due libri, due mondi (uno)

16 luglio 2009

I mondi sono tanti. I mondi contenuti in questo nostro mondo, il mondo cioè in cui quotidianamente abitiamo viviamo e lavoriamo, in cui ogni giorno ci svegliamo e ogni notte ci addormentiamo, il mondo che comunemente chiamiamo reale – questo mondo, insomma, è coabitato e coformato da molteplici mondi più o meno compatibili, ma spesso difficilmente distinguibili per quanto sensibilmente, oltre che visibilmente delimitati. Ogni tanto la narrativa riesce a produrre un’illusione capace di ritagliarne alcuni nella loro interezza e chi legge, facendovi ingresso, si trova quasi involontariamente a compiere trasognate operazioni di calcolo e misurazione. Dove sono questi mondi? A che distanza fisica, nello spazio, oppure, a che distanza temporale, nella memoria, si trovano? Quanto del mondo in cui sono, partecipa dei mondi rappresentati e in che proporzione, nella mia esperienza, il mondo o i mondi in cui sono immerso, invece, se ne discostano? La lettura degli splendidi racconti contenuti ne L’ubicazione del bene (Einaudi, 2009) di Giorgio Falco, ambientati presso Cortesforza, alle porte di Milano, località dal nome immaginario, ma dai contorni morfologici, sociali e antropologici quanto mai riconoscibili – fra villette, tinte pastello, giardini, innaffiatori, arredo urbano, ratei, rogiti, imbocchi di tangenziale, sabati al centro commerciale, auto nuove, gite allo zoo, matrimoni, bambini, cani, parchi giochi, animali esotici, e soprattutto tanta precarietà economica ed emotiva dissimulata sotto una soave cosmesi d’imperturbabile tranquillità, ordine e pulizia -, sarebbe stata più che sufficiente a indurre metraggi di questo genere – in breve: “quanto ci sono dentro?” – ma caso vuole che subito prima avessi letto un testo, Il contagio di Walter Siti (Mondadori, 2008), talmente efficace nell’isolare un mondo perfettamente riconoscibile e materialmente esperibile, così come nell’offrirlo, almeno nelle sue tendenze dominanti, quale forma egemone di organizzazione sociale della vita, da reclamare quasi d’istinto* un confronto. Il testo di Siti, che è forse più corretto oltre che pratico definire libro (piuttosto che romanzo; o ancora con formule di nuovo e nuovissimo conio finalizzate a “generizzare”, cioè fissare in sorte di sottogeneri o di nuovi generi letterari ibridazioni e contaminazioni fra ambiti di scrittura differenti, il più delle volte a fini di vendita) ritrae le nuove o ciò che resta delle vecchie e più periferiche borgate romane intrecciando da un lato le vicende drogate, disperate e deliranti di un articolato gruppo di emblematici residenti e dall’altro illustrando un fenomeno di progressiva contaminazione fra cittadinanza e popolo – o, se si vuole, fra borghesia e classi cosiddette subalterne – all’insegna del vicedevole degrado e della reciproca confluenza in una sola opulenta, magmatica plebe. Se, per me, nel caso del libro di Falco la prossimità e quindi il senso di familiarità con l’ambiente rappresentato ha una matrice in prima istanza geografica – con tutto ciò che comporta in termini genericamente culturali, di “mentalità”, risiedendo chi scrive in un lotto di nuova edificazione della periferia di una città, sia pur di media grandezza, del Nord Italia -, i 500 chilometri che separano Cortesforza dalle vicinanze del raccordo anulare presso il quale è ambientato Il Contagio non danno ragione non soltanto dell’analoga familiarità provata nell’apprendere le abitudini, le ossessioni e le vicende di quei personaggi, ma ancor meno della parallela impressione di assoluta incommensurabilità fra i due mondi, il grado di separazione del quali mi è sembrato tale da non poter essere spiegato ricorrendo a differenze pure importanti, come quelle di censo o, per fare un esempio sociologicheggiante, relative alla struttura locale del potere politico ed economico che li disciplina – privo, per esempio, nel caso di Cortesforza, della tarlatura, delle sacche interstiziali, della personalizzazione e la conseguente sorta di apparente, privata permeabilità (alla corruzione, naturalmente), di quello che a tratti traspare da Il Contagio. Leggere in sequenza questi due testi mi ha colpito perché in entrambi i casi mi sono trovato a pensare – il tipico: è proprio così! – che i mondi in essi ritratti partecipavano di quello in cui sono quotidianamente immerso in modo drammaticamente rilevante, lasciandomi tuttavia in una sorta di opaca, malcompresa indecisione, quasi che, a parità di aderenza al vero, ma soprattutto a parità di contesto storico, politico, mediatico, i due testi  diano conto, attingendovi empiricamente, di risultati o momenti materialmente coesistenti, fisicamente compresenti,  e tuttavia difficilmente componibili – nella mia percezione, tendenzialmente incompatibili – del funzionamento di una medesima macchina di produzione reale e simbolica.

*In verità su imbeccata di Gioia, che ha anticipato di pochi giorni le mie letture e mi ha promesso una delle sue “schede” su L’ubicazione del bene, per domenica o lunedì…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: