minorenni sbronzi e genitori anche

6 agosto 2009

A Milano una quattordicenne ubriaca fa notizia: aveva la boccia di vodka in mano. A Roma, invece, fa notizia un gruppo di adolescenti che stanno comprando fumo: arrivano le guardie e questi, se non ho capito male, invece che sottomettersi o al limite svignarsela li mandano  affanculo. A Padova si parla spesso di emergenza etilica minorile. C’è persino un prete che si fa chiamare Don Spritz. Catechizza greggi assortite (under & over 18) fra ululanti nebbie secolari. E sulle pagine del quotidiano locale, svuotate d’estate come un bicchiere, già ci si prepara al rientro, alle calde serate di settembre, ai mercoledì con migliaia di ragazzi riversi nelle piazze a dar di tracanna. La giunta, sostenuta fra gli altri dal presidente dell’associazione degli esercenti di bar e locali, intende far proprio il provvedimento bandito da Letizia Moratti a Milano, che colpisce, in solido ai ragazzi trovati ubriachi (ancorché non molesti), i poveri genitori, chiamati quindi a rispondere dell’altrui comportamento in prima persona.

Perché?, faccio. E’ che tu pensi a nostra madre, risponde mia sorella. Non si può certo dire ci avesse mollati, diosanto, ma prendi uno come te: come poteva starti dietro, seguirti, impedirti di fare quel che facevi? Avrebbe dovuto rinchiuderti, non permetterti di vedere gli amici, persino di andare a scuola. Praticamente internarti. Non sono quelli, i genitori che ha in mente la Moratti. La Moratti, dice mia sorella, ha in mente piuttosto certi colleghi , padri di famiglia, età compresa fra i 45 e i 55 anni. Fanno le stesse cose dei figli, si divertono allo stesso modo.  Vestono uguali. Cantano le stesse canzoni (sempre sappiano suonare, magari la chitarra). Altro che spritz, la sera. Guai a toglierglielo! Certo. Chiamarli in causa con una sanzione per i comportamenti dei loro figli, sembra eccessivo. Il senso però lo capisco: alzare la soglia dell’attenzione. Far diventare la sbronza, anche quella isolata, occasionale, un problema di famiglia. Un affare di stato.

Oggi, sul Mattino, in prima pagina, leggo il fondo di Adina Agugiaro – di professione se non sbaglio psicoterapeuta – e mi rendo conto che, con qualche astrazione in più, si esprime allo stesso modo. Parla infatti di barriere generazionali da ripristinare, ruoli da ristabilire, esempi da dare. Il fatto che non vi siano più due società, una dei padri e una dei figli, scrive Agugiaro, è un male; e che la società dei padri sappia aggregare “provvedimenti repressivi” a non meglio specificate “risorse educative”, è parte ingente del rimedio. Ora: i provvedimenti repressivi sono le punizioni. Ci vogliono, ogni tanto. Così dice per esempio mia madre, 75 anni: voi non siete stati piallati (sic), e di conseguenza non avete struttura, siete labili, informi. Per mia madre, noi figli, rispettivamente 43, 42 e 37 anni, non abbiamo ricevuto, per dirla col vecchio Jonathan Franzen, le necessarie “Correzioni”, e attribuisce a questo, principalmente, il fallimento della sua impresa famigliare (tout court, la sua impresa): nessuno di noi si è arricchito, nessuno le ha dato nipoti, nessuno è anche soltanto riuscito a mantenere lo standard sociale conquistato da lei e da papà. Man mano che invecchia, mamma si colpevolizza. Ma sempre più spesso chiama in causa il mancato supporto delle cosiddette agenzie educative, in primis la scuola. La scuola mi ha piallata, ripete orgogliosa. Mi ha dato la regola che ho cercato in ogni modo di trasmettervi. Un bene che a voi è mancato. Avrebbero dovuto punirvi, invece che lasciar correre. Preventivamente, educativamente. Morale: ci ha poi pensato la vita, obbligando lei, fuori tempo massimo, in solido: non fosse ancora viva, saremmo a carte quarantotto.

