gioia ripensa alla conversazione con daniel e in quattro quattr’otto confeziona una rece per l’ultimo di tarantino

14 ottobre 2009

Inglorious Basterds è tra le più belle dichiarazioni d’amore fatte al cinema. Un autentico monumento al potere della settima arte, a cui il regista è totalmente soggiogato ma che, al tempo stesso, con profonda padronanza, riesce a dominare. Questo multiforme e magmatico fiume, sempre a rischio di tracimare, custodisce infatti nel suo alveo più di cent’anni di cinematografia mondiale – La corazzata Potëmkin e Sentieri selvaggi, Georg W. Pabst e Sergio Leone, L’ultimo metrò e Quella sporca dozzina, Leni Riefenstahl e Russ Meyer, L’armata Brancaleone e i B movies – presentandosi tuttavia come un ordigno (esplosivo) dalla meccanica perfetta: nessuna sbavatura, ritmo senza cedimenti, sequenze da antologia.

C’era una volta, nella Francia occupata dai nazisti, una giovane ebrea di nome Shoshanna, proprietaria di un cinema, salva per miracolo dopo lo sterminio della sua famiglia e desiderosa di vendetta. C’era un colonnello nazista, colto e raffinato, un vero e proprio sadico della parola, di nome Hans Landa. E c’era un gruppo di americani – i Bastardi – con sangue ebreo e apache nelle vene e un unico scopo: uccidere quanti più nazisti possibile.

Libero – e liberato – dal “politicamente corretto” come dai cliché di certo recente moralismo riformista, Tarantino confeziona un film di guerra, d’ispirazione western in cui, paradossalmente, sono totalmente assenti i combattimenti e la lingua gioca un ruolo capitale: se infatti le armi chiudono la partita, essa viene aperta e interamente giocata sul terreno di un vasto, sinuoso, reiterato discorso, che non svela ma nasconde, confonde, sorprende, mescola e rimescola le carte.

In tutto il cinema di Tarantino le sequenze di lunghissime e deliranti conversazioni – dalla spiegazione di Like a Virgin in Le iene al parlare concitato delle ragazze alla tavola calda in A prova di morte – non conducono mai a nulla: originano campi di risonanza che si risolvono in chiacchiere dal contenuto irrisorio, se non vacuo. Rivelatorio è invece lo stile, il modo in cui ogni frase viene detta. In Inglorious Basterds i dialoghi sono partite a scacchi in cui anche le impercettibili inflessioni dell’accento determinano la vittoria o la sconfitta. Per questo è insensato che il film sia stato doppiato in Italia: l’ufficiale inglese travestito da tedesco che lascia trasparire, dalla parlata, la sua origine anglosassone; gli americani che si fingono siciliani, con esiti esilaranti e al tempo stesso sciagurati; e, su tutti, Hans Landa, che parla correntemente tedesco, francese, inglese, italiano e utilizza queste conoscenze come strumenti di tortura. Il doppiaggio non fa che tradire il film, banalizzandolo ad ogni livello e spegnendo, sia pur parzialmente, l’ottima prova attoriale di tutto il cast: da Brad Pitt, eccellente nei toni della commedia a Diane Kruger, perfetta nel ruolo dell’attrice-spia Bridget Von Hammersmark; da Mike Meyers in un breve cameo, allo strepitoso Christoph Waltz, già vincitore a Cannes per la miglior interpretazione maschile, vera e propria rivelazione del film: il suo colonnello Landa è destinato a entrare nella storia del cinema.

E proprio il cinema, di cui Tarantino – per la capacità di controllo di un materiale espanso e difficilmente contenibile; per l’intelligenza acutissima, l’ironia e il prodigioso talento – consegna alle cronache un esempio magistrale, costituisce la chiave del film. Il cinema, infatti, è il luogo fisico, il mezzo materiale e l’orizzonte di senso attraverso il quale si compie la vendetta di Shoshanna. In quest’ultima accezione esso è la potenza capace di modificare il corso degli eventi nell’immaginario di un pubblico pronto, da sempre, a ricordare e comprendere mediante la narrazione (“Once upon a time…”). Ma esso, nella storia, è al tempo stesso, luogo fisico in cui avviene il cambiamento e arma concreta che lo attua: la pellicola al nitrato brucia tre volte più rapidamente della carta. Nel capitolo che conclude il film – la dinamite e i mitra dei Bastardi entrano successivamente in azione – il fuoco divampa e si alimenta doppiamente: grazie alla pellicola, da una prospettiva; in virtù di immagini impresse in una memoria labile e feroce, poetica e violenta come lo sarebbe l’animo di un samurai, dall’altra. Il cinema sopravvive alla morte. Alla morte del regista e degli interpreti. Di chi proietta e di chi guarda. Vivendo di luce e polvere. La vendetta ebrea di Shoshanna si realizza dopo la sua dipartita, annunciata dallo schermo e provocata dal nitrato d’argento.

Ancora una volta Quentin Tarantino, artigiano del cinema e suo geniale interprete, rivela come la finzione – immaginifica e frutto di invenzione – abbia medesima dignità e analogo potere nella contesa con il vero per la propria porzione di realtà.

Gioia e godimento per occhi e mente, con una colonna sonora, al solito, originale e indovinata.

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