tòc

24 settembre 2009

Notte, casa, tana, tregua, solitudine, tanto lavoro, stanco. Un’ora e mezza di sonno. Qualcosa in più la notte scorsa. Sveglia presto, stazione, disastroso rientro (corporalia), ospedale, famiglia, lavoro, musica. Tornato dal Lido pieno di preoccupazioni. Subito il botto: preoccupazioni più gravi. Molto. E fondate – a differenza delle altre, diciamo: meno fondate. Una persona molto cara è stata male – ospedale, appunto. Corse. Paura. Litigate. Pronto soccorso. Senso di colpa al pronto soccorso, perché aspettando il responso la testa è piena delle preoccupazioni meno gravi. Poi, nei giorni seguenti, discorsi, visite, colloqui. E controvisite e controcolloqui. E provare a spiegarsi. A chiamarsi in causa raccomandando: siamo parte in causa, attenzione, un passo indietro! Lavoro, ovviamente. Delirio al lavoro. Cambio di leadership. Malgestito è dir poco – è dir niente. Pochezza a bizzeffe. Insulsaggine. Tanta ignoranza basica, umana, non libresca. E non si arriva a mille euro. Altro che capodiquà e capodilà e tempo pieno e responsabilità. Quella si. Di più. Stessi soldi, però. E più fascismo. Il capo uscente: “Se fate cazzate e mi fanno tornare qui vi faccio passare un anno d’inferno!”. Il capo uscente fugge da Padova, che non tollera più. Gli hanno fatto la proposta. L’occasione. Il famoso piatto d’argento. Ma gli hanno detto: “Se i tuoi colleghi ci danno problemi, smonti baracca e burattini e torni qui”.  Naturalmente non ci ha più visto – tuttavia questo è niente: era per dire. Alla fine ci han presi per il culo tutti: non ci ha guadagnato nessuno, ci siamo dilaniati per niente. Umanità all’ospedale. Dei malati. Di qualche infermiere. Sorrisi come non ne vedevo da mai. Il dolore subdolo dell’anima, le bocche spalancate, gli occhi persi, le mani, le membra e poi certi sorrisi. Acqua alla gola, voglia di commuoversi. Un bastardino che abbaia a cinquanta metri, dall’altra parte della strada, dietro una grata di ferro, allora spengo la moto e lui alza la zampa proteso in totale concentrazione. Lo vado a salutare, s’inarca tutto, buffissimo, quasi cappotta. Se vado con la moto ringhia finché non spengo il motore. L’enormità dell’amore, della fortuna, a tratti senso di miracolo, roba da conversione non avessi smesso di bere (detto si, fra il serio e il faceto, ma nient’affatto in modo esclusivamente faceto). E altri impegni presi. Con la musica da registrare per l’amico scrittore. E altri amici e amiche che pubblicano libri. Che è bene vedere