un saluto

28 ottobre 2009

Sono stupito, commosso, scombussolato – cioè mi sento più o meno così:

mbrt

Soprattutto contento, però. Tanto. E mi piacerebbe salutare tutti. Giulio, in primis. Che in Vibrisse, ieri, ha linkato un mio post. E, oltre a chi qui già faceva di tanto in tanto capolino, vorrei salutare coloro che grazie a quel link sono passati, passano, passeranno. A Monica W. poi, che ha sparpagliato un po’ di commenti, il più lungo dei quali davvero bellissimo, un abbraccio grande e affettuoso.

E adesso, compagni, tutti insieme…

 

new-era

gioia su la doppia ora

26 ottobre 2009

La doppia ora di Giuseppe Capotondi con Ksenia Rappoport, Filippo Timi, Antonia Truppo, Gaetano Bruno

Già regista di videoclip, Giuseppe Capotondi esordisce con un noir psicologico cupo e freddo, assai apprezzato dalla stampa estera all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove La doppia ora è stato presentato in concorso. Distante dagli usuali clichè italiani, il film, che sembra annoverare fra i propri numi tutelari l’Hitchcock di Vertigo, il Lang de La signora del ritratto e il Lynch di Mulholland Drive, ordisce un’indagine a doppia mandata: quella di una rapina finita male e quella dell’enigma di una donna.

Sonia, cameriera in un hotel e Guido, ex guardia giurata, ora custode di una villa, si incontrano a uno speed date. Si piacciono, iniziano a frequentarsi. Durante una rapina in cui entrambi rimangono coinvolti, l’uomo viene ucciso da un colpo di pistola. O almeno così sembra. Sonia, uscita dal tragico evento lievemente contusa, continua infatti a vedere Guido. Come la presenza inquietante dell’amante non potesse abbandonarla, schiudendo un subdolo addensarsi di eventi e un’angosciante moltiplicazione delle prospettive di lettura.

Interessante il tentativo di cimentarsi in un film di genere, serbandone la forma ma violandone il contenuto. L’opera, infatti, ha una marcata componente psicologica e la tonalità è intima, raccolta, discreta. Se tutto ciò non costituisce novità per le cinematografie di altri paesi, che con i tratti essenziali del postmoderno hanno ormai da tempo fatto i conti, in Italia, esperimenti di questo tipo, risultano ancora sparuti e isolati. La regia è buona, pur con qualche ingenuità (il tentato stupro della protagonista nella villa da parte di un malvivente; l’ambiguità dell’ospite dell’albergo in cui Sonia lavora). L’ambientazione torinese puntella e alimenta l’atmosfera onirica, di sospensione confusa. La fotografia è curatissima. Il commento musicale vario ed efficace. Ma è soprattutto sulla recitazione dei due protagonisti che il film trova il suo punto di forza. Ksenia Rappoport, brava e intensa, dà vita con convinzione ad una donna misteriosa, insondabile, ambigua, con la quale si è aggiudicata la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (premio forse un tantino eccessivo). Filippo Timi, magnetico, con una presenza scenica ragguardevole, calibra magistralmente insicurezza e virilità, modulando sfumature e mezzi toni.

La doppia ora è un film imperfetto, con diverse sbavature nella sceneggiatura e altrettanti punti a favore, che vanta tuttavia indubbiamente il pregio di avventurarsi in territori che in Italia rimangono sostanzialmente inesplorati (di tanto in tanto ci prova, con successo, Salvatores).

Il chiacchiericcio pseudoinformato che scorta costantemente il cinema italiano – morto, risorto, morente, reincarnato – dovrebbe allegare  alle innegabili difficoltà economiche connesse alla produzione e alla distribuzione dei film (problema di ordine legislativo che questo paese non è ancora stato in grado di risolvere) anche una pressoché totale assenza di coraggio nell’ideazione dei film. Per questo motivo, anche solo come auspicio, il film di Capotondi va accolto con sollievo: tra novelli sposi, divorziati, adolescenti alle prese col primo amore, sessantottini da bignami, trentenni che non vogliono crescere e inesauribili saghe familiari, il tentativo di cambiare registro non può che essere salutare.

Gioia

gioia su Up!

