fioravanti

4 agosto 2009

Questo non vuole – o non vorrebbe – essere un post di rabbia, disgusto e indignazione intorno alla giustizia o l’ingiustizia storiche e contingenti, alla certezza tangibile dei delitti e l’incresciosa incertezza delle pene, alle molteplici ignominie e le incalcolabili impunità politiche sociali economiche culturali che insozzano il vissuto e la memoria della nazione, ma piuttosto sul trauma rimosso che generalmente chiamiamo – dal celeberrimo film di Margarethe von Trotta – Anni di piombo, trauma di cui tutti quelli della mia generazione (i quarantenni), della generazione dei padri (i settantenni), delle generazioni immediatamente precedenti (i cinquantenni) e di quelle immediatamente seguenti (i trentenni d’adesso) sia pure in misura differente sono portatori e in base al quale andrebbero investigati il clima, la tonalità, lo spirito che da un buon ventennio incartano l’Italia.

Non voglio, né probabilmente ho i mezzi per dirimerne i nodi. E non è mia intenzione metterla, storicamente parlando, sul meglio o il peggio del “prima”. Certo è che quando ho visto il volto di Giusva Fioravanti sulle pagine del giornale locale sono stato colto, senza averne ancora letta la relativa notizia, da un tonfo di spuntata meraviglia – una sorta di balbuzie del cuore. Niente di eclatante, per carità. La sensazione che si prova quando si sbaglia uscita e ci si ritrova all’aperto su una scala antincendio, oppure si imbocca una stradina che si rivela, con l’apparire di un muro screpolato, un vicolo cieco. Mi è parso, per un attimo, di sognare.

Fioravanti (mi si perdoni, ma faccio fatica a scrivere “è stato”, anche se per la legge il passato è passato – kaputt) è certo, in assoluto, uno dei peggiori criminali partoriti dal generoso ventre della nazione. Forse addirittura il peggiore. E la donna con cui si è unito in matrimonio, dalla quale ha avuto se non erro una figlioletta e che nel 2013, come lui oggi, otterrà la totale riabilitazione civile (quindi politica), non è da meno. Giudicato colpevole dalla stessa giustizia che oggi lo reintegra nella comunità cui inflisse la più infame e sanguinosa fra le stragi della sua storia moderna, in poco più di un paio d’anni, fra il ’78 e l’81, con impressionante cadenza stagionale, accumulò altri quattro ergastoli per essersi macchiato di delitti la cui ferocia ma soprattutto il cui obbrobrio stenta a trovare affini; a parte la quantità di omicidi a vile bruciapelo è appena il caso di ricordare l’assalto, nel corso di un’assai blanda trasmissione femminista, alla sede romana di Radio città futura: fatte stendere sul pavimento le presenti, dette fuoco ai locali mitragliando e ferendo gravemente le donne che, al divampare dell’incendio, tentavano di fuggire. A Padova, la mia città – la città in cui , colpito alle gambe, venne catturato – è ricordato per aver ferito un soldato durante l’assalto notturno a una caserma e per avere trucidato due carabinieri che lo avevano colto mentre tentava di recuperare armi dal fondo di un canale. Quest’uomo, per la medesima giustizia che lo ha giudicato colpevole, oggi è  pienamente in possesso dei comuni diritti di cittadinanza: per la giustizia che gli imputò più di ottanta vittime egli ha pagato, e tanto basta: è immacolato. Tuttavia che di fronte alle vittime, alla comunità, alla storia, alla sua stessa coscienza, la parabola  di cui è protagonista costituisca faccenda ben più profonda e immedicabile è per me, che personalmente non lo conosco né conosco parenti o persone in qualche modo e a diverso titolo legate alle sue vittime, in un certo senso un aspetto secondario. Il punto, per me, per quel che mi interessa dire, non è tanto o semplicemente l’ingiustizia, la sproporzione e l’ovvia, conseguente, indignazione; ma il surrogato d’innocenza “percepita” nel suo essere qui e ora e fra noi, innocuo; la sorta di neutralizzazione – il sentore quasi di una sacertà – conseguita in seguito all’espiazione. Come dire? Il punto è la sensazione. Il rimosso. Ciò che non sai, eppure sai perfettamente. Il punto è l’innocuo, nella sua faccia.

