Davide

17 agosto 2009

Ma che cos’è l’amore per Dio?, continuavo a domandarmi socchiudendo gli occhi pieni di vento e sabbia e carni e armi e canti (quanti canti, in questo romanzo!) riponendo il Davide di Carlo Coccioli, testo cui l’autore, morto nel 2003 a Città del Messico, lavorò oltre un ventennio a contatto con personalità del calibro di Gershom Sholem e Martin Buber; pubblicato da Rusconi nel ’76, indecorosmente obliato e riproposto da Sironi quest’anno.

Uno guarda un fiume, o un fiore, o il volo di un uccello, pensavo. E gli capita, una volta almeno, di ammettere: una cosa così non l’avrei mai e poi mai saputa immaginare – nè io, nè nessuno; o di domandarsi: può essere un caso?, è più pazzesco chiamare questa cosa in questo modo, o nel modo in cui la chiamava – “il caso sei Tu” – Davide, figlio d’Isai ? Inoltre: dal fiume, dal fiore, dal volo d’uccello al tutto: in questi termini e in un sol colpo. Perché è così che va: non per classificazione o processo, ma di colpo, simultaneamente, in totale “pienezza”: l’uccello è nell’aria che è il cielo che sta nella luce che circonfonde un astro in un’ora precisa che muta e che ha dei colori che non sono materia, né la terra su cui poggio i piedi che non sono zampe né mani né ali né gravità che ci lega ma dalla quale esso si affranca… – che effetto fa? Se qualcuno ha immaginato e poi fatto dal nulla tutto questo, voglio dire. E in tutto questo ci sto dentro anch’io. E ci stai tu. E la relazione che c’è fra noi. E fra noi e altri come noi. E fra altri ancora e i mondi, contenuti in mondi ulteriori. In che rapporto sta, costui, che mai appare se non tutto, costui-persona quindi, che tuttavia: mai-appare-se-non-tutto: non so come altro dire: non appare se non tutto… In che rapporto sta Costui, con me; che sono parte di questo stesso tutto e parte, quindi, non posso che apparire. Costui: in cui e di cui tutto appare. Con me: schiacciato, completamente azzerato, inabissato.

Non saprei nemmeno da dove cominciare. Farei finta di niente? Dimenticherei per non perdermi – con/fondermi? Farei silenzio?

Non così Davide – da pastorello a eroe nazionale per avere abbattuto il gigante Golia, quindi successore di Saul al trono di Giuda e istitutore dello stato di Israele. Né, ovviamente, il suo creatore, Carlo Coccioli che, fedele al labirintico dettato veterotestamentario, soffia vita in un’anima dalla voce mirabilmente angolata, verticale, ora in ascesa ora in picchiata, ricca di squassi, esclamazioni, commozione, una “tempesta di essere” che nemmeno nella più aerea e ondulare delle meditazioni, recinta dall’immenso stellare della notte nel deserto, trova quiete e silenzio. Costantemente immersa in una plenitudine pregna di purissima infanzia, quella del Davide non può darsi come scrittura di celebrazione – ancorché intesa nel senso più nobile, come nel caso della potente, delicatissima liturgia amorosa sul corpo della persona amata del Tondelli di Camere Separate. Il vaso di Davide è sempre troppo pieno, infatti, per non tracimare. E la parossistica quantità delle azioni alle quali nel corso tumultuoso della vita egli dà compimento, sia qualora comprenda sia qualora non comprenda l’Imprerscrutabile che lo sadizza, evoca il disperato daffare in cui, nel bene come nel male, ci scaraventiamo quando la pressione dell’eros per un “oggetto” di cui non saremo mai sazi, si fa insopportabile. Davide ama instancabilmente il Dio degli inarrivabili “palazzi dell’assoluto” investendolo spudoratamente, senza ritegno, prosternandosi con una precipitazione che, sospingendolo alle soglie dell’aperta concupiscenza – “il mio cuore è simile alla cera, si liquefà nelle viscere” (splendido!) – lo conduce al limite, a una sorta di hybris, onde un lacerante bisogno di punizione e soprattutto l’anelito a un amore d’altra natura, capace di por fine alla lotta – “per quanto lontano spingessi lo sguardo, mi appariva dovunque l’impero di tale fatalità della natura, questa normale assenza della pace” – in tutte le sue declinazioni: dall’attesa, al logoramento del desiderio, alla paura di sbagliare, soprattutto alla desolazione della mancanza. La sua umanità in ciò è modernissima: chi crede veramente, crede che si ricongiungerà con le persone amate. Ma se io credo nel ricongiungimento, il dolore della separazione può essere vero? E se esso è vero – e difatti mi travolge – posso affermare di crederTi, di amarTi? Diviso, fin quasi disintegrato nella sua creaturalità, per tutta la vita Davide tenta la via di un trascendimento che redima le molteplici dualità sublunari – il “divorzio fra realtà e apparenze”, per esempio, o quello fra la “storia degli uomini e la storia di Dio”. Ma per chi abbia vissuto tanto, e integralmente, quanto Davide, una simile ricerca può rivelarsi catastroficamente paradossale: coloro che non hanno dio, infatti, non contano che sull’esistente: come può accadere che, venendo meno l’al di là, invece di rastremarsi e diventare prezioso, l’esistente (qui si tratta della condizione moderna, naturalmente, delle perversioni ontologiche di una mentalità economicistica) si svuoti; mentre per me, che credo in una dimensione ulteriore e più vera, esso si faccia così insostituibilmente pieno? Come posso volermene andare?  Il Davide di Carlo Coccioli si pone in effetti quanto più lontano si possa immaginare da un’invocazione, sia pur salvifica e pacificatrice, della morte. E il suo tono palpitante, prorompente, è quello di un giubilo che, anzitutto sotto il profilo umano dice la grande bellezza di esserci.

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