26 ottobre 2009

Up di Pete Docter e Bob Peterson

Up è un film di pura grazia. I palloncini colorati che strappano da terra la casa di Carl, burbero settantenne col rassicurante volto di Spencer Tracy, per condurlo assieme al boyscout Russell fino alla Terra del Fuoco, sono il simbolo stesso della fantasia libera, ariosa, spensierata; il primo oggetto che un bambino ha tra le mani e sfida la forza di gravità, fisica e mentale, spingendolo a immaginare mondi possibili. Ciò che della Pixar non smette di meravigliare è come essa riesca a coniugare genio creativo e tecnica impeccabile con una gentilezza di sguardo che, senza mai perdere levità, diviene di prova in prova più profonda. Tutta la prima parte del film – dall’incontro in tenerissima età di Carl e Ellie, sua futura moglie, al loro matrimonio, dall’interezza della convivenza al dolore per la sterilità, dalla quotidiana complicità di un amore smisurato, alla malattia e alla morte della donna – annovera sequenze fra le più struggenti e poetiche della storia del cinema.

La dolcezza infusa nei loro gesti – lei energica e vitale, lui più timido e impacciato -, la semplicità e l’entusiasmo fanciulleschi che nutrono la loro consuetudine – dal modo in cui arredano la casa o dipingono assieme la cassetta della posta, alle piccole azioni affettuose, la mattina, andando al lavoro, dalle lunghe passeggiate ai margini della città, ai picnic sulla collina –, rimandano a un immaginario chapliniano in cui la parola diventa superflua e le espressioni del viso e del corpo disarmanti per la delicata discrezione. Con intelligenza narrativa e garbata sensibilità, all’asse portante del racconto, vale a dire il viaggio di Russell e Carl, si intrecciano problematiche attuali quali la cementificazione selvaggia, l’economia cannibale, la parallela solitudine di anziani e bambini.

Come in ogni favola, anche in Up è facile individuare un semplice e praticabile insegnamento morale. I piani di lettura del film, tuttavia, sono molteplici. L’altruismo e la generosità come sentimenti dominanti, l’amore come vero motore dell’azione – il viaggio è una promessa fatta a Ellie fin dall’infanzia, è per lei e in sua memoria che Carl decide di partire – la gratuità nell’agire, senza prostrarsi al cinismo e al tornaconto, sono solo alcune fra le tematiche affrontate dal film.  La sceneggiatura, semplice e lineare, ma al tempo stesso ricca e stratificata, è un vero e proprio scrignodi invenzioni. Ragione e sentimento sono calibrati con un nitore che induce a immaginare gli autori come persone mirabilmente riuscite a conservare un’intatta letizia infantile. Dalla commozione si passa al divertimento, dalla suspense alla tenerezza, senza mai avere l’impressione di trovarsi di fronte a standard scientificamente testati di un’industria potente (ruolo in cui ormai è totalmente versata la Disney, vera e propria multinazionale della finzione), ma al gioiello di una bottega d’artigianato, all’ingegno di una factory di inesauribili talenti in cui Lasseter & co. possono ancora permettersi la libertà di sperimentare e di emozionarsi, meravigliando e spiazzando il pubblico d’ogni età. Meritatissimo, quindi, il recente Leone D’Oro alla Carriera, conseguito dalla Pixar a Venezia.

Interessante il parallelo, da più parti messo in evidenza, tra Up e Gran Torino di Clint Eastwood. In un’America in cui i padri paiono ormai assenti, il testimone passa dal nonno al nipote, saltando una generazione, quella degli anni ’80, ai valori della quale, in parte, è attribuita la responsabilità dell’odierna bancarotta morale. Il tentativo di ritrovare un’innocenza e una dirittura che consentano di superarla investe quindi il legame tra i depositari di un’etica solida e immacolata (Carl in Up e Walter in Gran Torino) e coloro che andranno a popolare il futuro (Russell e Tao il ragazzo asiatico, vicino di casa di Walter). In entrambi i film, in fondo, ciò contro cui si lotta è l’avidità cieca, il potere, la violenza, in nome del rispetto reciproco, degli affetti, della dignità, della fantasia.

Dopo aver aperto con successo il Festival di Cannes 2009, Up è nei cinema anche in versione 3D.

Film assolutamente da non perdere.

