un legame

8 agosto 2009

“…Non stiamo insieme, le diceva. Tu non sei la mia ragazza, non sei la mia donna, io non ti amo, non tornerò ad amarti, eri una casa ora sei una prigione, una casa senza porte e finestre, una gattabuia, puoi espanderti come un’uccelliera o ridurti a una stia, ma sei comunque e sempre un vicolo cieco, un terminale, lo capisci?, capisci che scavo, non faccio altro che scavare, anni e anni di scavo, capisci che non ne posso più?, che voglio vedere la luce, respirare, liberarmi e che tutto ciò che desidero è una possibilità, cominciare daccapo, prendermi quel che mi spetta e ripartire, e un giorno, magari, in un’altra di queste mie vite, innamorarmi, stupirmi, sentir battere il cuore, lo capisci?, devi capirlo, devi perché non torno indietro, non voglio tornare indietro, questo devi accettarlo, ammetterlo e rassegnarti, è la realtà e non la puoi cancellare, è dura, è orrenda, ma non puoi farci niente, devi incartarla e metterla via, tener duro, fartene una ragione e metterla via, non puoi continuare a devastare ogni cosa, sconvolgere te stessa il sottoscritto e ogni cosa si frapponga o possa frapporsi, preventivamente. La relazione si trascinava da anni, le diceva, colpita ovunque, flagellata a morte. Alle gambe, alle braccia, al torace. La relazione, da anni, non era che un cadavere deambulante. Uno zombie. Ma lei scuoteva la testa, dissentiva. Urlava o sfotteva oppure, a seconda delle forze, crollava in lacrime, spezzandosi in tremore e conati, ma non cedeva pronta a ricevere la violenza, se necessario, a nutrirsene, poiché sapeva che il cadavere macilento, pur crivellato, non smetteva di avanzare, centimetro dopo centimetro, minuto dopo minuto, conquistando pezzetti di tempo e di spazio, frammenti di giorni e di luoghi, scivolando nel fango sfruttandone la mollezza per avanzare, sbriciolandosi nella polvere nutrendosene, stramazzando sotto la pioggia idratandosi e dilatandosi per apparire più grande e vistoso e presente, e intirizziva nella neve coricandosi e riposando, s’inverminava nel disgelo alimentandosi dei suoi stessi parassiti e rifioriva, fruttificando in aculei e fiori di spine con il torrido. Lei sapeva. Sapeva che la relazione non era che il mascheramento, la veste mondana dell’altra cosa. Sapeva che tutti quelli che da fuori apparivano chiaramente come elementi patogeni della relazione, palesi segni di sfacelo, costituivano, in realtà, nutrimenti, sia pur degenerati, per ciò che l’uniforme mondana della relazione abbigliava, il corpo in carne viva, il fascio d’organi sotto la relazione, la cosa fortissima, onnivora. Anche Leo sapeva. Ma a differenza di Barbara era rotto, e non voleva. Da questo punto di vista gli amici, pur aspramente, gli stavano tendendo una mano. Leo, formalmente, lo comprendeva. Gli ingiungevano di fare ciò che lui stesso voleva fare. Glielo ordinavano. Tu, Leo, non vuoi più Barbara nella tua vita. Butta fuori Barbara dalla tua vita. Tu, Leo, vuoi essere libero da Barbara. Ebbene, liberati di Barbara. Barbara ti ricatta. È chiaro. Lei fa in modo che tu esploda. E c’è qualcosa, in lei, che ride. Lo intuisci. Lo intravedi. Un attimo prima che le dita si chiudano e il braccio scatti. Vedi l’angolo delle sue labbra, mentre porta le braccia attorno alla testa e si raggomitola, per proteggersi, sul pavimento…  “

Questo qui sopra è un frammento di un testo-romanzo che tre mesi fa ho messo da parte per scrivere un racconto sulla madonna che un po’ mi annoia e non riesco a finire e tuttavia non voglio abbandonare. Ieri l’altro ho scritto un post in cui a un certo punto, in modo piuttosto oscuro e inopinato, ho tirato fuori una pretesa sostanziale differenza fra relazioni e legami, sostenendo che il mondo in cui viviamo è  predisposto per sviluppare relazioni e , di converso, per annichilire legami. Il romanzo vobberre parlare anche di relazioni e legami.

