lido 2

2 settembre 2009

È l’una passata tutti sono fuori e l’appartamento è vuoto. La luce calda e delicatamente retata ondeggia fra le tapparelle abbassate sull’ombroso cortile ammantando il caos della cucina e del salotto, in cui Daniel Cahier Josè-Ferdinando e il sottoscritto abbiamo dormito, come la cappa di una medusa dorata. Sto utilizzando il portatile di Gioia, che è al lavoro – “Non mi dicono le cose e poi all’ultimo devo farle io. Quello  della rassegna non sa un cazzo, ma è culo e camicia col capo, quindi ok per definizione. Che si fottano!” –  e ho un po’ di problemi, seduto sul divanetto sfondato, soprattutto con il trovare una posizione che non sia troppo scomoda o troppo abbioccante. Per Daniel e Marco, responsabili dell’organizzazione complessiva della faccenda, ieri è stata una giornata campale: gli ospiti, previsti e imprevisti – pareva dovessimo dare usbergo anche al regista Davide Ferrario, che è riuscito a rimediare in extremis un letto in un posto un po’ meno affollato; ha fatto invece capolino un giovanissimo collega francese del Cahier – continuavano ad arrivare e in ognuno dei tre o quattro appartamenti presi in affitto per i ragazzi del circuito cinematografico salesiano di cui Marco e Daniel sono coordinatori nazionali c’erano cose da sistemare (nel nostro appartamento mancava per esempio la porta della stanza di due giornaliste, rispettivamente di Ciak e del Messaggero), vettovaglie da smistare, contatti da prendere, persone e oggetti smarriti da recuperare. Marco in tutto questo furibondo andirivieni è riuscito a scrivere due pezzi per il Mattino, con cui più o meno stabilmente collabora: un’intervista all’autore dell’attesissimo Videocracy, documentario su un trentennio di putrefazione mediatica nazionale e una recensione di Rec 2, sequel di un low-budget horror che un paio d’anni fa – per questioni legate a quella che Marco Muller ci rifila nell’odierno inserto del Corriere come una rivoluzione senza precedenti (…) della comunicazione digitale e dei nuovi orizzonti (pot-elettronici e anche stereoscopici) che sta modificando spettacoli e spettatori, ha cambiato il modo di parlare di cinema, di fare critica cinematografica – aveva suscitato il favore sia della critica che del pubblico.

E’ stata però un’altra sibilla del Direttore – su un numero del Gazzettino di qualche giorno fa – a inaugurare  un minimo di conversazione fra me e il per me ormai mitologico Cahier du cinema – grande (anche troppo)  amico di Gioia –  la cui erudizione insieme alla favolosa presenza, aveva alimentato nel corso dell’anno non trascurabili ipocondrie e infezioni amorose, la cui parola tuttavia mi ha permesso un’almeno parziale ma quantomai necessaria ricognizione teorica interdisciplinare (spianata dalla serenità immantinente discesa alla soave constatazione delle pietose condizioni della sua schiena, disintegrata da un recente trasloco). In quell’intervista Marco Muller dichiarava chiusa e definitivamente archiviata la parentesi postmoderna (sic) attraverso il riscontro nelle più significative opere prese in visione di un’inedita libertà nella contaminazione fra i generi, onde film western&noir, rosa&horror e via discorrendo, conseguita attraverso il trascendimento della regola istitutiva dei generi di volta in volta ibridati. Nella medesima intervista Marco Muller presentava Silvester Stallone come un grande, misconosciuto intellettuale il cui cabotaggio andava riconosciuto e una volta per tutte, a simbolo dell’abbattimento di ogni residua barriera fra piani e livelli e orbite e spazi, consacrato: una menzione ad hoc lo aspetta all’attracco, proclama Muller; raccomandando la visione integrale del suo Rocky 4 – quello del celeberrimo: “ ti spiezzo in due” – non soltanto ai fini di una più ragguagliata fruizione, ma perché, a suo tempo, per ragioni commerciali, dovette subire l’amputazione di dieci minuti in – udite, udite – purissimo stile Howard Hawks – il che, non per dire, ma a casa mia  significa, al meglio: citazionismo, mimetismo, tributo, epigonismo (spesso consapevolmente compiaciuto e terminale), e via almanaccando. Anche per questo tutto ciò suonava alle mie orecchie (tombate) come l’esatto opposto di una definitiva archiviazione: pastiche e contaminazione fra generi, riflessività del e dei codici, infinita e ludica libertà combinatoria erano infatti determinazioni particolari o corollari della più generale lezione inerente la crisi e la conseguente frantumazione delle cosiddette grandi meta-narrazioni (il socialismo, l’egualitarismo democratico, il femminismo, il progresso costante e lineare, insomma i grandi racconti emancipativi otto-novecenteschi) in un  quadro di simultanea (quella si) emancipazione/sganciamento delle narrazioni parziali, settoriali, di genere, ancorché smaccatamente finzionali, in una sorta di estasi del disincanto e di scacco al reale, d’un tratto inattingibile ai linguaggi di qualsivoglia disciplina artistica e intellettuale. La verità, mi ero trovato a dire al Cahier, è che il focus delle sfocate asserzioni di Muller – che parla male, scrive peggio e quel che fa ahimè lo deve vendere –  gravitava attorno a una libertà nelle pratiche di ibridazione e pastiche definitivamente sganciata dal residuo di ogni relativa grundnorm, ma proliferanti per altro verso, parzialmente, per coaguli dermatologici, reciproche colonizzazioni batteriche, insomma in modo non normativo, ex codex, ma biologico, con la proposizione di una corporalità del reale – ed è il paradigma che dalla biopolitica alla guerrilla marketing alle strategie di intelligence basate sugli studi del virus HIV contende ormai apertamente la lectio princeps al paradigma postmoderno – illustrata e intesa in chiave biologico-molecolare. Avevo pensato che la stampa non fosse  il mezzo più adatto a riprodurre e dibattere questioni così  complesse, né per informare con qualche plausibilità intorno a ciò che dovrebbe innervare una manifestazione quale quella veneziana che non si offre come festival o festa del cinema, bensì come mostra – e specificamente d’arte – cinematografica; ma resta ugualmente un po’ addosso la sensazione riferitami ieri da Gioia, inerente il sospetto che in un modo o nell’altro si stia sempre lì: alle pappe precotte a delibazione immediata degli schemini e dei discorsetti: trattandosi al fine sempre di codici e passwords d’accesso – ai portatori politici dell’una o dell’altra fazione.

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