tappetino rosso

23 ottobre 2009

Qualche giorno fa ho partecipato alla festicciola di presentazione della raccolta di racconti Sono l’ultimo a scendere di Giulio Mozzi (Mondadori), tenutasi a Padova presso l’associazione culturale Lanterna magica e ho conosciuto, fra le tante persone presenti, la scrittrice e giornalista veronese Federica Sgaggio, in un brano della quale – Identità e lo statuto di uno scrittore – qualche tempo fa mi ero imbattuto, ripromettendomi di pensarci con più serietà. In questi giorni passo molto del poco tempo a disposizione frugando fra vecchi diari e taccuini sbrindellati. Quando ho ritrovato questo testo – una pagina di diario appena un po’ trattata, del gennaio 2000 – non so bene perché, ho pensato a lei.

— — — — —

Ieri notte – notte di capodanno – mi son trovato con Massimo al Fishmarket e mi è capitato di dire un paio di volte che mi stavo lasciando alle spalle un anno brutto, anzi bruttissimo, e che dunque nutrivo per l’anno nuovo ragionevoli speranze.

Ci vuole poco, ho detto. E’ davvero probabile che si tratti di un anno migliore.

Ero contento di vedere Massimo e non mi andava di fare il fantasma, così ho sparato la stronzata più positiva che mi è venuta in mente. Mentre mi prodigavo in una sorta di discorsetto sul calcolo delle probabilità Max mi ha detto, ridendo, che questa stronzata era molto mia, sicché nel prosieguo della serata al ricorrere di saluti auguri e domande di circostanza l’ho più volte ripetuta – a Marzia, per esempio, che non vedevo da un paio d’anni e con cui non ho gran che di cui discorrere, ma anche ad altre persone che tutte chiedevano come stessi e cosa stessi facendo e si congedavano, ascoltate le mie stronzate, augurandomi più che buon anno, o così mi pareva, buon viaggio. Non ci vuole davvero molto perché questo si riveli un anno relativamente buono. E’ una questione stocastica, dicevo. E mi pareva di stare abbastanza simpatico a tutti come fossi fortunosamente tornato da un posto lontano, tant’è che Fabrizia a un certo momento mi ha detto: il vecchio Umba! Davvero, non ero in vena di far troppo l’angoscioso. L’angoscia, per quello, ce l’ho sempre addosso. Ma riesco a nasconderla abbastanza e, temporaneamente, tralasciarla. Cammino sopra un tappetino rosso d’angoscia che si genera a ogni passo che faccio. Se mi giro, alle mie spalle, fino all’orizzonte, si stende il tappetino rosso dell’angoscia. Simile a un tapis roulant, il tappetino rosso dell’angoscia trasporta il ricordo di turno verso il presente. Si tratta di saper apprezzare la quota di non angoscia contenuta nella chimica emotiva del momento, ho pensato. Si tratta di gettare lo sguardo oltre l’angoscia, quel paio di metri più in là, di lato.

Intanto guardavo Massimo che parlava con una tipa tiratissima. Gran figa, vestita di scaglie d’argento, tropicalmente abbronzata. Sotto le luci di wood i denti le rifulgevano d’un bianco abbacinante, quasi avesse innestate in gola, al posto delle tonsille, un paio di lampadine. Massimo mi aveva detto che la conoscevo, l’avevo conosciuta la volta che avevo conosciuto anche Stefano Techno. Non ricordavo, gli ho detto, la volta che abbiamo conosciuto Techno. Mentivo. Me ne ricordavo, invece. Ma non avevo nessuna voglia di ricordarmene. Ci sentivamo così a disagio Max e io quella volta. Mettendomi assieme ad Anna ho  precluso il capitolo che avrebbe potuto inaugurarsi allora, con quella gente. Gente che mi faceva stare male, con cui non mi trovavo, che mi metteva in contraddizione e anche in soggezione. La tipa, ripeteva Massimo, ballando, ha quarant’anni e fa l’assistente all’università dove insegna storia dell’arte. E’ vero!, pensavo, ricordo! E Techno, quella notte, nel lussuoso appartamentino della tipa, in centro, parlava con enfasi e allegria di un concerto per piano di Mozart e della bellezza della musica brasiliana. Era amica di tua sorella Cirri, diceva Max. E di Rubens – l’ex marito musicista brasiliano di Cirri. Questo è il fratello di Cirri!, ha detto Max. Ma dai! Eh, si… Io, però, in tutta sincerità, ricordavo semplicemente un culo. Bello, per carità. Molto. Quanto quello della mia prima morosa. Coperto dallo spago di un tanga biancheggiante sull’erbetta della piccola piscina di fianco ai campi da tennis e  al ristorantino dell’Insalatàro. E io in quell’occasione, in piscina, avevo detto a Max: che culo, questa tipa! Ma lì in piscina mica la conoscevamo, noi, questa tipa. Eppure ricordo benissimo Stefano Techno dirmi, qualche tempo dopo: ma no, lei non se la prende affatto! I complimenti le vanno a genio. È dei nostri, lei! La tipa e Techno li abbiamo conosciuti, dunque, appunto: qualche tempo dopo. Ma quando?, pensavo. E perché?

