Soltanto tu

4 ottobre 2009

potevi avere un avvocato missionario!, mi fa il capo, in vena buona negli ultimi giorni, cosa che non mi rende affatto felice, anzi, mi sbava un malessere viscido, di febbre. E si capisce. Del resto, sono il più vecchio, con me può sfogarsi e poi, con il mio passato, certe cose  a suo giudizio le comprendo perfettamente. Ma, per dire, non sono affatto nato e cresciuto in Piazzetta Toselli. Non ho amici d’infanzia in galera per terrorismo (ne ho  in compenso uno d’adolescenza dentro per 11 rapine con taglierino; due delle quali, ho scoperto, ai danni di filiali in cui era presente la mamma di Mune, che è dirigente di banca). Non mi ritrovo senza la metà dei denti – sebbene una volta gli abbia effettivamente confessato che trovavo meglio l’eroina della cocaina – a causa di un’annosa tossicodipendenza, l’uscita dalla quale offrirebbe, da un lato, una garanzia intorno all’effettività della mia esperienza di vita (oltre che, sia pur controversa, una testimonianza intorno alla mia forza di carattere); da un altro lato, un’efficace spiegazione circa mie ridicole capacità psico-pratico-attitudinali; da un altro ancora  un solido fondamento al quale ricondurre, specie in momenti di particolare carico lavorativo, proverbiali razioni di discredito. Io ho provato a dirgli come stanno veramente le cose, ma non c’è mai stato verso. E siccome ho capito che, per assurdo, il delirio suddetto presenta qualche vantaggio, ho smesso di ripeterglielo. L’avvocato in ogni modo è veramente in Africa, con i frati comboniani, e mi fa rocambolescamente sapere di aver trasmesso la pratica relativa alle famigerate 18 multe a un collega, persona fidata,  mediante due righe e mezzo di una e-mail di adieu potenziale nella quale spiega che non sa se starà via due mesi, due anni o tutta la vita (devo ricordarmi di rispondergli e ringraziarlo). Ieri, dopo aver portato Gioia alla stazione, riportato il telefono al lavoro – me lo ero scordato in qualche tasca e me ne ero accorto troppo tardi – essere stato da mia madre – giù da morire – quindi in farmacia, quindi  in posta, quindi di nuovo da mia madre, quindi a casa preda di un raptus scrittòrio, non fosse stato per un sms di Gioia che domandava come fosse andata con “l’avvocato nuovo”, avrei magnificamente cannato l’udienza concordata. Devo avere rischiato, in quindici minuti d’automobile, una tranquilla trentina di incidenti. E per che cosa? In fondo, avrei potuto inventare una scusa, andarci lunedì. Mica scadeva niente. Dovevo solo far conoscenza e firmare quache procura. Appunto, pensavo, dopo esser passato per l’ospedale, sul carro bestiame (stranamente in orario) diretto a Venezia. Lo so io, per che cosa (“Bravissimo! Sai che toccandomi ho un po’ male al collo? Mi hai riempita di  morsi…”). Ed ero immensamente felice.

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