konz

31 luglio 2009

Sera, quasi le dieci, camminando verso casa di Gioia, piazzetta San Niccolò. Squilla il cellulare. Daniel. Ti do una gran bella brutta notizia, dice. Eh? So che tu leggi il Mattino. Grande, bella o brutta?, faccio. Brutta, dice. Brutta e grossa, purtroppo. S-sentiamo, balbetto. Okay: Il maestro è dentro.

Silenzio. Momento di smarrimento.

Quello che io chiamo maestro, il mio maestro, che è anche il maestro di Daniel, il nostro maestro, il maestro della scrittura: non può essere. Daniel non lo chiama maestro. Lo chiama per nome. Come me, del resto. Quando lo nominiamo diciamo: Giulio. L’altro maestro, invece, quello che io chiamo Konz, ma che nessuno più chiama Konz dai tempi del liceo, è più plausibile. Lo chiamano maestro, nel giro abbastanza horror che frequenta Daniel, perché sa suonare. Si presentava come direttore d’orchestra. Come musicista. Da ultimo come insegnante di musica. Forse, ma non è detto, è diplomato al conservatorio. Che abbia studiato composizione credo però sia vero.

Il maestro è dentro, dice Daniel. Konz?, sussurro. Già, dice Daniel. Dentro in prigione? Esatto, dice. So che leggi il Mattino, e volevo risparmiarti lo shock, domattina. Mi pareva giusto dirtelo. D-da dove chiami?, faccio – per un attimo mi prende l’orrendo sospetto; non è il tuo numero, questo. No, infatti. E’ della mia ragazza. Sono in ferie, dice Daniel. Pausa. Cerco di raccapezzarmi. Rapina, spara Daniel. Un’eco. Nel mezzo della piazzetta. Traccia di capogiro: istintivamente annuisco. Dentro dico: “si”. E non perché quel che mi racconta Daniel sia bene. O giusto. O sbagliato. Non riesco, in realtà, a realizzare. Ma io, dentro, ho qualcosa che dice: “si”. Qualcosa che mestamente, in modo subdolamente solenne, annuisce.

Lo so, dice Daniel. E’ pazzesco. Eppure, dice, impossibile non pensare a certi discorsi che abbiamo fatto. Ricordi? Eccome, se ricordo. Attorno a capodanno. Daniel l’aveva ospitato. Konz dopo un po’ se ne era andato. Così. Di punto in bianco.  Non è per i soldi, aveva detto Daniel. Sapevo com’era messo. Anche se cinquanta euro, aveva detto, così, simbolici, voglio dire, per il disturbo, non sono questa gran cosa. Anche perché per il taxi li aveva. Se non hai la macchina, da qui alla città, a piedi, è dura. Specie la notte. Specie se hai fatto bagordi. Non so, aveva detto: anche soltanto, semplicemente, una parola, una rassicurazione: per sapere. “Cosa farai adesso?” “Mah, pensavo questo.” “C’è questa persona che”. “Ma sei sicuro?” “Non credi che.” Macché. Niente. Enigma. Addio. Sparito. Capito un cazzo, di lui. Della sua situazione economica. Dello sperpero di denaro dei due anni precedenti. Del lavoro, rifiutato. Della casa che non aveva più. Uno del giro, che possiede una tipografia, gli aveva offerto un lavoro. Da operaio, per carità. Ma in regola. E a tempo pieno. Le sbronze, così, uno se le paga. Ogni tanto, anche nei locali di lusso. Dove, poi, comunque, ci son sempre gli amici, no? Konz dopo qualche giorno aveva desistito, dicendo di aver bisogno di tempo per prepararsi, in seguito a un ingaggio, in Austria, come direttore d’orchestra. Molti soldi. Un paio di mesi.  Poi da cosa nasce cosa. Ma certo, come no. Nemmeno del cane che si era trovato, aveva capito niente. Da dove saltasse fuori, di chi fosse. Non era un cucciolo e tenerlo in casa, un po’ di problema, a Daniel, faceva. Come fai a sapere queste cose? gli dico. Sono già uscite? No, dice. L’ho saputo da Franz. La cui ragazza è amica dell’Ale, una del giro – devi averla anche vista una o due volte. Collega di Alf, cui dev’essersi rivolto il maestro. Magari attraverso Max. Capisco, faccio. Sotto casa di Gioia, Daniel chiude. Lo ringrazio.

Nausea. Amarezza. Queste catene di Sant’Antonio.

Ricordo la litigata con Gioia. La prima delle loro due grosse litigate. Quest’inverno. Proprio sul maestro. Daniel mi proponeva di prenderlo in casa. Avevo bisogno di affittare una stanza. Daniel, malgrado le consuete stranezze, pensava potesse fare al caso mio. E’ un tuo vecchio amico. Lo conosci bene. Nella condizione in cui sei. Gli dispiaceva che sparisse. In effetti, ero messo malissimo. Indebitato fino al collo. Avevo necessità. Gioia però si era opposta. Ma come, scusa?… Daniel non trovava vi fosse contraddizione. In fondo, il maestro era sempre stato bizzarro, ma non aveva mai fatto niente di male. Al limite, il problema era il cane. Il cane? Era che si apprestava a ospitare un’altra persona. Gliel’aveva promesso. Il caaaane? Ne era uscita una litigata. Intorno alle ambiguità. Più che di Konz, dei cosiddetti amici…

Metto via il cellulare. Respiro. Si soffoca.

Suono. Un minuto!, dice Gioia, dal balcone.

Luci fioche, spompe. Sta per fare buio. E’ notte fonda, in realtà.

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