e forse fa bene vedere. Questo solito bene conteso, però. I libri che scrivono e che leggono e quello che dicono e come si atteggiano e i problemi che si fanno o non si fanno e che mi faccio o non mi faccio. E i lavori – o i soldi per vivere, il che è lo stesso – che non capisco. Del resto sono tecnicamente un mona, dice Mario. Sorridiamo. Dentro però raschia, taglia. Ho sempre paura: Gioia d’altra parte è immensa. E le relazioni che hanno, anche: sempre dati mancanti, sempre un aahh!, o un oohh! che da qualche parte mi tocca infilare. E non capisco quando una cosa piace o non piace, e come si fa con un amico che fa una cosa che non piace, e quel che conviene e quel che non conviene e insomma l’Italia, il particulare, il falso cosmopolitismo, e non essere l’Italia, questa cosa che stermina il valore, che personalizza facendo strame della persona, almeno noi, almeno fra noi con le birrette al tavolino pròfugo non riprodurre l’Italia – questo spettacolo raccapricciante che è il ghetto Italia – non contibuire alla produzione di disvalore o falsa equivalenza e avere coraggio e accettare la  quota di assoluto e di trascendenza e di non relativo che affiora ogni qual volta ci si imbatta nel valore. E l’intelligenza. La pazzesca intelligenza che mi tutela – e appunto: non combacia: non è Italia o è Italia al cubo. Mario che coinvolge Gioia, infatti, mi tutela. Ah, passate comunque le preoccupazioni meno gravi. Finito il pericolo, per il momento – due mesi di tregua. Un po’ ridimensionate le preoccupazioni più gravi. Finito il pericolo. Qui la tregua però non si sa. Mai abbassare la guardia. Eppure, al tempo stesso: essere arresi, altrimenti non filtra niente, non c’è respiro. E ancora, però, lottare. Mai smettere di lottare. Ricordare che la sincerità è spesso sociale. Pazzesco, incredibile. Eppure… La sincerità come attributo dell’onestà è anche opportunità, compensazione, politica, mediazione, equilibrio, senso dell’altro, del relativo. E’ fatto di relazione, cioè di mediazione. Indigesto, lo so, per individualisti nati (e la dignità?). E’ capire le figure di relazione, questo non poter dire. Giustamente, non potere. Illiceità, sconvenienza, dolore. E allora, il problema. Il problema di chi scrive, dell’identità anzitutto, del chi. E della combinazione fra pubblicità e privatezza e intimità e distacco e riservatezza – la verità, la realtà… Cose irrisolte. Perse. Andate di stralùna. Di strangolo e sorriso e voler fare tòc. Agitare la manina. Bentornati se ci siete.