Tu sei Umberto, allora!, mi dice questa tipa, Francesca, davvero figa e, per via delle scaglie d’argento, tutta sfavillante. Eh si, dico. E Cirri? Come sta? Bene, è tornata qui a Padova, dico. Ah, fa lei. E vedo che non sorride più. Prontamente Massimo s’intrude, così sfilo indietro sfruttando il risucchio della folla che balla. Sospiro. Anche di pensare a Cirri e a Rubens e a tutto il male che si sono fatti proprio non ho voglia.

Sarà un anno migliore, ripetevo più tardi a Massimo. Lui poi mi ha detto una serie di altre cose legate allo scrivere in funzione della pubblicazione. Mi tirava fuori uno scrittore suo amico che fa il pubblicitario e mi parlava di alcune cose che sta scrivendo lui, Max. Ero talmente sgombro che gli ho detto: bè, Max, per quanto mi riguarda, ormai, la scelta l’ho fatta. Tornare indietro è tardi, una vita standard non la metto in piedi più. Anche trovare lavori attinenti allo scrivere, da laureato. Cazzo vado a trentaquattr’anni?, al Mattino di Padova?, a chiedere se mi danno da scrivere gratis degli articoli, che magari imparo, e fra un paio d’anni, mi assumono? Tanto vale andare fino in fondo. Pubblicherò a quarant’anni, Max, o a cinquanta, e magari a quarant’anni o meglio ancora a cinquanta sarò diventato qualcosa che a un letterato ci somiglia, no? Potrei aggrapparmi a un percorso di studi, leggere i grandi, farmi un’idea precisa della nazione, e tutte queste cose qui, così non avrei paura di essere preso in castagna che non so un cazzo. A questo punto ho tempo, Max, gli ho detto. Sopravvivere, sopravvivo. Ho tutto il tempo che voglio, gli ho detto. Lui ha abbassato gli occhi, sorridendo. So quello che voleva dire, sebbene per gentilezza non abbia detto niente. Anche perché, in parte, l’aveva già detto prima: sono sei anni, Umba, che hai tutto il tempo che vuoi. A me mi sa che tu non pubblichi né a quaranta né a cinquanta né mai. Se mi avesse ripetuto questa cosa, gli avrei detto: appunto, Max, indietro ormai non ci torno più. Sono incastrato in una vita blindata, una rotaia. Lavoro venti ore. Non posso fare niente, per via dei pochi soldi. Posso farmi le pippe, guardare la tivù, leggere. E scrivere, naturalmente, che costa ancora meno di leggere. Massì, massì, diceva Massimo. Magari lentamente, vedrai che ci arrivi a questo tuo obiettivo. Alla fine tu le cose le fai. E anche per bene, ha detto. Come l’università. Poi ballavo in un modo nuovo, praticamente fermo sulle gambe muovendo leggermente anzi direi quasi impercettibilmente la testa come uno che stia canticchiandosi dentro una canzone sua, spensierato, guardando all’insù. Per non vedere il nastro infinito del tappetino rosso perdersi nel buio.

Annunci

2 Risposte to “tappetino rosso”

  1. Hai tutto il tempo che vuoi, di sicuro.
    «Si tratta di saper apprezzare la quota di non angoscia contenuta nella chimica emotiva del momento, ho pensato. Si tratta di gettare lo sguardo oltre l’angoscia, quel paio di metri più in là, di lato».

  2. Pierluigi said

    Questo diario-racconto, nella sua bellezza, ti mette addosso una strana vertigine.
    Non saprei definirla, forse è legata a sentimenti di nostalgia, forse ad un senso di spaesamento, forte in certi momenti della vita, ma che mai si perde, forse il racconto è talmente autentico che non puoi non sentire come tuo.
    Il tappettino rosso dell’angoscia forse è legato a questo spaesamento individuale o forse è il tappettino della precarietà che è stato confezionato per un’intera generazione (nonché per quelle future) con l’elogio della flessibilità santificata dalle leggi treu, biagi, e aggiornamenti vari.
    Un tappettino che porterà le generazioni dei ventenni, trentenni, quarantenni, in età anziana, ad una vera e propria mattanza.
    Questo mi sento di dirlo senza forse.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: