la lega sinistra bis

30 novembre 2009

Si, va ben. Adesso però non è per dire…

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=82311&sez=REGIONI

Gioia mi scrive una bella mail sul post di ieri. La pubblico volentieri. (PS: Nell’ultima parte dello stesso post, frettolosa e un po’ confusionaria, ho corretto qui e lì la punteggiatura e sostituito un paio di termini. Il senso però è identico).

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Simone Weil diceva che bisogna preferire l’inferno reale al paradiso immaginario. Questo dovrebbe valere per tutti. Io credo che per tentare di affrontare gli anni di piombo senza travisarli, bisognerebbe iniziare a non applicare più la nostra logica, il nostro buon senso, la nostra morale alla logica, al buon senso e alla morale dei terroristi. Se si vuol tentare di capire (e capire, beninteso, non significa né condividere, né appoggiare) le ragioni di determinate azioni e di certe scelte, non ci si può permettere di decontestualizzare né quelle azioni né le idee che le muovono. Per esempio: «ideologicamente, le Brigate Rosse traggono la  loro origine dal marxismo-leninismo. Sono un gruppo chiuso, rigidamente compartimentato, ma non per questo assente da infiltrazioni. Concepiscono il partito come un’avanguardia di massa che deve indicare il cammino per il raggiungimento del potere e la costruzione della Dittatura del Proletariato. Agiscono sulla base delle decisioni di una Direzione strategica che imposta campagne mirate alla disarticolazione dell’avversario: il potere politico statale. L’espressione della Direzione strategica sono le Risoluzioni strategiche, documenti di analisi politica che di volta in volta indicano gli obiettivi primari da raggiungere ed il modo (azioni armate) attraverso i quali raggiungere gli stessi». Questa è una definizione che facilmente si trova in Internet cercando informazioni a riguardo. Queste erano le premesse ideologiche da cui partivano. La lotta armata era già nelle premesse. La disarticolazione del potere politico statale era già nelle premesse. E la loro ideologia procedeva da testi che ancora oggi si leggono e studiano nelle università (Marx in primis). Perché gli stessi libri ebbero allora un effetto detonante? Perché oggi no? Cos’è cambiato? Qualcosa deve essere cambiato. Quel qualcosa è lo scarto tra noi oggi e loro più di trent’anni fa. Mettere in formalina i terroristi e pensarli secondo i parametri dei giorni nostri è quanto di più fuorviante si possa fare. Uno degli sbagli strategici più palesi che i terroristi potessero compiere, è stato quello di non capire che la base li stava abbandonando, lasciandoli soli e senza coperture. I gruppi armati erano più di quaranta. Riuscire a fare una stima degli affiliati è molto difficile. Alcuni dicono 30.000, altri addirittura un milione. A questi andrebbero aggiunti i simpatizzanti: coloro i quali, pur non presenti nelle file della lotta armata come “effettivi”, almeno inizialmente la appoggiavano. In alcuni casi conoscevano i terroristi. In molti casi non li denunciavano, pur sapendo o intuendo. Quando i terroristi gambizzavano i “padroni” che avevano licenziato gruppi di operai mettendoli, di fatto, alla fame, oppure che avevano imposto condizioni lavorative insalubri, pericolose – se non mortali – il plauso di quegli stessi operai e dei loro compagni, non tardava ad arrivare. Allo stesso modo, quando questa specie di legge del Taglione si fa più impersonale, più astratta, il plauso cessa. I terroristi non colpivano più l’imprenditore, il caporeparto “kapò”. Colpivano uomini di Stato o uomini che, dello Stato, erano emblema. Spesso persone rette e oneste. Quello che andavano a colpire non era più l’uomo, ma il simbolo, che la base leggeva come il più spersonalizzato possibile. Dei “padroni” i dipendenti avevano esperienza: per umiliazioni, licenziamenti, ingiustizie, vissute sulla propria pelle. Degli uomini di Stato, no. Non direttamente. Essi non erano che rappresentanti, mandatari, figuranti. Tutti i lavoratori hanno avuto a che fare direttamente almeno con un “padrone”. Lo stesso non si può certo dire per magistrati, politici, giornalisti impegnati. È vero che i terroristi non vedevano in queste persone degli uomini, dei padri di famiglia, dei mariti o dei figli. Vedevano un simbolo. Ma quando si è in guerra (e i terroristi, per conto loro, erano in guerra) l’avversario non è un uomo. È il nemico. Ed è disumanizzato. In altri casi, come è stato con Alessandrini, l’omicidio venne compiuto poiché il magistrato era ormai sulle tracce di Segio e di altri di Prima Linea. È pur vero che la logica con cui agivano i terroristi è stata spesso “elastica”, è anche vero che metterla come Fofi, porta nuovamente a risolvere la questione in modo sbrigativo e superficiale. Da qui, da questi anni zero, appare semplicemente incredibile come i terroristi non si fossero accorti di essere rimasti, con l’andare del tempo, isolati dalla base. La cosiddetta rivoluzione, che è sempre violenta ed è sempre armata, in alcuni paesi si concluse con la vittoria dei rivoluzionari. In altri casi con la loro sconfitta (sovviene, naturalmente, il rivoluzionario per eccellenza – oggi, suo malgrado, ridotto a logo da gadgets: Ernesto Che Guevara, vittorioso a Cuba, braccato e ucciso in Bolivia). Diversa la conformazione territoriale, diversa la situazione politica e sociale, diversa la partecipazione popolare. Nemmeno di ciò i terroristi si resero conto. Ragionando in termini di pura opportunità politica, di strategia (non in termini morali), fu proprio questo il loro errore (partendo, ovvio, dalle premesse di cui sopra). I terroristi volevano sovvertire lo Stato. Non ci sono riusciti. Hanno perso. Lo Stato applica la legge e loro scontano la pena (e qui bisognerebbe aprire un’altra parentesi intorno alle modalità secondo le quali la legge è stata modificata e applicata; oltre che su chi abbia scontato che cosa). Ai terroristi si possono imputare fatti di sangue, attentati, omicidi, gambizzazioni. Per questo vengono condotti davanti alla legge. Possono pentirsi e dissociarsi. Oppure no. Nel loro intimo potranno scegliere, col senno di poi, se essere addolorati per le persone uccise. Oppure no. Sta a loro. Ma non si può imputare loro la colpa di aver distolto l’attenzione del paese dalla lotta alla criminalità e alla corruzione. Dice bene Federica Sgaggio, nel suo post in risposta all’articolo di Saviano, “mi aspetto che mi spieghi, visto che l’articolo tratta esattamente di questo, perché adesso che non c’è lotta armata l’attenzione verso «quello che combina» la criminalità organizzata è ugualmente carente e apparentemente poco produttiva”. Così come non si può imputare loro il riflusso degli anni ’80, il disimpegno, la narcosi telecratica. Alla messa in atto della narcosi, chi ha contribuito? Di certo chi materialmente possedeva le tv private o chi ha legiferato per regolamentarne la copertura sul territorio nazionale. Di certo chi ha concepito modelli comportamentali di assoluta vacuità ai quali ispirarsi. E poi? È solo colpa loro? No, è anche colpa nostra. I complici hanno colpa. I complici hanno responsabilità. La reazione agli anni ’70 è di responsabilità condivisa. È fuorviante dire che se non ci fosse stato il terrorismo non ci sarebbe stata una tale reazione. Esiste il libero arbitrio. Accade un fatto. Direttamene o indirettamente si è coinvolti. Si reagisce. Ci sono vari tipi di reazione. Chi ‘agisce’ la reazione? Di chi è la responsabilità? Di chi sceglie. Ci si deve far carico delle responsabilità di una scelta, non la si può imputare ad altri.

