quotidiania qualunque

3 agosto 2009

Ivan e mia sorella, di sopra, stanno pulendo il frigo. Lo hanno sbrinato, hanno tirato fuori quel che c’era dentro, e adesso stanno passando tutto con spugne e detergenti. Io sono qui sotto, nell’antro – la mia bella e ampia stanza sotterranea. Cerco di scrivere il famoso racconto sulla madonna e sono un po’ in para, anche se la ragione, in fondo, per cui sono in para non è, in sé, il racconto. Cioè. Dovevo farlo in un mese, il racconto. Poi in un mese e mezzo. Poi in due. Siamo quasi a due mesi e mezzo, e ancora niente. Non che sia in alto mare. So quel che dovrei fare. So come dovrei finire. Ho tutto, come si dice, dentro alla testa. Ora dire che ho il film dentro alla testa è esagerato. Un film è fatto in larga parte di azioni e dialoghi, ma l’azione (e il dialogo), in particolar modo l’azione  (senza dialogo) che dovrebbe chiudere il racconto non consta che di una breve, pensosa camminata, una più pensosa sosta di fronte alla casa di Nazareth, un se possibile ancor più pensoso ingresso nella cazzo di casa di Nazareth. Non c’è, in effetti, molta azione (ci vuole poco, voglio dire, a farsi un film del genere). C’è invece molto discorso. Più precisamente, ci sono tre discorsi in competizione (in assenza di dialogo). C’è il discorso del mondo. C’è il discorso del male. E c’è il discorso di dio. Io grosso modo li so, questi tre discorsi. La bravura starebbe nell’agirli prima che nell’intrecciarli, ma invece che buttarmi a corpo morto e sversarli su carta, continuo a sferruzzare il già scritto allargando fila – un lebbroso di qua, un’ispezione genitale di là – che invece dovrei tirare. Per dire: come adesso. La cosa, un po’, mi inquieta. E’ il mio difetto. Non vengo al sodo. Se penso che il maestro – visto la settimana scorsa insieme a Gioia – per scrivere un pamphlet – che vorrebbe pubblicare in autunno – ci ha messo, mattina e pomeriggio, due giorni, mi viene la colite spastica. Ragazzi, diceva, rispondendo alle nostre obiezioni. Tenete presente che è stato buttato giù in due giorni. Stilisticamente e contenutisticamente splendido. Già così. Solamente una debolezza – per altro, a mio avviso, secondaria – in un passaggio di ragionamento. Circa la possibilità concettuale del martirio e della santità in un’ottica di totale passività. Anyway: non è tanto il racconto a mandarmi in para. Prima o poi metterò in moto questo cazzo di un bambino senz’occhio – Lucifero, naturalmente  – e farò prendere uno spavento mortale a questa benedetta madonna. Prima o poi. Adesso, più che altro i soldi. Le multe da pagare. La moto requisita. Le altre multe da pagare. L’avvocato. E poi, a tratti, il pensiero di Konz. In galera. Per rapina.

Loro, frattanto, sbrinano il frigo. Fanno le pulizie, tengono pulito. Non so se siano diventati veramente amici, in questi due o tre mesi. Li sento spesso conversare, mi sembrano affiatati.

