il parroco di ugento scrive una lettera agli assassini di giuseppe basile

20 agosto 2009

Dal blog giornalistico dell’ottimo Emilio F. Torsello – onde il forte invito a diffondere il documento – vengo a conoscenza del coraggioso tentativo di Don Stefano Rocca, parroco della città di Ugento (LE), volto a interrompere, mediante una lettera aperta, il silenzio che a quattordici mesi dall’accadimento dei fatti, regna intorno all’omicidio del consigliere provinciale dell’IDV Giuseppe Basile. «I media –  scrive Torsello –  sembrano aver dimenticato questo delitto per cui restano ancora aperte diverse piste e, ad oggi, solo il parroco, minacciato con lettere e telefonate anonime nei mesi scorsi, continua a lottare perché sia fatta luce sulla vicenda».

Sotto, per intero, il testo la lettera di Don Rocca – qui un’analoga lettera, datata marzo, in pdf.

***

La voce del sangue di tuo fratello, grida a me dal suolo

Così parlò Dio a Caino e così parla a noi oggi che continuiamo a chiuderci nel silenzio e nell’indifferenza (“sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino) circa l’efferato omicidio del carissimo Peppino Basile, nostro fratello e rappresentante di una istituzione. Sono passati quattordici mesi e il suo delitto resta ancora avvolto in uno scandaloso mistero. Molte sono le orecchie da mercante. Numerose sono state le provocazioni lanciate in questi mesi e giorni: presentazioni di libri, lettere indirizzate a politici e presidenti vari. Mi chiedo, perché ancora oggi si preferisce tacere? Perché questa morte ha provocato una sterile divisione, una rottura di rapporti sino a sfiorare persino condanne, querele e insulti poco edificanti come se fosse solo un “pallino” da parte di qualcuno? Perché ancora oggi, la morte assurda di un uomo è diventata una realtà che al solo parlarne provoca reazioni illogiche anche da parte di esponenti politici? Perché la morte di Peppino deve rimanere solo un triste evento che ha colpito la nostra città di Ugento e la nostra terra salentina? Perché su questa morte, occorre “metterci una pietra sopra”? No, non può essere così! Quanta tristezza alberga nel mio cuore e nel cuore di tutti coloro che da mesi e mesi invocano e gridano giustizia e verità per Peppino. Lo faremo senza mai stancarci. Abbiamo la fortuna di avere nell’ambito del governo nazionale un ministro, figlio della terra salentina, che nei mesi scorsi abbiamo visto spesso presente nei nostri paesi per suffragare voti per il suo schieramento politico. Per questo non abbiamo niente d’ammonire! Però perdonate anche noi, e non prendeteci per pazzi o per protagonisti o peggio ancora non schierateci come vostri nemici o avversari se continuamente vi chiediamo di aiutarci nella nostra ricerca della verità di un fatto così grave che sino ad oggi non conosce precedenti. Una cosa è certa che se fosse accaduto ad uno di voi impegnato nella politica, ugualmente ci saremmo “fatti in quattro” affinché verità e giustizia venissero fuori. La nostra ” battaglia” non è per quello e quell’altro colore politico (come purtroppo si crede), ma per un UOMO massacrato, nostro fratello e figlio di Dio. Credo che solo “abbracciandoci insieme” come amava dire don Tonino Bello, potremmo abbattere il muro della violenza e della inimicizia, e perseguire insieme i valori della giustizia e della verità, che insieme dovremmo ricercare. Come sarebbe benaccetto da parte di noi cittadini ugentini, poter sentire dalle labbra del nostro ministro una parola di intercessione presso le più alte cariche dello stato affinché un tale delitto possa avere quanto prima una sua risoluzione, almeno per difendere un uomo politico ( al di là del colore partitico) eletto dal popolo. Come sarebbe bello che la richiesta della verità sia invocata da tutti senza alcuna distinzione di colore partitico.

Eppure “il sangue di tuo fratello grida a me dal suolo“, ci ricorda Dio!

Grida! Mi auguro che almeno le grida di Dio possiamo sentirle nel nostro cuore, visto che quelle di Peppino quella notte nessuno le ha ascoltate! (Così dicono!) Purtroppo! Mi auguro che queste grida di Dio possano rimanere impresse nelle coscienze di ognuno, senza la tentazione di rimuoverle. Mi auguro che qualora questa mia lettera capiti tra le mani di coloro che hanno commissionato e commesso questo atto efferato, possano sentire nel loro cuore la tristezza del peccato compiuto e nello stesso tempo la misericordia di Dio che sarà tanto grande quanto grande sarà il pentimento. Sono questi i miei auguri scomodi per questo ferragosto!

Don Stefano Rocca, Parroco di Ugento

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