Pynch

4 ottobre 2009

Verso pagina 200 di Contro il giorno, di cui per intercessione di Mario, il mio maestro della scrittura, ho potuto evitare l’attesa – per altro quasi certamente vana – dell’edizione economica, ho alzato bandiera bianca e sono ricorso alla rete in cerca di una recensione che ne illustrasse sia pur sommariamente le principali tematiche, i personaggi salienti e gli archi portanti. Da qualche tempo, leggendo occasionalmente, anzi direi interstizialmente, mi pareva di brancolare in una nebbia non priva d’apparizioni, ma la cui densità, oltre che in preoccupante aumento, stava inducendomi ai tipici e poco lusinghieri giudizi (”state ruotando le vostre falangi?”) che il “nuovo” lettore di Thomas Pynchon, benché raramente  un ingenuo newcomer, non di rado è tentato di tranciare. Recuperata la recensione che faceva al mio caso e trovandovi sul piano dei personaggi nomi e nomignoli che non ricordavo – occupando, presumibilmente, nelle prime 200 pagine di un romanzo che ne conta quasi 1200, una posizione ancora defilata – ho deciso di tornare indietro e ricominciare dall’inizio della seconda sezione, intitolata Spato d’Islanda; ripromettendomi di tenere, nell’inseparabile taccuino, una sorta di diario di lettura, o meglio, di bordo. Dico solo per il momento che fra le tante e antiche sensazioni legate alla lettura di quest’incredibile scrittore (da me abbandonato più di dieci anni or sono, conosciuto il mio maestro, ritenendolo inservibile ai miei scopi) ritrovo con perverso piacere un’onirica e vagamente delittuosa impressione di decisione inopinata, interruzione sottocutanea e inconsapevole, sganciamento intempestivo degli ormeggi: ci si ritrova d’un tratto indubbiamente a bordo di qualcosa, su di un qualche mezzo (fuor di metafora: non è che saltino punteggiatura e sintassi o il valore delle parole si allontani tanto da quello che esse hanno nella quotidianità da risultare del tutto incomprensibili); a navigare o fluttuare, tuttavia, in un dominio che non restituisce, se non secondo spostamenti e dislocazioni che facilitano esponenzialmente ogni sorta di qui pro quo, appigli precostituiti a un “reale” di qualsivoglia natura. E che, malgrado la convenzionalità dei mezzi  diegetici e della lingua dell’autore – che quel “reale”, qualsiasi sia la sua natura, in un certo senso preservano – costringe per forza di cose a un infaticabile lavoro di ridefinizione della superficie – o se vogliamo dello spettacolo – che non configura tanto una calviniana cartografazione dell’esteriore inesauribile quanto piuttosto una sua inesausta riperimetrazione, giocoforza provvisoria e costantemente braccata.

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