secondo orecchio tombato

26 agosto 2009

(Maledetti coni)

10.30 – Io ho provato a chiamarti, ma tu non ti svegli…

10.38 – Non vorrei insistere. Ma se mi dici una cosa io la faccio, non è che penso che tu nel frattempo hai cambiato idea. Lo so che sei stanco, ma devi svegliarti. E’ mezz’ora che chiamo.

10.47 – Senti, ti ho chiamato 30 volte e non rispondi, e adesso non sei nemmeno più raggiungibile! Tra tre ore devi essere al lavoro, possibile tu non senta le sveglie?

(Ci ho riprovato)

11.01 – Ma porca miseria sei capace di svegliarti o no? E’ un’ora che ti chiamo, prenditi più sveglie se tre non ti bastano! Come fai se poi non vai al lavoro, e ti mandano il richiamo scritto, e poi ti licenziano, eh?, come cazzo la metti, poi?

11.09 – Basta, io non ti chiamo più. Se ti svegli ti fai vivo tu, e se perdi il lavoro ti arrangi. A 45 anni uno trova per conto suo il modo di svegliarsi, non si fa chiamare 100 volte!

(E adesso sono praticamente isolato)

11.11 – Svegliaaaaa! Non sono mica tua madre! Cosa ti sei messo in testa? Io sto lavorando, capito? La-vo-ran-do! Non capisco a cosa serva questo storia di chiamarti se deve andare così. guarda che non ne posso più, hai capito? E poi, una roba dritta dall’inizio alla fine si riuscirà mai a fare? Io mi sono rotta, hai capito? Mi sono rotta!

11.14 – Ecco, devo anche oggi disturbare tua sorella al telefono!

(Come non bastasse, il dente è caduto. Un momento prima di addormentarmi)

11.15 – Non risponde nemmeno lei! Si è addormentata? Ma che cazzo avete in quella casa? Vi ha contagiato Ivan? Siete diventati narcolettici anche voi? Siete morti?

(Stavo per inghiottirlo. Era saporito, a suo modo. Aveva ragione, però: e se succede mentre dormi?, e se ti soffochi?, e se è infetto?, se ti becchi la piorrea? C’è mancato un attimo)

11.18 – Se entro 5 minuti non ti sento chiamo la polizia! Ripeto: ti mando la polizia in casa!

(Comunque ho 43 anni. Non 45. E, tutto considerato, la sordità non è poi questo male)

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Dal blog giornalistico dell’ottimo Emilio F. Torsello – onde il forte invito a diffondere il documento – vengo a conoscenza del coraggioso tentativo di Don Stefano Rocca, parroco della città di Ugento (LE), volto a interrompere, mediante una lettera aperta, il silenzio che a quattordici mesi dall’accadimento dei fatti, regna intorno all’omicidio del consigliere provinciale dell’IDV Giuseppe Basile. «I media –  scrive Torsello –  sembrano aver dimenticato questo delitto per cui restano ancora aperte diverse piste e, ad oggi, solo il parroco, minacciato con lettere e telefonate anonime nei mesi scorsi, continua a lottare perché sia fatta luce sulla vicenda».

Sotto, per intero, il testo la lettera di Don Rocca – qui un’analoga lettera, datata marzo, in pdf.