P.S.: Non sono d’accordo con la tua ultima frase. Roberto Saviano è un cittadino onesto e molto morale. Una persona che per la sua moralità e la sua onestà mette a repentaglio la vita nella lotta. Ma non è un uomo di Stato. E non è nemmeno un giornalista come Tobagi che di terrorismo si occupava, diventando, per ovvie ragioni, pericoloso. Lo stesso pericolo che Saviano rappresenta per la camorra. Non per il terrorismo. E comunque il bersaglio dei terroristi non era l’uomo onesto e morale (anche se sotto i loro colpi caddero uomini ineccepibili). Il bersaglio era lo Stato. Quell’ultima frase ti fa cadere nello stesso errore di Saviano e, permetti, con anche maggiore naivitè. Decontestualizzandolo dalla sua epoca e dagli ideali a cui si è votato.

Gioia

voi oggi non potete capire

26 novembre 2009

La settimana scorsa, dopo alcune litigate scambi epistolari letture incrociate e finalmente una tregua bilaterale, Gioia e io, insieme a Cirri, siamo stati a vedere La prima linea, film di Renato De Maria con Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio, ispirato al romanzo autobiografico Miccia corta (DeriveApprodi, 2005) di Sergio Segio, esponente di spicco dell’organizzazione terroristica Prima linea. Non è stata tuttavia l’imminente uscita della pellicola, accompagnata fin dalle prime fasi di lavorazione da una ridda di polemiche, a far da innesco ai botti, fra Gioia e me, intorno agli anni di piombo: cospicui focolai bruciacchiano infatti da quando ci conosciamo; ma ci è accaduto soltanto nell’ultimo mese (un mese piuttosto lussureggiante, in effetti, rispetto all’argomento) di scaldarci tanto su un tema così delicato, senza riuscire a delineare in modo sufficientemente chiaro il cuore della questione (di che cosa, esattamente, stiamo parlando?), fatta salva forse – decidendo di smetterla per lo meno fino alla visione del film – la questione dell’attendibilità della tesi inerente la relazione diretta (di solito definita come: “reazione della nazione agli anni del terrorismo”) fra l’ordine orrendo del presente italiano – che per altri naturalmente delinea i setolati contorni del Sogno – e l’operato complessivo delle formazioni terroristiche specialmente di sinistra; senza il quale (operato), il perdurante stato di distrazione – che per altri naturalmente configura il cosiddetto Secondo Miracolo Italiano – non si sarebbe prodotto; quantomeno nei termini e con i costi (putrefazione civile + necrosi politica + lobotomia mediatica) in cui nell’ultimo trentennio è venuto in Italia a prodursi. Relazione che, se non ho capito male, per lo meno sul piano logico-razionale Gioia, che ha 30 anni e tiene immensamente alle responsabilità bene individuate, non consente: «non si può dire che l’Italia è diventata quel che è  a causa degli anni di piombo!»; mentre il sottoscritto, che di anni ne ha 43, arrancando nel praticare qualsivoglia confronto sul piano logico-razonale – «questo bisogno di sottolineare che è stato male!, di esprimere preventivamente una condanna morale!» – contribuirebbe, con ricadute semiautomatiche in deresponsabilizzazione, ad alimentare.

Certamente – di questo a Gioia va dato atto – non è affatto facile, e spesso per ragioni tremendamente strumentali, imbattersi in commenti a eventi opere testimonianze ricostruzioni etc., che non siano ingolfati da retorica pathos distorsioni emotive d’ogni provenienza; e si stenta a dissentire da Federica Sgaggio – la lettura di un post della quale aveva dato, a inizio novembre, stura alle discussioni – quando critica la recensione di Roberto Saviano, per Repubblica, al libro di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista del Corriere Walter Tobagi, assassinato dalla Brigata XXVIII Marzo nel 1980, Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi). In un passaggio di quell’articolo Saviano replicava infatti alla sorta di leit-motiv (o meglio: a quello che lui, Saviano, presentava come sorta di leit-motiv) dell’ex-terrorista pentito e in vario modo reintegrato – «voi oggi non potete capire» – con un’affermazione perentoria e di sicuro effetto: «…invece abbiamo capito benissimo cosa hanno fatto questi terroristi che volevano mutare il mondo e l’hanno peggiorato, distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, ucciso la parte migliore del paese»; dichiarazione liquidatoria e un po’ demagogica biasimata dalla scrittrice veronese come falsificazione frutto di un’astrazione decontestualizzante dei fatti, un tantinello naif, dal proprio contesto storico. A pensarla come la pensa, tuttavia – soprattutto da dove la pensa – malgrado le banalizzazioni indicate da Sgaggio, Saviano secondo me qualche ragione l’aveva, e se qualcosa nel testo tendeva a ottunderla, trattandosi di ragione così mi pareva d’ordine logico, essa stava nel tono, nell’impatto emotivo cercato, insomma nel tipo di retorica – che ne costituisce un po’ il marchio di fabbrica – da lui impiegato.