Sarebbe stato meglio me ne fossi rimasto rintanato qui sotto. Per la verità dell’appartamentino, al piano di sopra, uso solamente la cucina. Per farmi il caffè e per mettere in congelatore il pane e qualche pietanza. Non ci fossero Gioia e mia madre, mi nutrirei esclusivamente di pollo eurospar da E. 2.99, qualche panino e qualche piadina con le patate fritte. Ogni tanto Gioia cucina, e ceniamo insieme. Tutto quel che avanziamo, lo confeziona e me lo regala. In casa ha il frigo che funziona male, dice. Oggi, però, Ivan mi ha pagato l’affitto, così sono dovuto salire e, siccome non lo vedevo praticamente da un mese, ho fatto quattro chiacchiere. Prendere i soldi e svignarmela – no. Così ho finito per raccontargli delle multe. Non tutte. Il grosso. Lui mi ha raccontato una sua brutta disavventura legale. Poi si è messo a parlarmi di suo padre, morto quando era ancora piccolo, schiantandosi con il camion che, per lavoro, stava conducendo. Mi ha detto di aver recuperato, in soffitta, un super8 della fine degli anni ’60 che sua madre non aveva mai visto, in cui il padre compare due volte. È riuscito a farlo riversare e, benché un po’ rovinato e girato male – tutto mosso – ora ce l’ha in DVD. Ho temuto il peggio, naturalmente. Invece no, ha preferito non mostrarmelo. Dio lo benedica. Non so cosa farei senza lui. In tutto il mese non l’avrò visto che due o tre volte. Una delle quali, per i soldi, appunto. Dio sia lodato. Veramente. È lui che me lo manda. Con le disavventure che ho avuto, tipo la polizia in casa alle sette meno venti del mattino, mitra spianati, tutti giù dal letto, fuori i documenti: cioè ospitavo tre ragazzi palestinesi, i vicini avevano paura, ex lege non avrei potuto affittare e via discorrendo, ma con 900 euro al mese di stipendio e più di 600 di rata del mutuo, è facile arguire a quale livello si attestasse la cosiddetta qualità della mia vita e così avevo dato retta a mia madre e attraverso una fantomatica scuola internazionale di lingue me li ero presi in casa. Chi me l’ha fatto fare (il mutuo, intendo)? Mia madre, sempre lei (adesso, però, non ho voglia). Quest’inverno mia sorella ha mollato l’esoso bilocale in cui viveva e si è trasferita qui. Qualche litigata, all’inizio. Qualche strepito. Poi le cose si sono appianate. Ma ci sono voluti mesi per trovare Ivan (e qualche altro strillo di sorella e madre assortite). Avevo ospitato un amico, nel frattempo. Max. Ma non poteva garantirmi la permanenza. E mi chiedeva flessibilità. Cioè: se un mese fosse rimasto qui solo quindici giorni, gli avrei fatto lo sconto – per l’appunto: Max era Max, come canta il poeta. Preso com’ero, ancora spaventato per i palestinesi e la polizia armata in casa, ero lì per acconsentire. Poco, anche pochissimo: meglio di niente. Mi ha piantato dopo un mese, dicendo che sua madre liberava la casa, quindi risparmiava i soldi e si ritrasferiva, ma probabilmente sarebbe rientrata a metà estate, sicché domandava se poteva lasciar qui le sue cose: hai visto mai. E’ intervenuta Gioia,  ed è comparso Ivan.

Gioia: amore mio!, che nel frattempo sta furiosamente smessaggiando, dal lavoro. Ha le palle giratissime. Vuole venirsene via. Cosa ci sto a fare qui, se non a farmi umiliare?, dice. Cerco di sedarla un po’. Ci manca solo che faccia qualche cazzata. Tipo sclerare al capo. Quanto a me, finite le ferie, oggi riprendo il lavoro. Il demente delira, manco dirlo; l’ho potuto constatare dando un occhio al putiferio psicotico degli orari. La vittima in ogni modo è Diego che  in un forum in cui si parlava del nostro cinema si è permesso, come lavoratore del cinema in questione, di consigliare ai frequentatori dello stesso di protestare insieme, magari come fans club, qualora preferissero vedere  – argomento della discussione – i film senza l’intervallo (ignorando come gli intervalli facciano lavorare i bar!, il maggior lavoro dei bar produca maggiori profitti!, i maggiori profitti producano, di questi infausti tempi, un numero maggiore di posti di lavoro!). In questo periodo, il preferito  del demente è diventato il buon vecchio Poldo (il ché, dopo tutti i tentativi per farlo licenziare, lo scorso anno, è francamente grottesco). Ebbene: il demente ha fatto circolare un dispaccio aziendale, dal contenuto simile a quello riportato un paio di parentesi fa, a Diego specificamente dedicato, dalla salomonica titolazione: Per coloro che ignorano. Sarebbe da regalargli l’antico testamento, cazzo. Sempre a proposito di lavoro e “crisi percepita” – si pregiasse, la Setola, di farci avere qualche euro in busta, invece di smazzarci il suo resistibile ottimismo (comprate!, spendete!, divertitevi!): mia sorella – quella che pulisce il frigo – è in cassa integrazione.

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