***

La voce del sangue di tuo fratello, grida a me dal suolo

Così parlò Dio a Caino e così parla a noi oggi che continuiamo a chiuderci nel silenzio e nell’indifferenza (“sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino) circa l’efferato omicidio del carissimo Peppino Basile, nostro fratello e rappresentante di una istituzione. Sono passati quattordici mesi e il suo delitto resta ancora avvolto in uno scandaloso mistero. Molte sono le orecchie da mercante. Numerose sono state le provocazioni lanciate in questi mesi e giorni: presentazioni di libri, lettere indirizzate a politici e presidenti vari. Mi chiedo, perché ancora oggi si preferisce tacere? Perché questa morte ha provocato una sterile divisione, una rottura di rapporti sino a sfiorare persino condanne, querele e insulti poco edificanti come se fosse solo un “pallino” da parte di qualcuno? Perché ancora oggi, la morte assurda di un uomo è diventata una realtà che al solo parlarne provoca reazioni illogiche anche da parte di esponenti politici? Perché la morte di Peppino deve rimanere solo un triste evento che ha colpito la nostra città di Ugento e la nostra terra salentina? Perché su questa morte, occorre “metterci una pietra sopra”? No, non può essere così! Quanta tristezza alberga nel mio cuore e nel cuore di tutti coloro che da mesi e mesi invocano e gridano giustizia e verità per Peppino. Lo faremo senza mai stancarci. Abbiamo la fortuna di avere nell’ambito del governo nazionale un ministro, figlio della terra salentina, che nei mesi scorsi abbiamo visto spesso presente nei nostri paesi per suffragare voti per il suo schieramento politico. Per questo non abbiamo niente d’ammonire! Però perdonate anche noi, e non prendeteci per pazzi o per protagonisti o peggio ancora non schierateci come vostri nemici o avversari se continuamente vi chiediamo di aiutarci nella nostra ricerca della verità di un fatto così grave che sino ad oggi non conosce precedenti. Una cosa è certa che se fosse accaduto ad uno di voi impegnato nella politica, ugualmente ci saremmo “fatti in quattro” affinché verità e giustizia venissero fuori. La nostra ” battaglia” non è per quello e quell’altro colore politico (come purtroppo si crede), ma per un UOMO massacrato, nostro fratello e figlio di Dio. Credo che solo “abbracciandoci insieme” come amava dire don Tonino Bello, potremmo abbattere il muro della violenza e della inimicizia, e perseguire insieme i valori della giustizia e della verità, che insieme dovremmo ricercare. Come sarebbe benaccetto da parte di noi cittadini ugentini, poter sentire dalle labbra del nostro ministro una parola di intercessione presso le più alte cariche dello stato affinché un tale delitto possa avere quanto prima una sua risoluzione, almeno per difendere un uomo politico ( al di là del colore partitico) eletto dal popolo. Come sarebbe bello che la richiesta della verità sia invocata da tutti senza alcuna distinzione di colore partitico.

Eppure “il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo“, ci ricorda Dio!

Grida! Mi auguro che almeno le grida di Dio possiamo sentirle nel nostro cuore, visto che quelle di Peppino quella notte nessuno le ha ascoltate! (Così dicono!) Purtroppo! Mi auguro che queste grida di Dio possano rimanere impresse nelle coscienze di ognuno, senza la tentazione di rimuoverle. Mi auguro che qualora questa mia lettera capiti tra le mani di coloro che hanno commissionato e commesso questo atto efferato, possano sentire nel loro cuore la tristezza del peccato compiuto e nello stesso tempo la misericordia di Dio che sarà tanto grande quanto grande sarà il pentimento. Sono questi i miei auguri scomodi per questo ferragosto!

Don Stefano Rocca, Parroco di Ugento

pezzi

20 agosto 2009

 coni di cera

– Last week –

(Mi ci ero svegliato un paio di volte, con l’orecchio così). Sei stato dal medico? Ti sei procurato i coni di cera? Ti sei fatto fare l’impegnativa per l’otorino? (Dopo un’ora però si riapriva).

(Comunque lo so. Lo so che sono una palla. Ne ho sempre una. E pensare che parlo solo di cosette. Gli abissi del cuore, come si dice, li lascio dove stanno. Nell’abisso, appunto).

Non sei passato in farmacia? Hai intenzione di diventare sordo? Nemmeno oggi, dal dottore? E che cazzo hai fatto tutto il giorno, si può sapere?  Sei pure in ferie. Io non lo so, non lo so! Le bollette, almeno, le hai pagate? Come sarebbe, ti restano cento euro? Non avevi detto trecento? Che calcoli avevi fatto? Hai pagato la marmitta? Ma non dovevate dividere? Non è di tua madre la macchina? Quando tenterai di essere un po’ più pratico, organizzato, previdente – non solo da qui ai prossimi 5 minuti?

