un pezzo sul quale devo assolutamente tornare

8 ottobre 2009

Il brano di Federica Sgaggio sull’identità e il cosiddetto status – o, per dirla con Demetrio Paolin: statuto sociale – di scrittore, trovata in rete ormai qualche settimana fa e ritornatami casualmente sotto gli occhi negli ultimi giorni cercando altre e ahimè ben più tristi carte, mi ha fatto bruscamente ricordare parole improvvisate a un’amica in occasione di un classico “aperitivo con lo scrittore” una sera di un paio d’anni fa, riassumibili in un unico termine: serietà – qualità della quale percepivo, nella mondanità provinciale di quella come di molte altre occasioni, la totale mancanza. Nel suo intervento l’autrice di Due colonne taglio basso descrive molto efficacemente, malgrado l’estrema sinteticità, alcuni movimenti o durate esistenziali che in buona misura ho anch’io attraversato: il bisogno di identificazione nel ruolo (nel mio caso di scrittore, nel caso della Sgaggio di giornalista); il soddisfacimento mondano di questo bisogno a prescindere da un giudizio sul mondo; la formulazione dolorosa di quel giudizio e la ridefinizione del ruolo in relazione a sé, all’effettivo esercizio della pratica relativa al ruolo (la scrittura, il mestiere di giornalista) e alla porzione di mondo entro la quale esso possa plausibilmente essere virtuosamente agito. Qual è il vero legame fra la scrittura e la vita?, esordisce l’autrice veronese. Che relazione c’è fra quel che un essere umano decide di raccontare e la sua propria esperienza di vita? Sono domande ingenue, forse, ma corrosive; costantemente presenti a chiunque investa la scrittura di istanze vitali – onde la serietà di cui sopra. Nonostante l’unico romanzo da me pubblicato, ormai sei anni fa, provi a illustrare diverse questioni legate alla pratica della scrittura, non ho mai avuto il coraggio di prendere di petto, personalmente, quella della relazione fra identità e status, ed è probabilmente riconducibile a questa mancanza uno degli ostacoli alla continuazione della partita – uso qui la felicissima espressione della scrittrice veronese – sul giusto campo da gioco, cominciata e mai terminata mediante la pratica (o sul terreno) della scrittura all’epoca in cui la mia unica totalizzante aspirazione concerneva la pubblicazione di un romanzo e di conseguenza il vedermi finalmente attribuita un’identità, quella di scrittore, che non ho compreso né saputo sfruttare, ma ha contribuito a devastare la relazione con la persona che all’epoca mi era più cara e, di converso, recuperarmi tragicamente alla precaria stima di famigliari ai quali ero andato ripetendo che, avessi fallito, sarei stato un artista fallito, e dai quali ero considerato un fallito senz’altro oltre che un’ennesima, triste incarnazione del famoso tarocco psichiatrico noto come: il matto che si crede un poeta.

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2 Risposte to “un pezzo sul quale devo assolutamente tornare”

  1. Ciao, Umberto.
    Credo di capire molto bene cosa intendi dire.
    Ti lascio un abbraccio.

    (Era Demetrio che ha risposto a me, sai?)

    • mbrt0 said

      Ciao Federica è un vero piacere trovarti qui, grazie per aver lasciato una traccia! Stampando i testi dall’internet e andando a rileggerli a distanza di giorni ho fatto, come spesso mi succede, confusione. Chiedo venia. Un abbraccio anche a te!

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