e per scriver questo, ho scordato l’avvocato

2 ottobre 2009

Ancora un’ora di rapina stavolta di mattina fra stazione lavoro madre farmacia ospedale di nuovo stazione – treno per Venezia. Nello zaino Thomas Pynchon: Contro il giorno. Al cesso (il leggio è il cesto della biancheria sporca, davanti al vater) Richard Powers: Tre contadini vanno a ballare. Sono mesi che l’ho iniziato, ed è pure bello, sebbene lo sia, in qualche modo, noiosamente. Nel frattempo – non so come, vista la congiuntura – ho letto amici. Laura Liberale: Tanatoparty. Giulio Mozzi: Sono l’ultimo a scendere. E conoscenti: Jose Ferdinando Quìla, con cui al Lido di Venezia, il mese scorso, ho condiviso un pezzetto di salotto: Batosta con figlio. Non so se Jose abbia veramente un figlio a Buenos Aires, se cioè il testo che ho letto sia in misura maggiore o minore autobiografico. Benché io sia quello con cui ha conversato più a lungo – non per niente mi ha fatto dono del dattiloscritto tradotto del romanzo che, in Italia, dovrebbe uscire in gennaio – e nonostante la mia curiosità in relazione a Vitaliano Trevisan, al quale l’argentino ha prestato i suoi servigi come segretario tuttofare (in cambio di alloggio, certo; ma non so se anche di vitto) non sono riuscito a scucirgli più che una manciata di frasi, molte delle quali di pura e semplice buona educazione. Non è male come esordio, in ogni modo. Storia succinta, banale e terrificante, di tradimenti, vendette (mancate), fughe e bolletta cronica. Insieme a una folgore del mio maestro, che ha definito la sua scrittura come un folle, oceanico comunicato stampa, la lettura di Batosta mi ha fatto venire voglia di riprendere 2666 l’ultimo, postumo romanzo di Roberto Bolano che, non ricordo per quale ragione – non serbandone affatto un brutto ricordo – ho scaricato a metà lo scorso inverno. La lettura di Contro il giorno, invece, mi stimola a riconsiderare David Foster Wallace: Infinite Jest. Non perché l’abbia abbandonato, ma perché a suo tempo, nel 2003, lo lessi malissimo, come per atto dovuto.

Con Gioia, invece, fra temporali e schiarite, abbiam visto un po’ di roba contemporanea, alla Biennale Musica e oggi, che non lavoro, dovremmo riuscire, dopo il lavoro di lei, a infilare un altro paio di spettacoli. Due cose valevano veramente la pena: una magnifica marcia funebre del Leone D’Oro György Kurtág, al teatro alle Tese, e alcuni strepitosi quartetti di Béla Bartók in una delle Sale Apollinee della Fenice. Molto bello e poetico, inoltre, a mio  modesto giudizio, il Ballet Mecanique di George Antheil, originariamente pensato per l’omonimo film di Dudley e Leger – qui, però, in una versione datata 1953; e sempre divertenti benché magari non intenzionalmente (si tenga presente che vi pervengo via Zappa) i tromboni e i boati portuali di Edgar Varese, di cui abbiamo saggiato Integrales (1925). Curioso, poi, nella sua totale impoeticità l’ultraoggettivo Emergency survival guide (2009), concerto per orchestra e automobile di Dmitri Kourliandski. Deludente, invece, a mio parere, la sorta di orazione civile per il giudice Paolo Borsellino del giovane compositore Giovanni Mancuso. Direi anzi brutta. Anche per colpa della Biennale, tuttavia. Che ha preferito non distribuire la versione originale – in italiano – del lungo testo portante la musica, scritto dal fratello del giudice  e inesplicabilmente tradotto in inglese (why?) oltre che assurdamente cantaparlato da un baritono di madrelingua tedesca. E il cui staff ha accolto con estrema freddezza, se non aperta ostilità (impossibile non pensare all’attuale, putrefatta contingenza politica), il caloroso fuori programma di Salvatore Borsellino, al termine dell’esecuzione. Brutto veramente. Tutto quanto.

E ora speriamo non piova.

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