(Nè rivelo segretucci, superfici appena occulte: per esempio, un dente – non me ne restano molti, dopo le sei estrazioni di questo inverno).

Come sarebbe a dire che il tuo dottore non ha l’aggeggio per il cerume? Ecco perché tua madre e le tue sorelle non ci vanno più! E i coni?, almeno quelli, li hai comprati? Ti sei fatto fare l’impegnativa? Ti rendi conto che un’infezione al labirinto ti può devastare la faccia?

(Si è messo a dondolare, trullallà, come una chiave di violino).

– Two nights ago –

Mi presento con i coni di cera. Appoggio le guance sul tavolo. Me li faccio infilare. Diamo fuoco. Me li faccio sfilare. Confidiamo, come sta scritto nel bugiardino, quanto meno in un “benefico effetto caminetto”. Si muove qualcosa? Si scioglie? Cola? Ti si è stombato? Ma era già stombato, Gioia. Da quelle due  famose mattine non si era più intombato. Cazzate. Tieni i cotton. Fino in fondo. Ma come le pulisci? Fino in fondo! Non vai giù fino al timpano, tu? Non vai fino a dove la punta – tra parentesi: i cottonfioc di Gioia sono a punta di lancia – tocca? Madò che colore. Guarda là. Si starà mica già infettando, vero? Tieni un altro cotton. Spingi! Tieni…

(Morale: mi si ritomba l’orecchio).

Noooo! Cosa? Si è tombato. Come tombato? Cazzo, tombato, tombato! Proviamo con l’acqua calda. Più calda. Sempre peggio. Cioè? Mi par d’avere una cozza nel cervello.

(E gli occhi? Due o tre minuti per mettere a fuoco le cose vicine, se stavo guardando da media distanza).

– Situation’s worsening –

Ecco qui il risultato!, faccio. Tutta questa preoccupazione, tutto questo allarme a ogni minima cazzata. Cosa vuoi dire, scusa? Mi par semplice: avevo l’orecchio libero e adesso invece ce l’ho tombato. E sarebbe colpa mia? Dico solo che avevo l’orecchio libero e adesso, guarda un po’, ce l’ho tombato. Non avevi affatto l’orecchio libero.  Credevi di averlo libero. Ogni mattina un umore di merda, infatti. Due mattine, non ogni mattina! Perché, stamattina? Embè, che umore avevo? Ma di merda, tesoro: come sempre, e comunque non è colpa mia! Non sono io fisima, sei tu pelandra! Mica le ho prese io 18 multe! Mica me la sono fatta sequestrare io, la moto! Mica mi sono scordata di pagare l’assicurazione, io! Mica mi ero… Puoi dir quel che vuoi, guarda, tanto non ti ascolto. Sono sordo. Il dottore, la farmacia, l’otorino! Ma diocaro! Oggi chissà perché tombato, l’orecchio, non era. Ieri, chissà come mai, tombato, l’oerecchio, non era. E’ da quando ti ho detto che avevo l’orecchio tombato, che non ce l’ho più tombato. Arrivi tu. Sei proprio uno. Giù le mani. Ahi! Giù le ma-

– Situation keep worsening –

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(A pranzo, da mia madre: mamma, le sei estrazioni di quest’inverno…  Si?, dice. Cosa? Le hai pagate? Mmh. Mi pare di no. Nonò… Per questo il dentista s’era incazzato? Ah, no. S’era arrabbiato perché non avevo pagato i miei innesti. E li hai pagati? Eh, con i soldi di tua sorella, Cirri. Sai, duemilacinquecento euro. Perché? N-niente…)

!.[)ì’@#(]éè*!!!!????#…!!à#0°**..**ç)(^!!!!!!*ì+?!(§§)*à’®#!ù§!!!*ì+###?!(§§)ìç?!!\’^ù§!!!*ì+?!(§§)ì#ç?!!\’)!