Ma come, scusa, qualche ragione?, mi disse Gioia. Come sarebbe a dire? Cosa significa che terroristi hanno distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, uccidendo la parte migliore del paese? Cosa c’entra la mafia? Cosa c’entra la corruzione? Il fine dei terroristi era un altro, a ognuno le sue responsabilità! Questa faccenda, continuava Gioia, costituiva un luogo comune ampiamente, multilateralmente strumentalizzato e che scrittori come Saviano o, per fare un altro esempio, Demetrio Paolin – in un libro come Il mio nome è legione (Transeuropa, 2009) che avevamo appena finito di leggere – contribuissero ad alimentarlo, rifilando  la responsabilità di quanto si era delineato dagli anni ’80 a capri espiatori come Renato Curcio (nel caso del romanzo di Paolin) o ai terroristi  senza distinzione, lungi dal produrre qualsivoglia dimostrazione, avallava da un lato l’inveterato desiderio (specie da sinistra) di definitiva rottamazione e dall’altro contribuiva a ritagliare quegli stessi anni dal continuum, a incantarli, fatarli, facendone ora oggetto di sentimentalismo, ora di eroismo, ora luogo di scatenamento demonico, ora – e peggio di tutto – d’eruzione massiva di follia generazionale. Tutti pazzi, in quegli anni? Così? D’un tratto? Nessuna ragione plausibile? Prima tutti con i fiori in mano, poi d’un tratto tutti violenti? Bisognerebbe smetterla di parlarne emotivamente, diceva Gioia. Prendi i film sulla questione. Anche  Buongiorno notte, che è un film intelligente, visivamente bellissimo. Persino Bellocchio narra gli eventi in modo onirico. Oppure prendi un libro prodigioso e dalle invenzioni straordinarie, come Il tempo materiale (minimumFax, 2008) di Giorgio Vasta (una rece del sottoscritto: qui). E’ costretto a ragionare sull’infezione, inventarsi una lingua, immaginare ragazzini di undici anni, spostare tutto in una dimensione allucinata ed evocativa, mitizzante, per arrivare a sfiorare una qualche comprensione. E’ un problema mio, non lo nego: cerco nei posti sbagliati. Bellocchio e Vasta, probabilmente, non intendevano tirar fuori dalle tasche verità che non possedevano e mettersi poi a pontificare, ma consapevoli dei mezzi a disposizione e delle immani difficoltà, affiancare il problema per così dire lateralmente, corteggiandolo, quasi per seduzione. Come se, labbra sul collo, potesse con un fil di fiato esalare il suo stesso secretum. Come ci fosse un mistero nel quale immergersi, che non si può capire, che noi non possiamo capire, non più – e allora si parla del Male della Follia dell’Infezione, e avanti savoia. Io spero invece di arrivare a trovare un testo, un film, un romanzo, che sia frontale, si ponga ortogonalmente al problema. E lo penetri. Ma per fare questo bisognerebbe smettere di considerare i terroristi pazzi, oppure romanticamente duri e puri, o ancora vittime del periodo, del contesto, dei cosiddetti cattivi maestri ecc. Che ognuno si prenda carico delle proprie responsabilità, voglio dire. I terroristi hanno distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, uccidendo la parte migliore del paese? Ma il fine dei terroristi era di sovvertire l’ordine dello Stato, non di combattere la criminalità. (E poi come diavolo si sovverte lo stato, secondo te?).