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lido 4

6 settembre 2009

Pretto manifesto di una mente che da tempo ha smarrito senso di sé, della posizione da cui osserva il mondo, dello stato in cui versa la compagine sociale e politica presso la quale per decenni ha creduto di avere dimora, Le ombre rosse del pensionato Citto Maselli, la più brutta e irrecuperabile pellicola vista finora a Venezia, mi ha fatto male al cuore. Vi si narra il naufragio dell’amoroso incontro fra i giovani di un centro sociale romano, strenuamente versato in un meritorio novero di attività pressoché missionarie e un manipolo di famosissimi vecchi intellettuali marxisti intesi a trasformarlo in una prestigiosa istituzione culturale. Premiato dal sindacato dei giornalisti per l’impietosa autoanalisi politica ed encomiato da alcuni critici per il coraggio con il quale, da sinistra – naturalmente con i soldi del fondo recentemente tagliato per lo spettacolo – affronta il disastro generazionale culturale ed elettorale della sinistra stessa, Maselli non disconosce l’amarezza e a tratti il livore che alimentano i più profondi motivi di questa sua uscita, ma confida nella scossa e auspica che il film, sia pur dolorosamente, possa servire a provocare un dibattito sulle ragioni – dalle ambiguità di chi partendo rivoluzionario si è poi venduto sul mercato, alla sterile intransigenza dalle tonalità messianiche di chi invece è rimasto duro e puro – che ne hanno determinato gli esiti; dibattito del quale, tuttavia, nei termini in cui esso viene a delinearsi nel corso del film, non solo non può darsi urgenza ma risulterebbe pernicioso se non addirittura offensivo anche soltanto formularne l’abbozzo. Non che io creda vi sia qualcuno disposto a prender sul serio la cosa. Né, d’altra parte, che le sordità e le afasie cristallizzatesi in un trentennio di metastasi identitaria e disintegrazione storico-ideologica siano questioni irreali. La semplice presa in carico del problema, per altro puramente verbale e nei modi in cui esso verrebbe riportato da qualsiasi rotocalco di regime, pare anzi l’unico remoto riverbero di una realtà alla quale chi filma, come un sonnambulo, sembra tornare dopo decenni – concesso, beninteso, vi abbia mai veramente messo piede; sospetto che si fa più dolorosamente fondato man mano che il film entra nel vivo (si fa per dire). La qualità delle immagini, la ricostruzione degli ambienti, la natura dei personaggi accumulano quantitativi di deficienza e improntitudine (una su tutte: il misterioso fondatore del centro sociale che, sconfitto e disilluso, si suicida a birrette) semplicemente sbalorditivi, mentre i velari dell’arteriosclerosi obnubilano tutto ciò che in questo film, e non è poco, investe la sfera della parola. Formulato il problema – il disastro storico-generazionale della sinistra – tutta l’empiria necessaria a metterlo in scena si rivela tanto sballata per selezione e dosaggio quanto lo sarebbe, in un documentario sul volo degli uccelli – che, rimanendo in metafora, sarebbero i giovani del centro sociale – filmare il nuoto di un banco di tonni. Cos’è successo ai nostri vecchi?, viene da domandarsi: mica son presi così Philip Roth, di cui è uscito in questi giorni l’ennesimo romanzo, o Cormac Mc Carthy, autore de La Strada, di cui è stata presentata la tutto sommato passabile versione cinematografica. Cos’è successo ai loro cervelli? E’ stato il partito a ridurli così? La militanza? Ho l’impressione di si: quel che di essa, bene incistata nell’odiato sistema, permane. Come può essere promosso e premiato, infatti, un film del genere; come può trovare una sola persona disposta a finaziarlo se non attingendo a fondi pubblici, mercè la salda occupazione di posizioni di potere, sia pur residuale, e potendo far leva su cospicui  e rodati sodali – il problema della cosiddetta sinistra è cosituito, si direbbe, dai molteplici Maselli ancora in circolazione: molto più che uno sparuto manipolo di insignificanti ancorché potenti pensionati – annidati in altrettanti gangli, pretendendo di illustrare quei mali di cui si è l’evidentissima e colpevolmente inconsapevole incarnazione? In tempi di putrefazione antropologica, sfascio economico, mutilazioni alla spesa, accade di assistere all’incoraggiamento, al finanziamento e finanche all’encomio di ottantenni palesemente viziati, avulsi dal mondo, completamente immersi nelle magagne di quegli ex rivoluzionari datisi a mercato e carriera nelle fatuità rifritte di quei baroni universitari in fregola nelle pauperistiche verità monolitiche di quei missionari della rivoluzione che un film come Le ombre rosse vorrebbe criticamente rispecchiare, rendendo almeno conto di come la strega che si intende cacciare coincida con il suo cacciatore; il cui unico pregio invece consta della propria categorica inguardabilità, trascorrendo di inquadratura in inquadratura dal piano malinconicamente inclinato del fraintendimento multiplo (estetico-artistico) a quello inesorabilmente orizzontale dell’equivoco assoluto (politico-esistenziale).