***  *** ***

– One day later –

E quel neo sulla pancia? Il dottore ha detto che non è un neo, ma una formazione verrucosa. Si gonfia col caldo… Diosanto, che schifo!

(Anche l’eritema, allora. E il fatto che ho ripreso a grattare la crosta sulla schiena. Il ginocchio idraulico, però, almeno per ora, tien botta).

Ma si sgonfia, poi. Ah si? Si, verso sera, col fresco. Gesucrìsto…

– Today –

(Provo col filo. E una maniglia).

reliquia

18 agosto 2009

La faccenda dei dialetti è come quella delle osterie. Splendide, certo, alcune: rustico guarnito, e finto povero tout court. Due fette di prosciutto, una lacrima di rosso. L’autenticità, la veracità, il popolo, la tradizione. Tutto ristrutturato ad arte: i ferri nel camino, la cianfrusaglia ai muri, la polvere sui fiaschi. Sicuro. Ma la messa è finita, volenti o no. E questo metter sotto vetro si attaglia agli obitori, ai commercianti d’organi, agli animali morti.

Davide

17 agosto 2009

Ma che cos’è l’amore per Dio?, continuavo a domandarmi socchiudendo gli occhi pieni di vento e sabbia e carni e armi e canti (quanti canti, in questo romanzo!) riponendo il Davide di Carlo Coccioli, testo cui l’autore, morto nel 2003 a Città del Messico, lavorò oltre un ventennio a contatto con personalità del calibro di Gershom Sholem e Martin Buber; pubblicato da Rusconi nel ’76, indecorosmente obliato e riproposto da Sironi quest’anno.

Uno guarda un fiume, o un fiore, o il volo di un uccello, pensavo. E gli capita, una volta almeno, di ammettere: una cosa così non l’avrei mai e poi mai saputa immaginare – nè io, nè nessuno; o di domandarsi: può essere un caso?, è più pazzesco chiamare questa cosa in questo modo, o nel modo in cui la chiamava – “il caso sei Tu” – Davide, figlio d’Isai ? Inoltre: dal fiume, dal fiore, dal volo d’uccello al tutto: in questi termini e in un sol colpo. Perché è così che va: non per classificazione o processo, ma di colpo, simultaneamente, in totale “pienezza”: l’uccello è nell’aria che è il cielo che sta nella luce che circonfonde un astro in un’ora precisa che muta e che ha dei colori che non sono materia, né la terra su cui poggio i piedi che non sono zampe né mani né ali né gravità che ci lega ma dalla quale esso si affranca… – che effetto fa? Se qualcuno ha immaginato e poi fatto dal nulla tutto questo, voglio dire. E in tutto questo ci sto dentro anch’io. E ci stai tu. E la relazione che c’è fra noi. E fra noi e altri come noi. E fra altri ancora e i mondi, contenuti in mondi ulteriori. In che rapporto sta, costui, che mai appare se non tutto, costui-persona quindi, che tuttavia: mai-appare-se-non-tutto: non so come altro dire: non appare se non tutto… In che rapporto sta Costui, con me; che sono parte di questo stesso tutto e parte, quindi, non posso che apparire. Costui: in cui e di cui tutto appare. Con me: schiacciato, completamente azzerato, inabissato.

Non saprei nemmeno da dove cominciare. Farei finta di niente? Dimenticherei per non perdermi – con/fondermi? Farei silenzio?