Giusva Fiorvanti è nato nel 1958. Aveva vent’anni, quando ha iniziato a uccidere: il lampante curriculum  evoca  il delirio  di un pazzo omicida. Forse lo era. Forse, intere generazioni lo sono state, per un periodo. Oggi, in ogni modo, ne ha 51. Ha 9 anni meno di me, due anni più del mio maestro, 10 anni meno di Davide Bortolato – leader delle nuove BR padovane catturate nel gennaio 2007 (ci avevo bevuto qualche spritz insieme, del tutto inconsapevolmente): nessun omicidio, ma 22 anni di carcere per associazione eversiva e costituzione in banda armata. La faccia dell’assassino Giusva Fioravanti è la faccia di un tipico cinquantenne di oggi. Per intenderci: non è la faccia che aveva Pasolini quando è morto, nè quella di mio padre – morto a 56 anni (cancro). E’ una faccia che reca  tracce di gioventù. Questa nostra contemporanea, pervicace, antistorica gioventù. La faccia “affrancata” che presentiamo un po’ tutti in questo ventennale continuum – lui, che del continuum, incarna la negazione; lui che proriamente è interruzione, discontinuità. Strano: difficilmente affermerei la pertinenza al contemporaneo del misto di malinconica ipocrisia, velleitarismo anacronistico e disperata solitudine affiorante dai dispacci, le autointerviste, il linguaggio, i volti i modi gli abiti i corpi  e persino le professioni di copertura degli esponenti padovani delle cosiddette nuove BR (e di molti militanti dei gruppi politici ad esse in qualche modo contigui). Capsule di un altro tempo,  escrescenze di  un’epoca lontanissima, essi non sono uomini sacri – risorti.  Sopravvissuti, piuttosto; ibernati. Al massimo estemporanei, noiosissimi reduci che continuano a parlare come se ciò che è accaduto non fosse accaduto, come se l’arto amputato – che, come accade, magari ancor percepiscono – non fosse stato tagliato.

Con una moglie non brutta, amata, altrettanto giovanile; la gioia di una figlioletta; con un lavoro magari modesto, ma dotato di senso tanto quanto lo sarebbe lavorare in fabbrica o in miniera così come in un ufficio legale o nella redazione di un giornale in relazione al nutrimento di un’autentica sfera di affetti, l’assassino Giusva Fioravanti che con ogni probabilità non è più l’assassino Giusva Fioravanti pur non potendo che esserlo, non soltanto ha innanzi una vita – la quotidianità degli affetti, un prospero universo di senso – , ma presenta il volto immemore, privo di segni, perfettamente confondibile nella sua inconfondibilità, di chi serbi sostanzialmente intatta l’identità di quella che si dice appunto: una vita. Egli è innocuo. Come sua moglie. Più dei volti brigatisti (il volto “vecchio” di Davide Bortolato: concrezioni infantili nel pianto e nel riso afferenti a un urto o una gioia immemori), dei loro dispacci, del loro linguaggio, delle loro occupazioni, la faccia di Giusva-Fioravanti-ancora-giovane testimonia – ed è questo, banalmente, che sconcerta – l’agghiacciante vicinanza di quegli anni di piombo che i brigatisti involontariamente, paradossalmente rendono preistoria; e appare all’Italia esattamente come l’Italia appare a sé stessa, priva degli sfregi, dimentica dei traumi, monda del sangue: quotidiana, attuale e prospera. L’Italia che era prima. E non fosse stato per quegli sfregi e quei traumi sarebbe ancora. E che infatti ritiene di essere – proprio: l’Essere dell’Italia, così come l’Essere di Fioravanti. Redenta, affrancata, esonerata senza tuttavia pretenderlo, senza proclamarlo, senza pensare  di dover sbraitare, lottare, piangere, seppellire una buona volta i morti. Come emergendo da un sogno in cui ci si sia sentiti un altro: stropicciandosi gli occhi su di una scala antincendio – porta chiusa alle spalle; o di fronte al muro di un vicolo cieco dipinto magari d’azzurro e nuvole bianche.

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2 Risposte to “fioravanti”

  1. Gioia said

    Donata Gallo, che con Gideon Bachmann è l’autrice di una spelndida intervista a Pier Paolo Pasolini sul set di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ha curato due interessanti documentari: “Archiviati. Radio Città Futura racconta il ’77” e “Memoria a perdere”. Lei stessa faceva parte di Radio Città Futura. Il giorno della mattanza si è salvata perchè non era di turno. Le donne presenti eran più che altro casalinghe, madri di famiglia, signore (le chiameremmo così oggi, non tanto per l’età ma per il “ruolo sociale”) che non facevano politica ma che per la prima volta avevano trovato uno spazio per parlare. Le cinque donne, inermi, son state colpite più e più volte. Ancora, dopo trent’anni, portano i segni di un’aggressione feroce e vigliacca: una di loro si è vista asportare l’utero e tre proiettili, un’altra è rimasta zoppa.
    In pochi ricordano quello che successe a Radio Città Futura. Donata Gallo ha il grande merito di essersi spesa per ricostruire l’accaduto e portarlo in giro per scuole e università. Sperando che qualcuno, tra le file delle nuove generazioni, si indigni vedendo il viso sorridente di un efferato assassino sporgersi dai giornali, commentando la propria condizione di libertà.

  2. mbrt0 said

    Agghiacciante. E: agghiacciante dimenticare. Eppure, non so. E’ come dovessimo fare i conti con la nostra incapacità di provare indignazione. D’altronde solo i pazzi eternano i sentimenti. Indignazione eterna. E’ come se dovessimo affidarci ad altro. Trovare nella narcosi il suo antidoto. Ho fatto l’orrendo pensiero cioè che non ci svegliamo più, e si debba, in un certo senso, lottare in sogno. Essere capaci di fermare lo stupore quando, nel sogno, ci prende: e svegliarsi, oppure, come si fa a volte nel dormiveglia, riuscire a imprimere al sogno una diversa direzione. Scusa, gioia, so che sono un po’ fuori. sono solo impressioni, un po’ così…

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