del corpo. Ma ormai siamo riusciti a viziare e indurre al sonno anche quelle. Il sonno della ragione genera mostri. Rimane la sembianza della cosa. Come un velo. Dietro al quale non c’è niente. C’è il nulla. Tutto è depotenziato. Ci nutriremo con la flebo, faremo l’amore per procura, avremo l’encefalogramma piatto. Allora inizieremo a raccontarcela. Al modo dei grandi romanzi e dei grandi film. Per rendere minimamente interessante una vita di una noia mortale. La noia fa più morti dell’alcol, della droga, del veleno. Sono più numerosi i morti di tedio che quelli di cancro, traffico e lavoro sommati. Inventiamoci le passioni perché abbiamo smesso di provarle. Fingiamo (e crediamoci pure) di essere al centro di sentimenti sconvolgenti. Un corpo freddo e rigido. Una mente perduta nel vuoto. Un cadavere. Migliaia di cadaveri che simulano senza nemmeno uno scopo se non quello di simulare. Il romanzo di Giorgio Falco è grandioso perché con una compattezza e una misura pressoché perfette rende evidente questa situazione disperata. L’ubicazione del bene (eccone una singolare recensione di Giuseppe Genna – fra le prime in ordine di tempo) si pone in contrapposizione dialettica a Il contagio di Walter Siti, perché entrambi raccontano in modo magistrale due facce della stessa medaglia. Le due vie sono osmotiche. I borgatari arricchiti e cafoni, che usano la cocaina e il sesso come strumenti ma anche come scopi (ed è qui il cortocircuito), sono la parte in cancrena di una società che per metà è già defunta. Fanno marchette per comprare la cocaina, certo; ma in fondo anche e soprattutto per pagare altre marchette. Per aderire a un modello pseudotelevisivo, arricchito e volgare, che li faccia sentire riscattati dalla miseria in cui sono cresciuti. La droga e il sesso sono l’unico mezzo che hanno per sentirsi vivi. Per sentire. La violenza, il sangue, lo sperma sono testimonianze della loro disperata vitalità. “È perché moriamo di una morte lenta che sogniamo una morte violenta”. I protagonisti di Siti rischiano continuamente la vita. E la rischiano non tanto per il denaro ma per la sua rappresentazione. Per essere essi stessi rappresentazione della compravendita di cui fanno parte. Non solo e non tanto per farne consapevolmente parte, ma per rappresentarla volutamente. Il degrado delle periferie era tale anche per la totale esclusione dei suoi abitanti dal mercato. Esso non era che lo spurgo del mondo. Si desidera sempre ciò che non si possiede ma si ha sotto gli occhi. L’accesso al mercato va perciò esibito. Che tutti vedano. Anche i protagonisti del primo libro di Falco, Pausa caffè, benché non giungano a questi eccessi, sono vitali. Demenziali e vacui, però vivi. Si affannano per ottenere un avanzamento di carriera, per avere il buon posto di lavoro, la bella famiglia, per uscire da un anonimato che, nel loro immaginario, risulta essere più cupo e triste di quello possibile, raggiunto attraverso una promozione. Nel libro di Siti ci si sente vivi rischiando la vita illegalmente, nel primo libro di Falco ci si sente vivi percorrendo legalmente le tappe socialmente riconosciute della normalità. Nel secondo libro di Falco, L’ubicazione del bene (eccone un’ancor più singolare recensione, di Paolo Cognetti), la vita è scomparsa. Si vive per inerzia, si vive perché accidentalmente è capitato. Manca la volontà, manca il desiderio, mancano le pulsioni. Si ripetono i gesti e le esistenze e la ripetizione genera entropia. È uno spegnersi doloroso e implacabile. Falco ha scritto un grande libro perché, pur non dando giudizi morali, restituisce al lettore la claustrofobia voluta di una situazione in stallo perenne. E perché ha raccontato magistralmente una società terminale e svuotata: quella odierna, nella quale ci imbattiamo e con la quale dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Della quale facciamo parte e in cui rischiamo di perderci. L’ubicazione del bene non è l’apologia del medio, nonostante i protagonisti del romanzo non siano altro che uomini medi depotenziati da qualsiasi impulso. Allora, dopo aver letto questo libro, dopo aver discusso della sua enorme forza, sulla sua bellezza, come si può continuare a magnificare proprio quello in cui questi personaggi stancamente si muovono? Ma cosa ci sarà mai di così orrendo nella medietà? Cosa ci sarà mai di così tremendo, nella cosiddetta normalità? Niente. Niente. Solo la non vita. Solo la morte.

Gioia

Cioè – ehm – ieri sera. Gioia e io abbiamo bevuto una cosa con il vecchio Daniel e l’amico scrittore Bruno Kleiber. Non si può dire la si pensi esattamente allo stesso modo – questo è certo. Forse Gioia e io, parlando di film e libri visti e letti ultimamente, ci siamo un po’ scaldati. Non più di tanto, però, mi è parso. Daniel e Bruno sostenevano tuttavia esprimessimo posizioni troppo ideologiche. Persino archeologiche (sic). Kleiber, sempre gentile, auspicava in particolare giungessimo a una visione più panottica (sic). Tutto sembrava lieto, tranquillo. E lo era. Ci siamo salutati abbracciandoci. Ma Gioia ci deve aver rimuginato, nottetempo, e stamane mi ha spedito la mail sopra riportata. Che mi pare, come minimo, piuttosto “sentita”.

*Da “La ricotta“, naturalmente, di Pier Paolo Pasolini; celeberrimo episodio di ROGOPAG, 1963.

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