Non così Davide – da pastorello a eroe nazionale per avere abbattuto il gigante Golia, quindi successore di Saul al trono di Giuda e istitutore dello stato di Israele. Né, ovviamente, il suo creatore, Carlo Coccioli che, fedele al labirintico dettato veterotestamentario, soffia vita in un’anima dalla voce mirabilmente angolata, verticale, ora in ascesa ora in picchiata, ricca di squassi, esclamazioni, commozione, una “tempesta di essere” che nemmeno nella più aerea e ondulare delle meditazioni, recinta dall’immenso stellare della notte nel deserto, trova quiete e silenzio. Costantemente immersa in una plenitudine pregna di purissima infanzia, quella del Davide non può darsi come scrittura di celebrazione – ancorché intesa nel senso più nobile, come nel caso della potente, delicatissima liturgia amorosa sul corpo della persona amata del Tondelli di Camere Separate. Il vaso di Davide è sempre troppo pieno, infatti, per non tracimare. E la parossistica quantità delle azioni alle quali nel corso tumultuoso della vita egli dà compimento, sia qualora comprenda sia qualora non comprenda l’Imprerscrutabile che lo sadizza, evoca il disperato daffare in cui, nel bene come nel male, ci scaraventiamo quando la pressione dell’eros per un “oggetto” di cui non saremo mai sazi, si fa insopportabile. Davide ama instancabilmente il Dio degli inarrivabili “palazzi dell’assoluto” investendolo spudoratamente, senza ritegno, prosternandosi con una precipitazione che, sospingendolo alle soglie dell’aperta concupiscenza – “il mio cuore è simile alla cera, si liquefà nelle viscere” (splendido!) – lo conduce al limite, a una sorta di hybris, onde un lacerante bisogno di punizione e soprattutto l’anelito a un amore d’altra natura, capace di por fine alla lotta – “per quanto lontano spingessi lo sguardo, mi appariva dovunque l’impero di tale fatalità della natura, questa normale assenza della pace” – in tutte le sue declinazioni: dall’attesa, al logoramento del desiderio, alla paura di sbagliare, soprattutto alla desolazione della mancanza. La sua umanità in ciò è modernissima: chi crede veramente, crede che si ricongiungerà con le persone amate. Ma se io credo nel ricongiungimento, il dolore della separazione può essere vero? E se esso è vero – e difatti mi travolge – posso affermare di crederTi, di amarTi? Diviso, fin quasi disintegrato nella sua creaturalità, per tutta la vita Davide tenta la via di un trascendimento che redima le molteplici dualità sublunari – il “divorzio fra realtà e apparenze”, per esempio, o quello fra la “storia degli uomini e la storia di Dio”. Ma per chi abbia vissuto tanto, e integralmente, quanto Davide, una simile ricerca può rivelarsi catastroficamente paradossale: coloro che non hanno dio, infatti, non contano che sull’esistente: come può accadere che, venendo meno l’al di là, invece di rastremarsi e diventare prezioso, l’esistente (qui si tratta della condizione moderna, naturalmente, delle perversioni ontologiche di una mentalità economicistica) si svuoti; mentre per me, che credo in una dimensione ulteriore e più vera, esso si faccia così insostituibilmente pieno? Come posso volermene andare?  Il Davide di Carlo Coccioli si pone in effetti quanto più lontano si possa immaginare da un’invocazione, sia pur salvifica e pacificatrice, della morte. E il suo tono palpitante, prorompente, è quello di un giubilo che, anzitutto sotto il profilo umano dice la grande bellezza di esserci.