lido 3

3 settembre 2009

Soltanto una misera oretta alle parole (che invidia ‘sta gente: per un pezzo pagato mezz’ora, massimo quaranta minuti), peraltro smembrata dall’andirivieni delle dieci persone, dagli ingressi esclamanti e dalle uscite fuggiasche, dal trabocco dei cessi e l’eloquenza del gran bordello: dalla tenda di Daniel al mio materassino dal pagliericcio di Cahier alle coperte sconvolte del freddoloso Josè-Ferdinando – che a parole, diosanto, è pervenuto in tre giorni a quota cinque: capisco perché Trevisan in un momento di caritatevole benché effimera magnanimità l’abbia preso a servizio con sè; mentre il volume su Teresa di Lisieux va tropicalizzandosi di slabbri orecchie asterischi e arborei grafemi; Josè, dicevo, che ha dormito sul divano dove siedo; dilaniata dai prego scusa grazie dovuti, dagli ah dagli eh e dagli oh d’ordinanza, dai ma no ma si ma dai a voce alta cellulari all’orecchio e cineserie giusto quei venti secondi fra uno e l’altro degl’infiniti ronzii, dall’ennesimo cinguettio, della cacofonia soneristica media. Dico solo che ho visto Baaria di Giuseppe Tornatore e mi è parsa una delle cose più fragorosamente inutili degli ultimi anni; una tronfia, sebacea samsara siculo-generazionale, un dedalo cartonato di vicoli ciechi narrativi e simbolici, un groppo d’aneddoti senza dolore, volemose bene, essiccati, anafettivi, straconciliati a priori – non avendo mangiato l’unica emozzione (con dù zeta) concerne la scena in cui viene versato su un tavolo, per gara fra panze, mezzo quintale di pastasciutta; con un Morricone in grancassa costante, proteso finanche al commento del ruglio del ròtto del peto sfiatato della più sfigata comparsa capiti a tiro. E poi scialo di dolly, movimenti a manetta, grandangoli a josa, una sorta di bolo che mi riproponeva una frasetta di Carlo Coccioli – da Piccolo karma – banale, forse, ma adatta, finito il film, in cui con ben altra amarezza  il livornese ammetteva – spalle al muro – come fin troppo spesso la volontà di vero e di reale, sortisca il suo esatto opposto. E mi faceva pensare che sebbene autentica o peggio: proprio perché autentica, la foia di cinema (anche qui: con dù cì maiuscole) del buon Tornatore l’avesse scaraventato in braccio alla nemesi, ossia – e al meglio – la tele (leggi Setola, che loda e produce), quando non proprio la Pasta Barilla.   

lido 2

2 settembre 2009

È l’una passata tutti sono fuori e l’appartamento è vuoto. La luce calda e delicatamente retata ondeggia fra le tapparelle abbassate sull’ombroso cortile ammantando il caos della cucina e del salotto, in cui Daniel Cahier Josè-Ferdinando e il sottoscritto abbiamo dormito, come la cappa di una medusa dorata. Sto utilizzando il portatile di Gioia, che è al lavoro – “Non mi dicono le cose e poi all’ultimo devo farle io. Quello  della rassegna non sa un cazzo, ma è culo e camicia col capo, quindi ok per definizione. Che si fottano!” –  e ho un po’ di problemi, seduto sul divanetto sfondato, soprattutto con il trovare una posizione che non sia troppo scomoda o troppo abbioccante. Per Daniel e Marco, responsabili dell’organizzazione complessiva della faccenda, ieri è stata una giornata campale: gli ospiti, previsti e imprevisti – pareva dovessimo dare usbergo anche al regista Davide Ferrario, che è riuscito a rimediare in extremis un letto in un posto un po’ meno affollato; ha fatto invece capolino un giovanissimo collega francese del Cahier – continuavano ad arrivare e in ognuno dei tre o quattro appartamenti presi in affitto per i ragazzi del circuito cinematografico salesiano di cui Marco e Daniel sono coordinatori nazionali c’erano cose da sistemare (nel nostro appartamento mancava per esempio la porta della stanza di due giornaliste, rispettivamente di Ciak e del Messaggero), vettovaglie da smistare, contatti da prendere, persone e oggetti smarriti da recuperare. Marco in tutto questo furibondo andirivieni è riuscito a scrivere due pezzi per il Mattino, con cui più o meno stabilmente collabora: un’intervista all’autore dell’attesissimo Videocracy, documentario su un trentennio di putrefazione mediatica nazionale e una recensione di Rec 2, sequel di un low-budget horror che un paio d’anni fa – per questioni legate a quella che Marco Muller ci rifila nell’odierno inserto del Corriere come una rivoluzione senza precedenti (…) della comunicazione digitale e dei nuovi orizzonti (pot-elettronici e anche stereoscopici) che sta modificando spettacoli e spettatori, ha cambiato il modo di parlare di cinema, di fare critica cinematografica – aveva suscitato il favore sia della critica che del pubblico.