Gioia

Alla festicciola tenutasi lo scorso martedì presso l’associazione culturale Lanterna magica Giulio Mozzi, oltre alla raccolta di racconti Sono l’ultimo a scendere (Mondadori), ha letto alcuni passi tratti da un secondo libello intitolato Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi,  di cui è prevista l’uscita in libreria per il 4 novembre. Alla diffusione di questo pamphlet, edito da Transeuropa, “scritto in pochi giorni in reazione a eventi di scottante attualità”, Giulio  – sia per la scabrosità dell’argomento sia per la minore visibilità garantita da un piccolo ancorché coraggioso editore – ha detto di tenere in modo particolare.  Gioia e io siamo tra i fortunati che hanno potuto  leggere e discutere il testo insieme a lui quando ancora era nelle fasi iniziali di elaborazione e in luglio, dopo la prima corposa conversazione in merito, feci un sogno quantomai bizzarro che la mattina seguente tentai di fissare su carta. Ne riporto qui sotto, appena un po’ “trattata”, la trascrizione.

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Oggi pomeriggio ho sognato Beppino Englaro. Ho sognato che Beppino Englaro, anni fa, diceva a un amico che non ce la faceva più a vedere sua figlia “in quello stato”. Che stato era?, gli domandava l’amico. Uno stato aberrante, diceva Beppino Englaro. Non di morte, non di vita. Diceva così.

Ho poi sognato che intervenivo nella conversazione. Dicevo che avrei voluto morire in pace. Che la mia anima non rimanesse mescolata nel corpo. Ma dicevo anche di non credere all’esistenza dell’anima. Beppino e il suo amico alzavano le spalle. Scusatemi, dicevo.

Poi sognavo particelle di anima. E cellule. Particelle di anima intrappolate nelle cellule irrigidite. Cellule di anima, la cui separazione dalle cellule di corpo non riusciva a compiersi. Come vedere una femmina di animale con un feto penzolante dalla vagina. Non nato, perché non separato. L’anima nasce completamente con la morte, dicevo.

Poi ero in camice bianco. Studiavo la corruzione dell’anima nelle cellule. Studiavo la morte per ibernazione dell’anima. L’anima ibernata nel limbo tecnologico della non-morte, infatti, moriva. Quando il corpo non veniva lasciato morire, l’anima disseccava nel corpo. Le cellule di anima erano la pellicola secca, spezzata, che si poteva vedere commista al liquido nero della decomposizione. Il mio maestro me la mostrava. Anche lui era in camice.

L’anima, diceva,  analogamente al corpo in seguito al congelamento, muore. Diceva così. Le cellule di corpo, singolarmente prese, invece no. Le cellule di corpo – singolarmente o in grappoli funzionalmente compositi – si rendevano disponibili alla fecondazione da parte di altre anime le cui cellule, tuttavia, fossero  vive. Studiavamo questo, in laboratorio. Campi di coltura per l’anima. Studiavamo come  fosse possibile.

Quando mi sono svegliato ero tutto sudato.

tappetino rosso

23 ottobre 2009

Qualche giorno fa ho partecipato alla festicciola di presentazione della raccolta di racconti Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi (Mondadori), tenutasi a Padova presso l’associazione culturale Lanterna magica e ho conosciuto, fra le tante persone presenti, la scrittrice e giornalista veronese Federica Sgaggio, in un brano della quale – Identità e lo statuto di uno scrittore – qualche tempo fa mi ero imbattuto, ripromettendomi di pensarci con più serietà. In questi giorni passo molto del poco tempo a disposizione frugando fra vecchi diari e taccuini sbrindellati. Quando ho ritrovato questo testo – una pagina di diario appena un po’ trattata, del gennaio 2000 – non so bene perché, ho pensato a lei.

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Ieri notte – notte di capodanno – mi son trovato con Massimo al Fishmarket e mi è capitato di dire un paio di volte che mi stavo lasciando alle spalle un anno brutto, anzi bruttissimo, e che dunque nutrivo per l’anno nuovo ragionevoli speranze.

Ci vuole poco, ho detto. E’ davvero probabile che si tratti di un anno migliore.