il tempo materiale

15 agosto 2009

Ho finito di leggere Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum fax, 2008) una ventina di giorni fa e mi sarebbe piaciuto scriverne subito un commento – mi piacerebbe scrivere qualche riga di tutti i libri che leggo, sia di quelli importanti sia di quelli che invece non lasciano traccia – ma ho preferito aspettare, non soltanto nella speranza di decantare i molteplici e non sempre facili temi affrontati dal libro (la classica spaga di imbarcarmi in faccende ingestibili), ma anche per un mal compreso residuo di frustrazione nei confronti di una lettura sotto tanti aspetti esaltante. Ho atteso che anche Gioia finisse il romanzo perché molti dei temi che, più o meno frontalmente, Vasta prende in esame hanno fatto spesso capolino nelle nostre conversazioni e speravo, com’è accaduto, che dalla sua mente ordinata giungessero parole capaci di dar forma alle mie confuse riserve. Al passare dei giorni, infatti, invece che dissolvere, sedimentavano e, a discapito dell’altra grande virtù del romanzo, ossia la sua impressionante forza di suggestione, la percezione del pregio dello stesso deviava su questioni quasi esclusivamente linguistiche. Vasta d’altronde scrive straordinariamente bene: il dominio che esercita sulla lingua rasenta, si direbbe, l’assoluto e l’innamoramento, o meglio, il modo  in cui l’autore fa sua la lingua, è tale da eclissare non solo la trama ma anche – come accade a volte con i poeti – il tipo di patto (le strategie di seduzione, direbbe il mio maestro) che, in differenti guise, gli scrittori tentano di instaurare con chi legge. Per questi motivi, pensavo, ne avrei assolutamente consigliata la lettura: c’è poca gente in Italia in grado di fare alla lingua quello che fa quest’autore; e senza perdere in pregnanza, senza cioè che il più si risolva un pirotecnico esercizio di stile. Così infatti non è. E il problema, se esiste – diciamo  quindi: il mio problema – è più indefinito. Non riguarda, per esempio, la scelta di attribuire agli undicenni protagonisti della vicenda – che, nell’anno del rapimento di Aldo Moro danno vita, in quel di Palermo, a una spietata cellula di ispirazione brigatista – capacità intellettuali, organizzative, fisiche palesemente irrealistiche. Né, in sé, la difficile, enigmatica resa – nel registro volutamente antitestimoniale di un’atroce, cupissima fiaba – di temi tragicamente immedicabili come gli anni di piombo, i sanguinosi misteri del recente passato, il conflitto fra amore e ideologia, la perdita dell’innocenza da parte dell’Italia, la scomparsa del Tragico a favore dell’Ironico contemporaneamente a quella di un tempo “altro”, in qualche modo salvifico, connesso all’amore o al legame, situato al confine del – e contrapposto al – linguaggio; un tempo che l’autore chiama “materiale”.

Il linguaggio, del resto, è un’esistenza immensa, scrive Vasta, meravigliosamente: la sensazione di piacere, a tratti persino di ebbrezza, che la lettura de Il tempo materiale procura, inerisce in effetti alla capacità dell’autore di produrre la netta sensazione di una genesi dell’esistenza attraverso il linguaggio; se non di tutta l’esistenza, di una quota talmente impressionante di essa da compromettere il senso stesso della realtà (“esistenza”, scrive Vasta, e non “reale” o “realtà”; qui le parole pesano come macigni); con esiti straordinariamente ambivalenti di depotenziamento  (semplifico violentemente: ancora una fiaba sugli anni di piombo!: il testo è mitologicamente stracarico) ed elevazione alla grande bellezza (il dettato è poetico e contiene, della poesia, la tensione veritativa). Esiti estremamente ambigui: a partire dalla considerazione, forse scontata, per cui se è vero che c’è per noi solo linguaggio, che non si esce dal linguaggio se non attraverso il linguaggio, il che equivale a dire, temo, appunto: “non se ne esce”, è anche vero che proprio di ciò consta il cosiddetto senso della realtà: esso ci è dato dalla contraddizione percepita dentro un’esistenza – esistenza, sottolineo – potenzialmente infinita, ma solo nel linguaggio e soltanto attraverso il linguaggio, onde la realtà, o meglio, il reale, avrebbe a che fare con un’idea di confine, di margine, di limite del linguaggio stesso, ossia con il nostro sentirci in qualche modo prigionieri del linguaggio – quando da esso dominati – oppure abitatori del linguaggio – quando, suppongo, lo dominiamo. Confini, margini, limiti ai quali appare appunto: il tempo materiale.

