due libri, due mondi (due)

17 luglio 2009

Forse la più evidente fra le differenze che distinguono le realtà ritratte ne Il contagio da quelle della comunità lombarda evocata ne L’ubicazione del bene riguarda, ancor prima che la forma e l’organizzazione della vita, la pura e semplice attitudine di quei luoghi a ospitarla. Benché contraffatti e artificialmente alimentati, febbre e deliquio consumano le sgretolate periferie sitiane; e se le esistenze che vi si intrecciano, serrate in una trappola di esaltazione (vitalistica) e inedia (mortale), appaiono contratte e tragicamente appiattite, conservano almeno, del “sentire”, un vistoso simulacro. Sul risvolto di copertina del libro di Falco, Giulio Mozzi osserva come i personaggi che lo popolano sembrino invece accettare, quale ragionevole obiettivo per la loro esistenza, la permanenza in uno stato di quieta disperazione. Essi non perseguono, come accadeva in passato (o meglio: come accadeva ai protagonisti dei romanzi del passato), una magari comune, antiromantica forma di felicità, ma piuttosto una sorta di atarassica remissione il cui primo, necessario obiettivo consta della piena neutralizzazione di quel medesimo “sentire” la cui produzione, nel congedo di azione e pensiero, si pone al vertice dell’industria del con/senso. Il problema dell’opposto rapporto di queste comunità con il “sentire”, inteso anzitutto come sentimento vitale, mi sembra centrale per la più ampia collettività alla quale apparteniamo, e la difforme bellezza che i due testi ci consegnano – poiché entrambi sono bei libri; terribili, senza dubbio, anche in virtù di una poesia che non riscatta né consola, ma che per contrappasso rende stupenda la narrazione  – ne registra poeticamente l’antitesi. Quella di Siti è una poetica della mutazione in corso, antropologica prima che sociale e culturale – fin quasi genetica; è lirismo della carnalità disgregata di paesaggi stuprati e di corpi chirurgicamente adattati, adulterati da cocktails di coca, viagra e anabolizzanti, in uno stato di volontaria disponibilità che la progressiva e sempre più massiccia in/corporazione di merce perfeziona per la prostituzione quale unica modalità di rapporto interpersonale e tuttavia al tempo stesso, quasi per infezione, come in relazione a sporadici quanto violenti moti di rigetto,  mantiene in combustione, vivi e vitali. Tiziano Scarpa in un recente intervento su Il Primo amore ha messo in evidenza (forzo, qui, un po’ le sue parole) come il potere oggi non abbia più alcuna recondita doppiezza: non faccia più cioè affidamento su una doppia estetica (etimologicamente: sfera del sentire, del sensibile) per il semplice volgo e la raffinata elite, rispettivamente; né, allo stesso modo, conti su un’analoga doppia morale (morale: ciò che in materia di bene e di male “sentiamo” – laddove l’etica, mediante l’esercizio della ragione, tenterebbe generalizzazioni normative); ma aderisca a un’unica estetica e a un’unica morale. Estetica e morale di popolo e sovrano coincidono nella mutazione, sovrapponendosi, anzitutto nel corpo – si vedano il corpo e la felicità del nostro sovrano – in un paesaggio che nel libro di Siti appare esulcerato, maciullato e rigurgitato perché già infetto, già discarica, tuttavia riciclato  come ennesima frontiera, quella appunto del riciclo, della produzione di energia da materiali di scarto e tuttavia per quanto infetto, o proprio in quanto infetto, ancora vergine – la verginità della malattia. Se molta della poesia de Il contagio, come l’ultima fiammata di un tramonto, ha marcate tonalità apocalittiche e, almeno in questo senso, sia pure nel caos che vi è descritto, afferrabili, la natura sottile, aerea, paradossale della commozione che a tratti coglie  chi legge i racconti de L’ubicazione del bene – una sorta di radiazione di fondo, al tempo stesso cosmica  ed elementare, simile a ciò che di rado si prova vedendo un germoglio in mezzo al ferro, o un animaletto che si è perso in una lingua l’asfalto: sembra impossibile possa darsi anche solo il residuo di uno scostamento, il tenue barlume di un’emozione, figurarsi un pensiero – è molto più ambigua e difficile a definirsi. Eppure una vita a Cortesforza è desiderabile. Lontani dal caos e dall’inquinamento, dai pericoli e dalle promiscuità della metropoli, in una soffice mousse protettiva in cui crescere i figli, essa delinea i contorni di un progetto decoroso, e un investimento ragionevole: non rappresenterà il grande successo, la versione in sedicesimo di Villa Certosa, con i suoi festini e le sue becere seduzioni, ma non in ciò sta il suo valore e a maggior ragione, si vende assai bene. La gente, per abitarvi, ce la mette tutta, oberandosi all’osso per la vita intera: farcela, nella vita, è anzitutto riuscire a onorare, rata su rata, il debito contratto con le aiuole idratate e le villette in pigiama di Cortesforza.

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