Ero contento di vedere Massimo e non mi andava di fare il fantasma, così ho sparato la stronzata più positiva che mi è venuta in mente. Mentre mi prodigavo in una sorta di discorsetto sul calcolo delle probabilità Max mi ha detto, ridendo, che questa stronzata era molto mia, sicché nel prosieguo della serata al ricorrere di saluti auguri e domande di circostanza l’ho più volte ripetuta – a Marzia, per esempio, che non vedevo da un paio d’anni e con cui non ho gran che di cui discorrere, ma anche ad altre persone che tutte chiedevano come stessi e cosa stessi facendo e si congedavano, ascoltate le mie stronzate, augurandomi più che buon anno, o così mi pareva, buon viaggio. Non ci vuole davvero molto perché questo si riveli un anno relativamente buono. E’ una questione stocastica, dicevo. E mi pareva di stare abbastanza simpatico a tutti come fossi fortunosamente tornato da un posto lontano, tant’è che Fabrizia a un certo momento mi ha detto: il vecchio Umba! Davvero, non ero in vena di far troppo l’angoscioso. L’angoscia, per quello, ce l’ho sempre addosso. Ma riesco a nasconderla abbastanza e, temporaneamente, tralasciarla. Cammino sopra un tappetino rosso d’angoscia che si genera a ogni passo che faccio. Se mi giro, alle mie spalle, fino all’orizzonte, si stende il tappetino rosso dell’angoscia. Simile a un tapis roulant, il tappetino rosso dell’angoscia trasporta il ricordo di turno verso il presente. Si tratta di saper apprezzare la quota di non angoscia contenuta nella chimica emotiva del momento, ho pensato. Si tratta di gettare lo sguardo oltre l’angoscia, quel paio di metri più in là, di lato.

Intanto guardavo Massimo che parlava con una tipa tiratissima. Gran figa, vestita di scaglie d’argento, tropicalmente abbronzata. Sotto le luci di wood i denti le rifulgevano d’un bianco abbacinante, quasi avesse innestate in gola, al posto delle tonsille, un paio di lampadine. Massimo mi aveva detto che la conoscevo, l’avevo conosciuta la volta che avevo conosciuto anche Stefano Techno. Non ricordavo, gli ho detto, la volta che abbiamo conosciuto Techno. Mentivo. Me ne ricordavo, invece. Ma non avevo nessuna voglia di ricordarmene. Ci sentivamo così a disagio Max e io quella volta. Mettendomi assieme ad Anna ho  precluso il capitolo che avrebbe potuto inaugurarsi allora, con quella gente. Gente che mi faceva stare male, con cui non mi trovavo, che mi metteva in contraddizione e anche in soggezione. La tipa, ripeteva Massimo, ballando, ha quarant’anni e fa l’assistente all’università dove insegna storia dell’arte. E’ vero!, pensavo, ricordo! E Techno, quella notte, nel lussuoso appartamentino della tipa, in centro, parlava con enfasi e allegria di un concerto per piano di Mozart e della bellezza della musica brasiliana. Era amica di tua sorella Cirri, diceva Max. E di Rubens – l’ex marito musicista brasiliano di Cirri. Questo è il fratello di Cirri!, ha detto Max. Ma dai! Eh, si… Io, però, in tutta sincerità, ricordavo semplicemente un culo. Bello, per carità. Molto. Quanto quello della mia prima morosa. Coperto dallo spago di un tanga biancheggiante sull’erbetta della piccola piscina di fianco ai campi da tennis e  al ristorantino dell’Insalatàro. E io in quell’occasione, in piscina, avevo detto a Max: che culo, questa tipa! Ma lì in piscina mica la conoscevamo, noi, questa tipa. Eppure ricordo benissimo Stefano Techno dirmi, qualche tempo dopo: ma no, lei non se la prende affatto! I complimenti le vanno a genio. È dei nostri, lei! La tipa e Techno li abbiamo conosciuti, dunque, appunto: qualche tempo dopo. Ma quando?, pensavo. E perché?

Tu sei Umberto, allora!, mi dice questa tipa, Francesca, davvero figa e, per via delle scaglie d’argento, tutta sfavillante. Eh si, dico. E Cirri? Come sta? Bene, è tornata qui a Padova, dico. Ah, fa lei. E vedo che non sorride più. Prontamente Massimo s’intrude, così sfilo indietro sfruttando il risucchio della folla che balla. Sospiro. Anche di pensare a Cirri e a Rubens e a tutto il male che si sono fatti proprio non ho voglia.