Ed ecco il problema. Il romanzo racconta, illustra, rappresenta il tempo materiale? Forse. Nella misura in cui illustra l’infezione linguistica che lo distrugge e, al contempo, il legame dei protagonisti con il linguaggio, ergo il “reale” del linguaggio. Ho però i miei dubbi: il tempo materiale, additato, nel romanzo, come “via d’uscita” all’orrore epocale è chiamato, invocato direttamente alla fine del libro: “Nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore… ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore (corsivo mio), e del dolore in tempo. Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero che alla fine delle parole comincia il pianto”. Esso, insomma, più che agito, pare additato, circumnavigato. Ma è d’altra parte possibile ipotizzare, intorno agli anni di piombo, una scrittura scandita ispirata e immersa nel tempo materiale – cioè nel dolore, cioè nel reale? Per poter parlare, per esser cioè in grado lasciar parlare il dolore, il dolore stesso deve almeno stemperare e trasformarsi: allora avremo testimonianza; e, certo, come lascia intendere Primo Levi specialmente ne I sommersi e i salvati, mai completamente risolta, sempre ostaggio di oblio e mistificazione, sempre a repentaglio, poiché dal dolore cioè dal reale, nonostante gli sforzi – l’ultimo spettacolare trentennio italiano palesa, di tali sforzi, indizi a dir poco lampanti – non usciamo mai del tutto, così come mai del tutto usciamo dalla sfera del linguaggio. Ammessa in ogni modo come possibile, quella di Vasta non pare una scrittura siffatta. Né può esserlo, a tutti gli effetti, per banali ragioni anagrafiche. Quel dolore, presumo, non è il suo.

Non abbiamo, quindi, ciò che chiamiamo Storia: essa è ancora da scrivere. Nè quel che abbiamo provato a chiamare “reale”: esso è, al verbo, scarsamente attingibile. Quel che abbiamo, con questo mirabile libro, è una stupenda immaginazione intorno a un periodo che, non ancora entrato nella Storia, già è mito. Mito di un tempo diverso – epico, tragico, magico, anomalo, allucinato: di follia collettiva o, per dirla con Vasta, di infezione virale. Asportato, di conseguenza, da un “prima” e, soprattutto, da un attualissimo “dopo” sedicenti diversi e magicamente innocenti. Mito di quarantena, di recisione, che fonda e legittima “l’ordine orrendo” del presente italiano.

tramonto

12 agosto 2009

L’altra notte sul divano arancione, le braccia sollevate, i capelli sparsi sulla fronte e sul collo, Gioia sembrava l’erba alta ondeggiante nel vento: veniva voglia di immergersi, stender la schiena e socchiudere gli occhi.

oh, freccetta

11 agosto 2009

Da quando, per ovvi motivi, non faccio più uso di pornografia, occupo gli spesso assai dilatati interstizi del tempo teoricamente dedicato alla ricreazione culturale con altri, meno fallocentrici, passatempi. Fra gli ultimi, poiché è poco tempo che scrivo in rete, quello di cercare blog, un po’ come andando a funghi, con la freccetta nell’angolo alto a destra della schermata. Da qualche giorno tuttavia la freccetta è scomparsa, sostituita da un miserevole “cerca”, sicché il mio passatempo preferito è divenuto impraticabile. Qualcuno, se esiste, sa dirmi come diavolo si ripristina?

gli attriti di scurati

11 agosto 2009

Su Repubblica il 7 agosto c’era un’intervista di Loredana Lipperini ad Antonio Scurati, secondo arrivato – per un solo voto di scarto – al Premio Strega 2009, assegnato il 2 luglio scorso, con Il bambino che sognava la fine del mondo. Nell’intervista Scurati si scagliava contro Tiziano Scarpa, vincitore del premio con Stabat mater, il quale qualche giorno prima aveva rilasciato a Vanity Fair un’intervista in cui, sia pur con la consueta misura – dote di cui, in tutta franchezza, Scurati non par minimamente attrezzato: “Scarpa è il simbolo della degenerazione della società italiana” – non gliele mandava esattamente a dire.