Quanto invece alle “risorse educative” credo di poter interpretare il tecnicismo di Agugiaro in questi termini: passare più tempo con i figli, fare insieme a loro delle cose, insomma seguirli di più. Interessarsi a loro, prenderli sul serio. Amarli, e amandoli, rendere splendido, creativo, “pieno” il rapporto. Soprattutto, insiste Agugiaro: metter loro a disposizione questo mix di repressione e risorse educative senza mai – attenzione – mai: essere ambivalenti cioè, immagino, senza mai interpretare al tempo stesso il ruolo di genitore e quello di amico.

Anche oggi: non mi va di metterla sull’ipocrisia, sui pulpiti dai quali ‘ste prediche e via discorrendo (tutti questi imprenditori, manager, professionisti, politici: così presenti, esemplari, affettuosi, responsabili, coerenti: autentiche guide) ma non è difficile immaginare, per  tale asfissiante ubiquità genitoriale, la necessità di un diverso assetto sociale. Si percepiscono, invece, sentori di  medicalizzazione (una sbronza a una festa evoca immediatamente la “dipendenza”) e di formalizzazione accanita (tu tarzan io jane) – vuoto a perdere: le reali, personali, irriducibili asimmetrie fra giovani e adulti. Il problema dal lato della famiglia e più in generale da quello di una realistica fisiologia degli affetti è a mio giudizio che quest’assetto, fondato su individualità disponibilità connettività, vale a dire: relazioni, e da esse necessariamente alimentato, si rivela costitutivamente inospitale per i legami – che delle relazioni rappresentano, per così dire, la versione hard-core; e risponde all’aumento della complessità da esso stesso, per frantumazione, generata con misure di carattere formalistico, segnaletico, normativo – quando non immediatamente poliziesco. Un provvedimento come quello di Moratti, a prescindere dalle distorsioni ansiogene che rischia di ingenerare in un quadro fortemente contraddittorio (non ci si emancipa, ma ci si fa reciprocamente i cazzi propri) ripristina il legame – la componente  meno codificabile di una relazione – mediante il ricatto di una sanzione, resuscitandone la dimensione coattiva (dello stato sul genitore, del genitore sul minore; e per converso, con possibilità ricattatorie del minore sul genitore) attraverso una fictio burocratica.

Che poi io ritenga mia madre abbia troppo amato e che troppo laborioso si sia rivelato allentare il morso del suo amore, non è che un altro aspetto del  problema. Il legame è duro a morire. In cattività, però, tende a degenerare.

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2 Risposte to “minorenni sbronzi e genitori anche”

  1. Gioia said

    La collega di mia madre l’anno scorso aveva dovuto presenziare col figlio più grande – che frequenta la scuola media – a un incontro con un operatore del SERT per sensibilizzare ragazzi e genitori sul tema dell’alcol e delle droghe. L’incontro si è aperto con una domanda ben precisa rivolta ai genitori, da parte dell’operatore: “Chi di voi beve?”. “In che senso” han risposto madri e padri. “In un solo senso” ha risposto convinto l’operatore “o si beve o no. Anche solo un bicchiee a pasto potrebbe portare sulla triste via dell’alcolismo e dare oltretutto un pessimo esempio ai figli”. I genitori, basiti,non sapevano cosa rispondere: praticamente tutti, a pasto, bevono un bicchiere di vino.
    Ricordo anche un mio zio paterno, anche lui, anni fa, operatore del SERT. Aveva smesso di usare anche l’aceto o il vino per cucinare.
    Il problema dell’alcol, come quello della droga e, per molti aspetti, del cibo (anoressia-bulimia) non credo si risolva con atteggiamenti repressivi o coercitivi, poichè il problema è a monte. Sono totalmente d’accordo sul timore di una degenerazione ricattatoria come conseguenza di una legge che, in realtà, legittima il governo a lavarsene bellamente le mani. La responsabilità è solo ed escliusivamente dei genitori e dei figli. Ma questo offende la mia intelligenza e la mia complessità di essere umano. Io non reagisco come il cane di Pavlov al suono del campanellino. I miei comportamenti sono il frutto di scelte personali (di mia responsabilità), influenzate da diversi gradi di socialità in cui, oltre ai genitori, compaiono anche istituzioni di vario tipo, mode, standard culturali, ecc., ognuna delle quali ha la propria responsabilità e di ciò deve prendere atto.
    Capisco sia più comodo ed economico catalogare semplificando tra alcolista o astemio. Peccato che così non solo ci si scolli dalla realtà, vivendo nel magico mondo delle fatine, ma non si risolva problema, aggirandolo in modo vile.

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