Sarà un anno migliore, ripetevo più tardi a Massimo. Lui poi mi ha detto una serie di altre cose legate allo scrivere in funzione della pubblicazione. Mi tirava fuori uno scrittore suo amico che fa il pubblicitario e mi parlava di alcune cose che sta scrivendo lui, Max. Ero talmente sgombro che gli ho detto: bè, Max, per quanto mi riguarda, ormai, la scelta l’ho fatta. Tornare indietro è tardi, una vita standard non la metto in piedi più. Anche trovare lavori attinenti allo scrivere, da laureato. Cazzo vado a trentaquattr’anni?, al Mattino di Padova?, a chiedere se mi danno da scrivere gratis degli articoli, che magari imparo, e fra un paio d’anni, mi assumono? Tanto vale andare fino in fondo. Pubblicherò a quarant’anni, Max, o a cinquanta, e magari a quarant’anni o meglio ancora a cinquanta sarò diventato qualcosa che a un letterato ci somiglia, no? Potrei aggrapparmi a un percorso di studi, leggere i grandi, farmi un’idea precisa della nazione, e tutte queste cose qui, così non avrei paura di essere preso in castagna che non so un cazzo. A questo punto ho tempo, Max, gli ho detto. Sopravvivere, sopravvivo. Ho tutto il tempo che voglio, gli ho detto. Lui ha abbassato gli occhi, sorridendo. So quello che voleva dire, sebbene per gentilezza non abbia detto niente. Anche perché, in parte, l’aveva già detto prima: sono sei anni, Umba, che hai tutto il tempo che vuoi. A me mi sa che tu non pubblichi né a quaranta né a cinquanta né mai. Se mi avesse ripetuto questa cosa, gli avrei detto: appunto, Max, indietro ormai non ci torno più. Sono incastrato in una vita blindata, una rotaia. Lavoro venti ore. Non posso fare niente, per via dei pochi soldi. Posso farmi le pippe, guardare la tivù, leggere. E scrivere, naturalmente, che costa ancora meno di leggere. Massì, massì, diceva Massimo. Magari lentamente, vedrai che ci arrivi a questo tuo obiettivo. Alla fine tu le cose le fai. E anche per bene, ha detto. Come l’università. Poi ballavo in un modo nuovo, praticamente fermo sulle gambe muovendo leggermente anzi direi quasi impercettibilmente la testa come uno che stia canticchiandosi dentro una canzone sua, spensierato, guardando all’insù. Per non vedere il nastro infinito del tappetino rosso perdersi nel buio.

mnemo

20 ottobre 2009

La sera del 25 settembre dello scorso anno, alla presentazione del romanzo Gli ultimi giorni di Alessandro De Roma (Il maestrale), Laura Liberale, autrice di Tanatoparty, romanzo recentissimamente uscito per l’editrice padovana Meridianozero, così intervenne: “La condizione umana è tale per cui risulta molto più facile vedere gli altri che sé stessi”. Ne presi nota. Lo scrittore padovano Heman Zed che, insieme all’italianista Raluca Lazarovici-Mihalcu, introduceva il collega, dopo esser riuscito fra convenevoli e chiacchiere a ottenere un po’ di concentrazione, aveva esordito affermando: “Non aspettatevi una sceneggiatura alla Tarkowski: questo è un libro scritto molto bene, godibile ed efficacissimo”. Presi nota. Poco più tardi Alessandro De Roma, alla sua seconda prova dopo il pluripremiato esordio con il meta-romanzo Vita e morte di Ludovico Lauter di cui, in quegli stessi giorni il prestigiosissimo editore Gallimard aveva acquistato i diritti per la traduzione in francese, chiosò: “Io penso semplicemente che i saggi siano saggi, e i romanzi siano romanzi”. Presi nota. Poi ci recammo tutti in Piazza Duomo, dove avevo appuntamento con Gioia e ci attendevano per far quattro chiacchiere e ber due bicchieri gli scrittori Mario Parecchio, Romolo Bugaro, Bruno Kleiber, Giulio Mozzi, Marco Franzoso, Francis Pertondo, Daniel De Luatto, Alberto Fassina e Vito Pippozzo ai quali si aggiunse, sempre gioviale e di gran compagnia (ancorché non scrittore), l’ex assessore viceonorevole Pfui. Ricordo che la serata – piacevole, lieve e soprattutto assai sobria –  fu guastata sotto casa di Gioia, dove ci eravamo tutti recati, da uno dei miei più deprecabili accessi di gelosia.

