lido 3

3 settembre 2009

Soltanto una misera oretta alle parole (che invidia ‘sta gente: per un pezzo pagato mezz’ora, massimo quaranta minuti), peraltro smembrata dall’andirivieni delle dieci persone, dagli ingressi esclamanti e dalle uscite fuggiasche, dal trabocco dei cessi e l’eloquenza del gran bordello: dalla tenda di Daniel al mio materassino dal pagliericcio di Cahier alle coperte sconvolte del freddoloso Josè-Ferdinando – che a parole, diosanto, è pervenuto in tre giorni a quota cinque: capisco perché Trevisan in un momento di caritatevole benché effimera magnanimità l’abbia preso a servizio con sè; mentre il volume su Teresa di Lisieux va tropicalizzandosi di slabbri orecchie asterischi e arborei grafemi; Josè, dicevo, che ha dormito sul divano dove siedo; dilaniata dai prego scusa grazie dovuti, dagli ah dagli eh e dagli oh d’ordinanza, dai ma no ma si ma dai a voce alta cellulari all’orecchio e cineserie giusto quei venti secondi fra uno e l’altro degl’infiniti ronzii, dall’ennesimo cinguettio, della cacofonia soneristica media. Dico solo che ho visto Baaria di Giuseppe Tornatore e mi è parsa una delle cose più fragorosamente inutili degli ultimi anni; una tronfia, sebacea samsara siculo-generazionale, un dedalo cartonato di vicoli ciechi narrativi e simbolici, un groppo d’aneddoti senza dolore, volemose bene, essiccati, anafettivi, straconciliati a priori – non avendo mangiato l’unica emozzione (con dù zeta) concerne la scena in cui viene versato su un tavolo, per gara fra panze, mezzo quintale di pastasciutta; con un Morricone in grancassa costante, proteso finanche al commento del ruglio del ròtto del peto sfiatato della più sfigata comparsa capiti a tiro. E poi scialo di dolly, movimenti a manetta, grandangoli a josa, una sorta di bolo che mi riproponeva una frasetta di Carlo Coccioli – da Piccolo karma – banale, forse, ma adatta, finito il film, in cui con ben altra amarezza  il livornese ammetteva – spalle al muro – come fin troppo spesso la volontà di vero e di reale, sortisca il suo esatto opposto. E mi faceva pensare che sebbene autentica o peggio: proprio perché autentica, la foia di cinema (anche qui: con dù cì maiuscole) del buon Tornatore l’avesse scaraventato in braccio alla nemesi, ossia – e al meglio – la tele (leggi Setola, che loda e produce), quando non proprio la Pasta Barilla.   

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