finte befane

22 luglio 2009

Appena imboccato il corso, alle otto e mezzo, le spalle alla stazione, mi appaiono i sederoni di tre befane ricoperte di stracci, i calzettoni di lana arricciati alle caviglie sopra gli zoccoli, la gonna al polpaccio rattoppata sotto maglioni golf scialli e controscialli, retta da doppie triple cinture di stoffa sbucciata e sbrendoli spelacchiati e fasciature sporche ai gomiti e alle ginocchia – camminano spedite, baldanzose, scherzose, si danno pacche sulle spalle, ridono, si chiamano fra loro buttando indietro il testone, una rallenta e rimane un po’ indietro, si gratta la pietra del piede, gialla, e saltella, l’affianco curioso perché le ho già viste, mi dico, son loro, quelle che non capivo, ero sempre di corsa, mai sufficientemente vicino, mai di giorno, cioè di mattino, le prime volte in via Sarpi tornando dal lavoro, o magari recandomi ai baracchini sul Piovego, all’imbrunire, in controluce, andavano verso la stazione o verso i giardini dell’Arena dove c’era il raggruppamento slavo, ne vedevo sette, otto, dieci, in fila indiana, tutte un carbone fra luminarie semafori e smotoramenti, grigie nere infaldigliate, sembravano uscite dalla miniera, dal crollo di un camino, sembravano uscite da un altro tempo e per di più immaginario, da un quadro di Bruegel, mancava soltanto la scopa, in compenso portavano sulle spalle enormi sfere ballonzolanti, sacchi ricolmi di stracci – l’età indefinibile: vecchissime, avrei detto: da quando, più che da dove, saltavano fuori? – andavano al treno oppure a dormire?, magari fuori, insieme, all’aperto, dietro le aiuole d’arredo urbano, a ridosso delle mura cinquecentesche, fra le forre di qualche bastione, nel cantiere di un nuovo cavalcavia – di gente che dormiva sub luna ne vedevo a fottii, lungo i fiumi, sotto i portici, nelle piazze, ma mai donne, giovani o vecchie che fossero, tranne una, ma più di recente,  insieme a Gioia, alla stazione dell’ACTV, incastrata nell’angolo fra la macchinetta delle foto e la porta d’entrata della biglietteria: italianissima eroinomane – in quei sacchi magari tenevano il cambio, il necessario per la notte, oppure, pensavo, la refurtiva, e mentre ricordo queste cose quella più lenta ancora accucciata, sorride – ha tutti i denti, non ne ha d’oro o d’argento, non è affatto vecchia – si alza di scatto, la faccia larga, lunacivetta, naso a picozza, sopracciglia falcetto, rosacea alle guance, prospera e in carne, le scaturiscono broccoli arancio dal telo corsaro – non sembra rom, belena paffuta, sederozzo e tettone… ciao!, mi dice, ciao, le dico, di dove sei?, mi dice, di qui, le dico, di qui?, dice lei, e tu invece?, le dico, e lei allunga la mano e dice sono della Romania, ah!, le dico, che bel ragazzo che sei, dammi una monetina!, sono tanto povera, dice, tu tanto bello, tu tanto bello e io tanto povera!, ma per favore!, le dico, dammi un euro!, fa, uno soltanto, attaccandosi alla maglietta, mentre dall’altra parte di fianco a un camion che fa retromarcia, due giovani in un angiporto, le facce angolose, i capelli rasati, lamiera negli occhi, la cicca fra i denti, indicano e ridono, slavi: ho tanti bambiniiii!, sei tanto bellooooo!, e mi fanno girare le palle, ma non deficiente!, faccio io guardandoli mentre picchio il pugno sulla sua mano, falsa befana!, ce ne è di lavoro da queste parti, eh?, ma quella è già avanti ha raggiunto le colleghe sul marciapiede della parte opposta e procedono spedite, senza darsi pena, loro coi chiapponi e le braccia aperte, sembran la giostra dei cavallucci, i passi sbracciati da boscaiolo, finché una signora in bicicletta prende male il binario del tram e si cappotta in scroscio, senti il guaito, pare un cagnetto!, e loro prontissime si fanno attorno, miiii-miiii!, arriva una studentessa, tutto bene?, domanda, tutto bene signora?, si, si, dice la donna – sui cinquanta, tailleur grigio, ballerine nere: miiii, miiii… – inginocchiata, e le tre befane: ci pensiamo noi alla signora!, ci pensiamo noi!, tu vai, bambina, tu vai!, io mi fermo e guardo la scena e dico: se si mettono a rompere il cazzo, diocaro intervengo, arriva una coppia affari&finanza, tutto bene?, tutto bene, benissimo!, si, si, grazie, va tutto bene, e un anziano in bici da corsa, rotaie maledette!, ma adesso la signora riparte, vero signora?, se le mettono le mani nella borsa (che in effetti sta tenendo stretta al seno come il bambin Gesù) schizzo dall’altra parte, ma la signora è già in sella, miiii-miiii, le tre tendono le mani, i passanti ormai sfilano svelti, indaffarati, teleasportati e 2.0, è tutto finito, passa anche il tram, non ci mettono impegno a piagnucolare, la giornata deve ancora iniziare, la donna è in sella, fa no, no, con la mano, e trattiene a stento il miii-miii, poi però la infila in borsa, ecco, penso, un piccolo extra , no, no, ripete, mentre quelle le tiran la gonna sulla sbucciatura, sorride, si vede che ha un male cane, ecco, dice, ecco, sganciando le monetine, ecco, dice, spingendo il pedale, ahi!, quasi casca di nuovo, le  befane ridono, buona salute, signora!, fai attenzione!, una di loro estrae un fiasco, cazzo!, è proprio un fiasco!, se lo è tirato fuori da in mezzo alle gambe!, e si fa un sorso, con questo caldo, diosanto, e tappate in quel modo, salute signora!, smanacciano, ridono, fendon la folla, sembrano i sette nani, sette cazzi di taglialegna, poi si divederanno, andranno in parti opposte del centro storico, ben sparpagliate, i panini in borsa l’acqua e il vino per la merenda fino all’imbrunire a far su monetine, e sembrano assurde anche a sé stesse, nemmeno loro ci credono, guarda come ci siam conciate, e tu ti sei vista?, ma tanto qui fingon tutti qualcosa, chi di lavorare, chi di rilassarsi, chi di aver fretta, o di divertirsi, nessuna vergogna fare la questua, nessun bisogno – a casa il giardino, la carne sul fuoco – e a maggior ragione così mascherate, che qui, bene o male, se non è cinema è carnevale

La D’Addario, leggo, oggi: mi hai fatto un dolore pazzesco! Alla Setola, evidentemente, piace il tortello.  Che fosse “unto”, lo si sapeva. Era per dire, così, il livello.

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