il tempo materiale

15 agosto 2009

Ho finito di leggere Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum fax, 2008) una ventina di giorni fa e mi sarebbe piaciuto scriverne subito un commento – mi piacerebbe scrivere qualche riga di tutti i libri che leggo, sia di quelli importanti sia di quelli che invece non lasciano traccia – ma ho preferito aspettare, non soltanto nella speranza di decantare i molteplici e non sempre facili temi affrontati dal libro (la classica spaga di imbarcarmi in faccende ingestibili), ma anche per un mal compreso residuo di frustrazione nei confronti di una lettura sotto tanti aspetti esaltante. Ho atteso che anche Gioia finisse il romanzo perché molti dei temi che, più o meno frontalmente, Vasta prende in esame hanno fatto spesso capolino nelle nostre conversazioni e speravo, com’è accaduto, che dalla sua mente ordinata giungessero parole capaci di dar forma alle mie confuse riserve. Al passare dei giorni, infatti, invece che dissolvere, sedimentavano e, a discapito dell’altra grande virtù del romanzo, ossia la sua impressionante forza di suggestione, la percezione del pregio dello stesso deviava su questioni quasi esclusivamente linguistiche. Vasta d’altronde scrive straordinariamente bene: il dominio che esercita sulla lingua rasenta, si direbbe, l’assoluto e l’innamoramento, o meglio, il modo  in cui l’autore fa sua la lingua, è tale da eclissare non solo la trama ma anche – come accade a volte con i poeti – il tipo di patto (le strategie di seduzione, direbbe il mio maestro) che, in differenti guise, gli scrittori tentano di instaurare con chi legge. Per questi motivi, pensavo, ne avrei assolutamente consigliata la lettura: c’è poca gente in Italia in grado di fare alla lingua quello che fa quest’autore; e senza perdere in pregnanza, senza cioè che il più si risolva un pirotecnico esercizio di stile. Così infatti non è. E il problema, se esiste – diciamo  quindi: il mio problema – è più indefinito. Non riguarda, per esempio, la scelta di attribuire agli undicenni protagonisti della vicenda – che, nell’anno del rapimento di Aldo Moro danno vita, in quel di Palermo, a una spietata cellula di ispirazione brigatista – capacità intellettuali, organizzative, fisiche palesemente irrealistiche. Né, in sé, la difficile, enigmatica resa – nel registro volutamente antitestimoniale di un’atroce, cupissima fiaba – di temi tragicamente immedicabili come gli anni di piombo, i sanguinosi misteri del recente passato, il conflitto fra amore e ideologia, la perdita dell’innocenza da parte dell’Italia, la scomparsa del Tragico a favore dell’Ironico contemporaneamente a quella di un tempo “altro”, in qualche modo salvifico, connesso all’amore o al legame, situato al confine del – e contrapposto al – linguaggio; un tempo che l’autore chiama “materiale”.

Il linguaggio, del resto, è un’esistenza immensa, scrive Vasta, meravigliosamente: la sensazione di piacere, a tratti persino di ebbrezza, che la lettura de Il tempo materiale procura, inerisce in effetti alla capacità dell’autore di produrre la netta sensazione di una genesi dell’esistenza attraverso il linguaggio; se non di tutta l’esistenza, di una quota talmente impressionante di essa da compromettere il senso stesso della realtà (“esistenza”, scrive Vasta, e non “reale” o “realtà”; qui le parole pesano come macigni); con esiti straordinariamente ambivalenti di depotenziamento  (semplifico violentemente: ancora una fiaba sugli anni di piombo!: il testo è mitologicamente stracarico) ed elevazione alla grande bellezza (il dettato è poetico e contiene, della poesia, la tensione veritativa). Esiti estremamente ambigui: a partire dalla considerazione, forse scontata, per cui se è vero che c’è per noi solo linguaggio, che non si esce dal linguaggio se non attraverso il linguaggio, il che equivale a dire, temo, appunto: “non se ne esce”, è anche vero che proprio di ciò consta il cosiddetto senso della realtà: esso ci è dato dalla contraddizione percepita dentro un’esistenza – esistenza, sottolineo – potenzialmente infinita, ma solo nel linguaggio e soltanto attraverso il linguaggio, onde la realtà, o meglio, il reale, avrebbe a che fare con un’idea di confine, di margine, di limite del linguaggio stesso, ossia con il nostro sentirci in qualche modo prigionieri del linguaggio – quando da esso dominati – oppure abitatori del linguaggio – quando, suppongo, lo dominiamo. Confini, margini, limiti ai quali appare appunto: il tempo materiale.

Ed ecco il problema. Il romanzo racconta, illustra, rappresenta il tempo materiale? Forse. Nella misura in cui illustra l’infezione linguistica che lo distrugge e, al contempo, il legame dei protagonisti con il linguaggio, ergo il “reale” del linguaggio. Ho però i miei dubbi: il tempo materiale, additato, nel romanzo, come “via d’uscita” all’orrore epocale è chiamato, invocato direttamente alla fine del libro: “Nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo accovacciato del mio amore… ascolto il rombo futuro della materia che mescola in me e in lei le stelle alle ossa, il sangue alla luce, il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore (corsivo mio), e del dolore in tempo. Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero che alla fine delle parole comincia il pianto”. Esso, insomma, più che agito, pare additato, circumnavigato. Ma è d’altra parte possibile ipotizzare, intorno agli anni di piombo, una scrittura scandita ispirata e immersa nel tempo materiale – cioè nel dolore, cioè nel reale? Per poter parlare, per esser cioè in grado lasciar parlare il dolore, il dolore stesso deve almeno stemperare e trasformarsi: allora avremo testimonianza; e, certo, come lascia intendere Primo Levi specialmente ne I sommersi e i salvati, mai completamente risolta, sempre ostaggio di oblio e mistificazione, sempre a repentaglio, poiché dal dolore cioè dal reale, nonostante gli sforzi – l’ultimo spettacolare trentennio italiano palesa, di tali sforzi, indizi a dir poco lampanti – non usciamo mai del tutto, così come mai del tutto usciamo dalla sfera del linguaggio. Ammessa in ogni modo come possibile, quella di Vasta non pare una scrittura siffatta. Né può esserlo, a tutti gli effetti, per banali ragioni anagrafiche. Quel dolore, presumo, non è il suo.

Non abbiamo, quindi, ciò che chiamiamo Storia: essa è ancora da scrivere. Nè quel che abbiamo provato a chiamare “reale”: esso è, al verbo, scarsamente attingibile. Quel che abbiamo, con questo mirabile libro, è una stupenda immaginazione intorno a un periodo che, non ancora entrato nella Storia, già è mito. Mito di un tempo diverso – epico, tragico, magico, anomalo, allucinato: di follia collettiva o, per dirla con Vasta, di infezione virale. Asportato, di conseguenza, da un “prima” e, soprattutto, da un attualissimo “dopo” sedicenti diversi e magicamente innocenti. Mito di quarantena, di recisione, che fonda e legittima “l’ordine orrendo” del presente italiano.

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