E’ stata però un’altra sibilla del Direttore – su un numero del Gazzettino di qualche giorno fa – a inaugurare  un minimo di conversazione fra me e il per me ormai mitologico Cahier du cinema – grande (anche troppo)  amico di Gioia –  la cui erudizione insieme alla favolosa presenza, aveva alimentato nel corso dell’anno non trascurabili ipocondrie e infezioni amorose, la cui parola tuttavia mi ha permesso un’almeno parziale ma quantomai necessaria ricognizione teorica interdisciplinare (spianata dalla serenità immantinente discesa alla soave constatazione delle pietose condizioni della sua schiena, disintegrata da un recente trasloco). In quell’intervista Marco Muller dichiarava chiusa e definitivamente archiviata la parentesi postmoderna (sic) attraverso il riscontro nelle più significative opere prese in visione di un’inedita libertà nella contaminazione fra i generi, onde film western&noir, rosa&horror e via discorrendo, conseguita attraverso il trascendimento della regola istitutiva dei generi di volta in volta ibridati. Nella medesima intervista Marco Muller presentava Silvester Stallone come un grande, misconosciuto intellettuale il cui cabotaggio andava riconosciuto e una volta per tutte, a simbolo dell’abbattimento di ogni residua barriera fra piani e livelli e orbite e spazi, consacrato: una menzione ad hoc lo aspetta all’attracco, proclama Muller; raccomandando la visione integrale del suo Rocky 4 – quello del celeberrimo: “ ti spiezzo in due” – non soltanto ai fini di una più ragguagliata fruizione, ma perché, a suo tempo, per ragioni commerciali, dovette subire l’amputazione di dieci minuti in – udite, udite – purissimo stile Howard Hawks – il che, non per dire, ma a casa mia  significa, al meglio: citazionismo, mimetismo, tributo, epigonismo (spesso consapevolmente compiaciuto e terminale), e via almanaccando. Anche per questo tutto ciò suonava alle mie orecchie (tombate) come l’esatto opposto di una definitiva archiviazione: pastiche e contaminazione fra generi, riflessività del e dei codici, infinita e ludica libertà combinatoria erano infatti determinazioni particolari o corollari della più generale lezione inerente la crisi e la conseguente frantumazione delle cosiddette grandi meta-narrazioni (il socialismo, l’egualitarismo democratico, il femminismo, il progresso costante e lineare, insomma i grandi racconti emancipativi otto-novecenteschi) in un  quadro di simultanea (quella si) emancipazione/sganciamento delle narrazioni parziali, settoriali, di genere, ancorché smaccatamente finzionali, in una sorta di estasi del disincanto e di scacco al reale, d’un tratto inattingibile ai linguaggi di qualsivoglia disciplina artistica e intellettuale. La verità, mi ero trovato a dire al Cahier, è che il focus delle sfocate asserzioni di Muller – che parla male, scrive peggio e quel che fa ahimè lo deve vendere –  gravitava attorno a una libertà nelle pratiche di ibridazione e pastiche definitivamente sganciata dal residuo di ogni relativa grundnorm, ma proliferanti per altro verso, parzialmente, per coaguli dermatologici, reciproche colonizzazioni batteriche, insomma in modo non normativo, ex codex, ma biologico, con la proposizione di una corporalità del reale – ed è il paradigma che dalla biopolitica alla guerrilla marketing alle strategie di intelligence basate sugli studi del virus HIV contende ormai apertamente la lectio princeps al paradigma postmoderno – illustrata e intesa in chiave biologico-molecolare. Avevo pensato che la stampa non fosse  il mezzo più adatto a riprodurre e dibattere questioni così  complesse, né per informare con qualche plausibilità intorno a ciò che dovrebbe innervare una manifestazione quale quella veneziana che non si offre come festival o festa del cinema, bensì come mostra – e specificamente d’arte – cinematografica; ma resta ugualmente un po’ addosso la sensazione riferitami ieri da Gioia, inerente il sospetto che in un modo o nell’altro si stia sempre lì: alle pappe precotte a delibazione immediata degli schemini e dei discorsetti: trattandosi al fine sempre di codici e passwords d’accesso – ai portatori politici dell’una o dell’altra fazione.