Lucio, il mio collega laureato in lettere, mi mette al corrente della diatriba. Ama entrambi gli autori, ma si schiera a gran voce con Scurati, che considera prima che un grande scrittore (Scarpa, nell’intervista a Vanity Fair, lo definisce un “ottimo scrittore”), uno fra i più lucidi intellettuali del corrente panorama culturale. Lucio si è laureato con una tesi sulla canzone d’autore, ma credo abbia fatto un esame sulla comunicazione di massa portando in discussione anche alcuni saggi del bergamasco (prima che romanziere, esperto di mass media). Benché adori cantautori e poeti, o proprio perché ha di queste venerazioni, mi colpisce molto il significato che attribuisce alla parola “intellettuale”. A parte la decrepitezza (e la connessa puzza – di vate) dell’aura relativa alla “figura” (evidentemente dura a morire; Scurati, tra l’altro, si vorrebbe engagè), mi sorprende non soltanto che, per Lucio, in quanto docente universitario e  autore di testi scientifici, Scurati sia o eserciti la funzione  dell’intellettuale di mitologica memoria (io direi che semmai è ed esercita la funzione di accademico); ma soprattutto che  come intellettuale-di-professione egli possa obiettivamente vantare una consistenza culturale superiore a quella di Scarpa – un semplice, pur se eccellente, “scrittore”. Il colpo di grazia (o dello Strega), tuttavia, Lucio me lo infligge declamando un passo della suddetta intervista, allorché staccando gli occhi dal foglio, con l’estatica espressione di chi abbia appena saggiato l’incontrovertibile, afferma: ma la senti questa frase, che roba? Cazzo, è magnifica. Ora, non so, ditemi voi: riporto il contesto per intero e giro la “frase magnifica” in corsivo:

“Nell’intervista a Vanity Fair Scarpa elenca i miei successi in campo giornalistico, accademico, editoriale e dell’organizzazione culturale insinuando l’infame sospetto che li abbia conseguiti grazie a favori da parte di potenti. Questa è una tipica mentalità da spirito del risentimento, una delle sintomatologie più chiare della degenerazione sociale”.

Capire, al limite – ammesso ci sia qualcosa da capire – capisco – voglio dire: “se lo dice lui”. La frase del resto mi sembra troppo mal congegnata, inutilmente sonora, opinabile, vacua e – ripristinatone sintatticammente il senso – furbamente  generica, per perderci più di un istante: fa schifo.

Riporto un’altra pepita, da intellettuale d.o.c., oltre che da artista di prima grandezza:

“L’unica possibilità per chi prova disagio è stare dentro la macchina, consapevolmente, e fare attrito con la propria persona”.

Anch’io ogni tanto faccio attrito, devo dire. Ma preferisco il cesso.

taccuini

8 agosto 2009

Sto finendo il taccuino. L’ho iniziato ai primi di marzo. Qualche giorno e sarà pieno. Prima tenevo tutto insieme, nelle agende. Di solito della cassa di risparmio, quelle che regalano a fine anno. Poi c’è stata una transizione, un periodo d’indecisione. Non sapevo più se continuare. L’ultima agenda era enorme e bellissima. Me l’aveva regalata Grazia Verasani nell’estate del 2003, per l’anno dopo. Il 2004 è stato, sotto ogni aspetto, un anno terribile. Di quelli che ti fan chiedere se ne uscirai. E, naturalmente, come. Un crash di sistema mi ha fatto perdere tutto quel che avevo scritto da maggio ai primi di novembre. Dall’inizio del 2005 ho scritto il diario soltanto nel computer. Da quando ho conosciuto Gioia, però, pur continuando a scrivere il diario, mi sono munito di agendine. Quella che sto riempiendo me l’ha regalata lei. Penso spesso che mi piacerebbe svuotarle. Anzi, che dovrei svuotarle. Immagino tre o quattro giorni liberi, tranquilli. Da Gas in montagna. Lui che dipinge, io che svuoto i taccuini (a proposito: la madonna che ho in mente è sua). Il taccuino che sto finendo comincia in modo un po’ inquietante, al centro di salute mentale: Dott. Ferronato. Ansia da assunzione? Tavor: 5 mg al giorno. Mestruazioni: è l’effetto del Risperdal. Il medico ha ordinato in sostituzione: Abilify. Più o meno stessa dose. Sentire dott. Zonta e dott. Gatto. Non soltanto medicine ma anche ciclo di colloqui.