Gentile Direttore

nel presentarLe queste controdeduzioni, in ottemperanza alla lettera di contestazione seguita ai fatti contestatimi in relazione al giorno 22 settembre, allorché in seguito a un controllo SYPRA venivano appurate incongruenze tra quanto previsto dalla playlist ufficiale e quanto da noi concretamente visionato, sento di non poter offrire particolari giustificazioni in afferenza allo svolgimento delle mansioni di lavoro alle quali sono tenuto essendo effettivamente io, personalmente, responsabile del corretto riposizionamento dei blocchi SYPRA in seguito agli aggiustamenti di programmazione, per altro consueti, concordati il venerdì precedente il giorno in cui si sono verificati gli accadimenti contestatimi. Mia intenzione, attraverso queste righe, è piuttosto ribadirLe la mia assoluta buona fede e la totale bontà delle mie intenzioni; sia sul versante dei compiti assegnatimi sia su quello del rapporto con i colleghi e con il personale tutto, nella piena consapevolezza del grave rischio pecuniario oltre che in termini di immagine al quale un errore quale quello da me commesso in un attimo di disattenzione dovuto forse a un po’ di stanchezza possa ed abbia potuto esporre l’azienda. So inoltre che nel corso di quest’anno per me sfortunato sono ancora incòrso in circostanze – ancorché, forse, meno gravi – analoghe, per le quali mi trovo ora in una posizione di estrema vulnerabilità. Confidando nella fiducia e nella pazienza finora accordatemi vorrei esprimere la mia più sentita intenzione a garantire il mio massimo impegno affinché simili inconvenienti non abbiano più a ripetersi in futuro.

Distinti saluti

taccuini idrofobi

19 ottobre 2009

“E allora dico: ogniqualvolta abbiate a sentire un vostro conoscente, peggio se amico, porre a proposito di una persona più o meno cara che – trovandosi in una situazione dolorosa, nella quale, certo, sia andata a cacciarsi da sola, anche magari con indizi di perversione, anche magari diabolicamente (con margini cioè di reiterazione) – chieda il vostro aiuto o la vostra comprensione… ogniqualvolta, dicevo, abbiate a sentir porre da un conoscente o peggio un amico la domanda: come mai a me non succede?, sappiate di avere a che fare con un fascista, con un egoista della specie peggiore, con un idiota marcio, totale e malvagio. Uno stronzo da allontanare  con la massima risolutezza, soprattutto se politicamente di sinistra; e qualora di estrema sinistra, a maggior ragione, da  schifare a universale ludibrio. Non prima tuttavia di avergli posto, a vostra volta, la seguente domanda: come mai a tuo avviso ti succede, in questo preciso istante, di essere menato a sangue e a tradimento  dal sottoscritto che pur essendo più grosso e forte non pare pago di calci giocchiate e pugni ma ti aggiusta, mentre già stai per terra del tutto inerme, con una mazza da baseball e una chiave inglese? Come mai a tuo avviso succede proprio oggi a quest’ora in questo modo e soprattutto:  succede proprio a te? Non prima, altresì, di aver risposto per lui: mah… succede perché potevo perché mi andava perché sei più debole e appunto, banalmente, a prescindere da come sei e quel che dici,  perché sei te…”

alle 4 del mattino

19 ottobre 2009

del dieci maggio dell’anno scorso mi sono svegliato e su un foglietto volante che l’indomani ho inserito nel taccuino del periodo, ho frettolosamente annotato:

“Dovrei fare una scheda per tutti i miei colleghi di lavoro. Che animale ricordano. Oppure che oggetto. O che automobile. Che odore hanno. Qual’è la loro mansione. Se fanno altri lavori. Se ne hanno fatti altri. Se hanno morose, mogli, fratelli, sorelle, genitori e figli. Di che cosa parlano. Se qualche ritornello o tormentone o fissazione domina il loro discorso. Che cosa desiderano. Qual’è la loro opinione politica. Che cosa gli piace. Quale bestemmia dicono più spesso. E poi cercare di far lo stesso anche per i vecchi colleghi. E quelli più vecchi ancora. E poi un po’ per tutte le persone che appaiano, o siano apparse, conservandosi per un certo periodo con qualche stabilità e frequenza, nel raggio attivo della mia vita”.

Immagino di essermi riaddormentato di botto. E come un sasso.