Giorgio Falco + Walter Siti = Gioia

20 luglio 2009

L’ubicazione del bene di Giorgio Falco è un libro necessario. Penetra la quotidianità media come un ago la vena. Eppure non c’è sangue. Non ci sono umori corporei. L’ambiente è asettico, i soggetti anestetizzati. A differenza dei personaggi che animavano Pausa caffè, demenziali e vacui, eppure sconsideratamente vivi, i protagonisti del suo ultimo romanzo sono privi di volontà. Ciò che li spinge è l’inerzia. Manca lo sconsiderato affanno per ottenere qualche briciola di visibilità, un avanzamento di carriera, il riscatto, seppur misero, dall’anonimato. Non c’è ironia. Uomini e donne che vivono una morte lenta, rateizzata, ma implacabile. Il dolore è sordo, continuo e sordo. Un dolore col quale si convive, senza dar più nemmeno peso, come con certi acciacchi dell’età, certe abitudini sbagliate.

In contrapposizione dialettica all’umanità de L’ubicazione del bene si pone quella de Il contagio di Walter Siti. Entrambi sono ambientati nelle periferie cittadine (Cortesforza, paese immaginario del milanese, vicino all’imbocco della tangenziale per Falco; le borgate romane nelle prossimità del raccordo anulare, per Siti). Entrambi affrontano i quotidiani fallimenti di un ceto medio allo stadio terminale. Eppure ne Il contagio gli uomini e le donne, nel loro ridursi a uno stadio animalesco, infoiati e rapaci, in preda all’istinto, inseguono una disperata vitalità. Il loro esibito riscatto, che ha tutti i caratteri della rappresentazione televisiva (del denaro) più volgare e degradata, non è stasi, non è immobilità, non è ancora morte. È il mettere costantemente a repentaglio la propria esistenza, che testimonia e verifica la permanenza in vita. È perché rischiano di morire di morte violenta che non muoiono di morte lenta. La cocaina e il sesso, il sangue e lo spasimo costituiscono scelte estreme – anche nel senso di: possibilità ultime – per “sentire” la vita, per sentirsi vivi. Il corpo palestrato e abbronzato, intossicato dalla droga, posseduto violentemente, famelico e devastato è l’emblema animato e vivente di un sistema di compravendita generalizzato: è proprio questa ossessiva incarnazione – che, nella sua completa riuscita, contempla la distruzione – a decretare il riscatto e la fine. Così come per Bataille la petit mort coincideva col momento di maggior eccitazione e perdita, per i personaggi di Siti l’istante di maggior vitalità coincide con la morte. Se si dovesse scegliere un luogo come emblema dell’umanità che popola Il contagio, per coerenza con le caratteristiche che definiscono i protagonisti, quel luogo sarebbe la latrina. Dovendo fare la medesima operazione per L’ubicazione del bene, la scelta ricadrebbe sulla camera iperbarica. I personaggi di Falco sono già oltre il denaro e la morte. Le pulsioni e gli istinti sono scomparsi. Stancamente si trascinano e agiscono, seguendo quella che Baudrillard chiama simulazione, lo schema dominante in un’epoca retta dal codice, in cui il simulacro specula sulla legge strutturale del valore[1]. Non si applica una tale legge per ottenere un beneficio economico, o fisico, o di qualsiasi altro tipo: si simula per simulare. La legge è fine a sé stessa. Ma la ripetizione genera perdita, entropia, in chi agisce, e produce un senso di claustrofobia impellente in chi legge. Uomini e donne vivono in una specie di zoo safari (come quello visitato da uno dei protagonisti): “Lo zoo è il sogno infranto non solo del paradiso terrestre, quanto di un modello economico di controllo e solidarietà. Finita la solidarietà, è rimasto il controllo. Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città. Visti dal sedile anteriore destro del monovolume, gli animali sfilavano in tutto il loro insuccesso, non sapevo se essere felice nel vederli vivi o compiangere la fierezza addomesticata, il portamento ammaestrato, la mia situazione fallimentare”[2]. In questa sconfitta, che offusca e smarrisce anche qualsivoglia connotazione economica, le donne si stagliano come depositarie (biologicamente e culturalmente) della Norma che altro non fa se non ratificare la “microfisica” di un ibernato microcosmo in precario equilibrio, pronto a crollare alla prima incrinatura, poiché fondato sulla pura formalità. Gli uomini, da parte loro, alienati dal lavoro e ancor più dalla propria esistenza, abbandonata la facoltà di decidere, si fermano sempre sulla soglia, incapaci di compiere un passo che permetta loro di oltrepassare il limite. E in questa sorta di limbo non possono far altro che rimanere a osservare la condensa sui vetri, gli insetti che lambiscono i muri, un raggio di sole nel bicchierino da liquore, la loro vita che scorre come scorre perché così deve scorrere.

Libro da leggere assolutamente.

Gioia


[1] “Tre ordini di simulacri si sono succeduti dopo il Rinascimento, parallelamente alle mutazioni della legge del valore:

– La contraffazione è lo schema dominante dell’epoca «classica», dal Rinascimento alla rivoluzione industriale.

– La produzione è lo schema dominante dell’era industriale.

– La simulazione è lo schema dominante della fase attuale retta dal codice.

Il simulacro di primo ordine specula sulla legge naturale del valore, quello di secondo ordine sulla legge mercantile del valore, quello di terzo ordine sulla legge strutturale del valore”. J. BAUDRILLARD, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano, 20077, p. 61.

[2] G. FALCO, L’ubicazione del bene, Einaudi, Torino, 2009, p. 37.

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