gioia su la doppia ora

26 ottobre 2009

La doppia ora di Giuseppe Capotondi con Ksenia Rappoport, Filippo Timi, Antonia Truppo, Gaetano Bruno

Già regista di videoclip, Giuseppe Capotondi esordisce con un noir psicologico cupo e freddo, assai apprezzato dalla stampa estera all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove La doppia ora è stato presentato in concorso. Distante dagli usuali clichè italiani, il film, che sembra annoverare fra i propri numi tutelari l’Hitchcock di Vertigo, il Lang de La signora del ritratto e il Lynch di Mulholland Drive, ordisce un’indagine a doppia mandata: quella di una rapina finita male e quella dell’enigma di una donna.

Sonia, cameriera in un hotel e Guido, ex guardia giurata, ora custode di una villa, si incontrano a uno speed date. Si piacciono, iniziano a frequentarsi. Durante una rapina in cui entrambi rimangono coinvolti, l’uomo viene ucciso da un colpo di pistola. O almeno così sembra. Sonia, uscita dal tragico evento lievemente contusa, continua infatti a vedere Guido. Come la presenza inquietante dell’amante non potesse abbandonarla, schiudendo un subdolo addensarsi di eventi e un’angosciante moltiplicazione delle prospettive di lettura.

Interessante il tentativo di cimentarsi in un film di genere, serbandone la forma ma violandone il contenuto. L’opera, infatti, ha una marcata componente psicologica e la tonalità è intima, raccolta, discreta. Se tutto ciò non costituisce novità per le cinematografie di altri paesi, che con i tratti essenziali del postmoderno hanno ormai da tempo fatto i conti, in Italia, esperimenti di questo tipo, risultano ancora sparuti e isolati. La regia è buona, pur con qualche ingenuità (il tentato stupro della protagonista nella villa da parte di un malvivente; l’ambiguità dell’ospite dell’albergo in cui Sonia lavora). L’ambientazione torinese puntella e alimenta l’atmosfera onirica, di sospensione confusa. La fotografia è curatissima. Il commento musicale vario ed efficace. Ma è soprattutto sulla recitazione dei due protagonisti che il film trova il suo punto di forza. Ksenia Rappoport, brava e intensa, dà vita con convinzione ad una donna misteriosa, insondabile, ambigua, con la quale si è aggiudicata la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (premio forse un tantino eccessivo). Filippo Timi, magnetico, con una presenza scenica ragguardevole, calibra magistralmente insicurezza e virilità, modulando sfumature e mezzi toni.

La doppia ora è un film imperfetto, con diverse sbavature nella sceneggiatura e altrettanti punti a favore, che vanta tuttavia indubbiamente il pregio di avventurarsi in territori che in Italia rimangono sostanzialmente inesplorati (di tanto in tanto ci prova, con successo, Salvatores).

Il chiacchiericcio pseudoinformato che scorta costantemente il cinema italiano – morto, risorto, morente, reincarnato – dovrebbe allegare  alle innegabili difficoltà economiche connesse alla produzione e alla distribuzione dei film (problema di ordine legislativo che questo paese non è ancora stato in grado di risolvere) anche una pressoché totale assenza di coraggio nell’ideazione dei film. Per questo motivo, anche solo come auspicio, il film di Capotondi va accolto con sollievo: tra novelli sposi, divorziati, adolescenti alle prese col primo amore, sessantottini da bignami, trentenni che non vogliono crescere e inesauribili saghe familiari, il tentativo di cambiare registro non può che essere salutare.

Gioia

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Una Risposta to “gioia su la doppia ora”

  1. monica said

    oh dio, che bello, se sei tu Umberto casadei di Padova che ha scritto Il suicidio di Angela B. e aveva letto un pezzo a Reggio Emilia per quella manifestaizone in cui gli scrittori esordienti leggevano un brano e i critici dicevano la loro e prima di leggere hai parlato di roba di giurisprudenza e insommaio spero spero spero che sia tu, ma col web non si sai mai chissà chi potrebbe essere, be’, se fossi, tu sono COS^ felice di avere trovato questo posto dove scrivi che adesso esco e salto un po’ per strada
    ciao,
    monica

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