Oggi sono vacuo.

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Una Risposta to “un legame”

  1. annaterra said

    Caro Umberto,mi fa piacere che continui a scrivere.
    Lì per lì mi poteva anche fare piacere che l’altro giorno (dopo che ti avevo contattato per chiederti se avevi ancora quel file) tu mi chiedessi di leggere una tua cosa nuova che hai definito essere una “allucinazione”, me l’hai anche ripetuto dopo che ti ho detto “spero che non faccia troppo male”… L’hai ripetuto, è solo una “allucinazione”.
    E va bene, avevo capito. Anche se speravo di trovarci qualcosa di nuovo, non ostante il tuo preavviso.
    Nuove idee o esperienze, non so.
    Supponevo che la tua vita continuasse e non fosse rimasta cristallizzata.
    Poi ho letto.
    Te lo dicevo. “Leggo”.
    E tu hai detto ” vado a cercare una birra”.
    Poi non ti ho risposto più.

    Mi sono chiesta se davvero sia ancora così importante per te e se valga la pena continuare a rimestare nel calderone del 2004.

    Forse una cosa non ti è chiara.
    Io non ti amo più. Da tempo.
    Non ti penso più.
    Non ho interesse a parlare di te nelle mie cose artistiche e pseudo artistiche.
    E se lo facessi credo che saresti irriconoscibile. Ti camufferei.

    Trovo che le cose che descrivi in questi testi siano delle mezze verità o se ti può rassicurare delle mezze percezioni della realtà.
    Le tue.
    E non capisco la ragione per cui tu insista nel farmele leggere.

    Sono anni che le persone che ti stanno intorno (tranne quelli che sono miei amici e alle quali di certo non puoi andare a dire cose così tanto fuori dalla realtà) credono che io sia un mostro, una persona riprovevole, una persona volgare, insensibile, una malata mentale, e qualsiasi altra cosa che tu solo puoi sapere, io no. E nemmeno quelle persone. Che di me non hanno mai saputo nulla. Se non impressioni superficiali o quello che gli puoi aver detto tu.
    Purtroppo nessuna di quelle persone ha pensato di chiedersi se fosse davvero possibile che la verità stesse da una parte sola.

    Avrei voluto interrompere questa mail molto prima. Ma a questo punto sento la necessità di chiarire.
    E ti chiedo.
    Ma non puoi cominciare a parlare della tua ragazza? Di lei non hai nulla da raccontare?
    O forse ti ricordi troppo bene anche come sei fatto.
    Cioè sai benissimo che poi potrebbero svelarsi (come è stato con me) tutte le tue contraddizioni, la tua incapacità di affrontare le cose, i sentimenti, le persone, la tua famiglia, o magari la sua…

    Quella che racconti, sempre la stessa, è una storia a metà.

    Nessuno però si è chiesto se potessero essere stati alcuni tuoi comportamenti a far trasfigurare la mia persona (cosa che invece io, secondo queste pagine che mi fai leggere, ho fatto con te)

    Davvero non se n’è accorto nessuno che sono 15 anni che continui a scannerizzare la mia vita? (che inevitabilmente è anche la tua) a sbranarla e rivomitarla e reingurgitarla e rivomitarla ancora, avendo la spudoratezza, o l’allucinazione vedi tu, di affermare che ha mantenuto la sua forma, i suoi valori e contenuti? Possibile?

    Che tu sia rimasto traumatizzato dalla nostra storia, dal modo malato nel quale l’abbiamo vissuta, lo capisco, lo sono anche io.
    Di contro mi lascia completamente incredula che tu possa pensare di esserne stato solo vittima.
    E questo si capisce da ciò che scrivi. E forse anche da ciò che racconti agli altri e che non corrisponde mai esattamente ai miei ricordi.
    Però vorrei ricordarti alcune cose, pochissime rispetto alle cose accadute, che ti aiutino a ridimensionarti.

    Mi hai lasciata per sei mesi completamente sola quando è morto mio padre, e hai cominciato a frequentarti con Grazia. Ricordi?
    Mi dicevi che la morte di mio padre aveva rovinato tutto. Che tu stavi per pubblicare, che proprio allora avevi la possibilità di frequentare nuove persone, nuovi ambienti. Ricordi?
    Sì stavi per pubblicare, non lo metto in dubbio, mi dispiaceva moltissimo. Ero fuori di me. Ma era morto mio padre e con te andava male e a casa andava male e tutto andava maledettamente male. Ma che importa? Che c’entra se continuavi ad infierire, continuavi a bere.?
    Che cosa significava quando dicevi che avevi voluto vedere il volto di mio padre da morto (che io non avevo avuto la forza di vedere) “per pura curiosità, perché infondo (non ostante tutte le volte che avevate parlato e discusso e riso assieme) non ti faceva nessun effetto, non t’importava un granché”.
    Allora ho sempre pensato che volessi farmi del male di proposito e che quelle cose non fossero vere.
    QUELLA PERSONA CHE TU ERI NON E’ UNA mia VITTIMA

    La prima volta che ho tentato di andare a vivere a Roma tu mi dicesti che qualsiasi cosa fosse successa dovevo contare su di te. Me lo ripetevi sempre, anche quando venivi a trovarmi. “Se va male ti ospito io a casa mia, non ti preoccupare”.
    Poi è andata male. Ed io ho visto solo te. C’eri solo tu. Tu che mi aiutavi.
    La mia famiglia non mi ospitava. Non avevo nemmeno i soldi per mangiare o fumare.

    Tu invece hai avuto l’ennesima allucinazione.
    (Sfogliali i tuoi diari deformi. Che come sai ho letto tutti dal primo all’ultimo. All’inizio con tuo stupore e incazzatura, poi col tuo tacito consenso. Sfoglia le tue allucinazioni anche quando non servono a ferirmi o a difenderti! ma a fare autocoscienza).
    Dicevi che finalmente avevo raggiunto il mio scopo. Che ero a casa tua per restarci per sempre. Che dovevi scappare…
    E mi hai fatto dormire in cucina (due mesi) e non mi parlavi e mi trattavi come un essere immondo.
    E ti ubriacavi in continuazione.
    Poi il giorno facevamo l’amore e la sera leggevo che “ti eri svuotato le palle con me” (sono parole testuali, se c’é una volgarità, non è la mia).
    Sempre troppo ubriaco per ricordare cosa dicevi, come muovevi le mani e perché. Eravamo troppo ubriachi per capire quello che intendevamo, io ero troppo disperata per poter reagire lasciandoti.

    E poi volarono quel paio di volte le tue mani. Io non valevo nulla, come dicevi tu. E ne ero convinta. Ma non ho mai sorriso mentre mi picchiavi.

    Le scrivevi queste cose allora e continui oggi. E ti ho lasciato fare, pur incazzandomi, perché ripetevi che si trattava di narrazioni. Ero io che non capivo…
    QUELLA PERSONA CHE TU ERI NON E’ UNA mia VITTIMA

    Se tutto questo non è sufficiente
    Vogliamo parlare dei miei tentativi di andarmene da Padova?
    Di staccarmi in tutti i modi da questa storia?
    Davvero non lo sa nessuno dove sono adesso?
    Non lo vuole sapere nessuno il perché?
    Possibile che nemmeno tu lo voglia ammettere?

    Eppure sei venuto a trovarmi a Roma a natale un paio d’anni fa. Ricordi?
    Mi dicesti delle cose che ora non ho intenzione di citare. Ma tu le ricordi.

    Io sono allibita, dispiaciuta, impressionata dal vedere che nella tua testa le cose, oltre che a deformarsi completamente siano poi rimaste immobili.
    Qualsiasi ragione, a me ignota, tu abbia avuto per mandarmi il link a questo blog e a quella pagina, per me in questo momento non ha nessun valore.
    Ho capito da tempo che non c’è più nessuna ragione valida per cercare di sapere né come stai né se le cose vanno meglio.

    Rassicura comunque la tua ragazza, Gloria, che il motivo di farmi sentire in queste rare occasioni non è perché nutro delle aspettative.
    Ma, molto più semplicemente, perché sei stato la persona più importante con cui ho avuto una relazione, perché ho condiviso una fetta enorme, ed essenziale della mia esistenza, con te. Le cose brutte che ti andava di raccontare o di scrivere. Le cose bellissime ed indimenticabili che non hai detto e che per me resteranno indelebili e delle quali non ho intenzione di privarmi, perlomeno nei miei ricordi.

    Non replicate. In questo blog non passerò mai più.
    AnnaTerra

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