lido

1 settembre 2009

Sarò io che sto invecchiando e sento la stanchezza – in effetti gli ultimi mesi mi sono sembrati durissimi – ma la luce del Lido ha anche quest’anno un pigmento e un’inclinazione che gli donano qualcosa di teneramente apocalittico. Mi piace moltissimo il modo in cui filtra, aranciata, fra le inferriate le amache e le fronde dei cortili, ma ancor più mi piace vederla versarsi sul mare che s’apre oltre le dune e la macchia, dove ci siamo messi a prendere il sole. Domani inizia la gran kermesse della mostra del cinema e già oggi si sente montare l’ondata: i movimenti di Gioia, con cui mi addormento e mi sveglio – da domani sera, quando l’appartamento sarà al completo, passerò invece a dormire con Daniel, Josè Ferdinando e Cahier in salotto – i suoi gesti angolati, la mimica adrenalinica e la forbice stessa del passo, si son fatti marziali (sul lavoro, è inferocita!); ma è quando stacca per guardarmi e dirmi qualcosa di noi, che tutto in lei assume tonalità teatrali, ineluttabbili, se non proprio – facendosi il trucco per una cena importante o svestendosi per la doccia – esplicitamente fatali (nel senso, ovviamente, della femme); in appartamento, dai libri la politica le donne e le cazzate sui rispettivi equipaggiamenti riproduttivi si trascorre, com’è ovvio, ai film e ai registi: già oggi parole come quelle fatte intorno a romanzi e scrittori, così come intorno all’immonda querelle fra la Setola il tiraculo con pipa e il pallido proto-“don” Dino Boffo – direttore del giornale della Conferenza Episcopale – vedono smarrire ogni pertinenza a favore di una cinofilia che a prescindere dai picchi eruditi del Cahier, dal cinguettio tecnoide delle giornaliste (l’appartamento è gremito di addetti a vario titolo: ci si sente in effetti un po’ slogati) o da quella timidamente velleitaria di Frank, Enzo e Max – con cui oggi prendo il sole – assume ovunque la monodica invarianza della fissazione. Io, dopo un millennio, mi sento in ferie e sulla spiaggia maculata d’arbusti, mentre Frank gira una tromba, Josè Ferdinando legge imperterrito Teresa di Lisieux (non ha ancora parlato) ed Enzo, solitario sullo sfondo dei cavalloni, fluttua come una vela sulla sabbia, godo un po’ di mare e ricordi: sicché, ripercorsi i due tremendi giorni dello scorso anno quando, pazzo di gelosia e completamente disorientato dalla mutazione che in queste settimane coinvolge Gioia – “sembri un transformer, dove hai messo i cingolati?” – stavo per perdere il lume della ragione, approdo blandamente alle metafisiche costruzioni che torreggiano in lontananza sulle dune degli Alberoni, la splendida, malinconica estremità meridionale della treccia litoranea, oltre il piccolo antichissimo abitato di Malamocco. Da bambino vi trascorsi due estati in colonia, bimbi con bimbi (e preti), bimbe con bimbe (e suore); finché in una mattina di pioggerella cascai fra gli scogli dei Murazzi spaccandomi la testa e in seguito a una decina di notti popolate dalle echeggianti esclamazioni degli infermieri che giocavano a mora, dalla persistenza onirica delle sensazioni legate a quella scivolata nell’abisso e dell’indimenticabile corsa sulla canna della bicicletta del prete che ci aveva accompagnati in gita – lungo il molo, prima; poi lungo la costiera, fino all’ospedale – la cui camicia azzurrina, alla fine, sembrava il grembiule di un macellaio maldestro, non tornai più.