Lo scrittore napoletano non era il solo a pensarla così, le dicevo: che gli anni ’70, per un motivo o per l’altro, siano stati anni di incubazione mafiosa è attestato e riconosciuto da vari storici e, d’altra parte, anche Goffredo Fofi – in accordo con Sgaggio sul fatto che non tutta la generazione  che “voleva cambiare il mondo” possa essere fatta coincidere in toto con la sua “deviazione” terroristica – bacchettando la pellicola di De Maria come meritoria ma cinematograficamente morta (raffinato!) scrive sulle pagine de L’Unità che: «… con una logica tutta loro i terroristi uccidevano preferibilmente non quelli che dicevano essere i nemici principali bensì i funzionari di uno stato mal funzionante, che erano spesso persone di grande onestà e rigore». Tuttavia se insistendo sull’uccisione secondo una logica “tutta loro” – espressione che immagino significhi: senza troppa logica, o addirittura: in modo un po’ demenziale – di persone che in Saviano costituiscono la parte migliore del paese, Fofi evita l’eventuale errore legato alla connessione esplicita di quel passato (e di quella generazione) a questo presente (e a queste generazioni), egli perde  qualcosa in coerenza, proprio sul piano logico astratto. Ora io non sono un esperto in letteratura del terrorismo, e non so dire se le parole con le quali Paolo Persichetti, qualche giorno fa, ha bollato una dichiarazione del ministro Maroni a proposito di un volantino fatto pervenire alle redazioni di varie testate dai Nuclei d’Azione Territoriale (TAC) siano da prendere come affermazioni di uno specialista super partes, (secondo me più di tanti altri); ma una letteratura delle organizzazioni terroristiche, fatta dal corpus dei documenti redatti dalle organizzazioni stesse, è sostanzialmente consultabile. Ed è almeno parzialmente in base a quella stessa letteratura – per altro nient’affatto omogenea – che l’argomento di Saviano aggalla nella (direi) sua epica tragicità – cifra alla quale l’autore di Gomorra non è certo avulso e che, per inciso, differisce sia per la presenza di una componente epica sia per il difforme timbro assunto dal tragico rispetto a quello emergente dal primo libro di Demetrio Paolin Una tragedia negata (Vibrisselibri, Il maestrale) – letto anch’esso di recente e fomite di ulteriori bruciacchiature: connesso,  quest’ultimo, all’annichilimento delle persone, dei corpi e della loro umanità in linguaggi pratiche socialità ahimè anche in buona parte condivise da quella che è stata definita (Crainz e altri) come la generazione più politicizzata della storia patria; onde l’incapacità di riconoscere come esseri umani le vittime, viste prima come “funzioni”, quindi come obiettivi e bersagli. Coloro i quali si ponevano come obiettivo la disarticolazione del potere dello stato, (inteso prima ancora che, concretamente, quale stato Italiano e, formalmente, quale Stato Imperialista delle Multinazionali, anzitutto come stato/modello moderno liberale-democratico – via Marx e tradizione di riferimento), non potevano che colpire chi a prescindere da considerazioni morali, legate all’onestà all’integrità o addirittura alla sacrosanta bontà, ne incarnava più pienamente, emblematicamente lo spirito. E che proprio per queste qualità, si trovava più distante di tantissimi altri – poiché se è vero che una fetta enorme di una generazione era coinvolta in qualche modo nella lotta armata, una fetta forse più ampia di una precedente generazione era coinvolta nella corruzione – da compromissioni, degrado, mafia e quant’altro: a rigor di logica costoro,  cioè i migliori, l’espressione più nitida e pura dello stato liberaldemocratico borghese, persone come Walter Tobagi o, a maggior istituzionale ragione, il giudice Alessandrini: precisamente loro costituivano il nemico da abbattere. Un esempio, fatte le stradebite (s)proporzioni, potrebbe darsi con il solito Aldo Moro; non perché fosse uno stinco di santo, chissà quale statista o quant’altro. Ma perché – sono parole che Leonardo Sciascia mutua, se non erro, da Pasolini – fra tutti, il mandatario meno implicato. I terroristi, insomma, fossero stati esatti, avrebbero ucciso proprio persone della levatura simbolica di Roberto Saviano.

(cont-)

(se ci riesc-)

(postato dal lav-)

(di nascos-)

(aiut-)

la lega sinistra

23 novembre 2009

In fondo me l’aspettavo. E poi è vero, in un certo senso, che con figlia a carico e partita IVA fa simpatia. Come dire? Bello saperlo!

Era un annetto, del resto, che andava provando il nuovo copione. Il talento, quello, c’è sempre stato. E certo: meglio così, che sotto padrone.  Non solo tocca sgobbare, ma anche sorbirsi il comando – cosa alla quale temo non sia troppo avvezzo.

E se intorno alla relazione di Casarini con il lavoro, in senso ampio (di daffàre), non metterei la mano sul fuoco, sarei più propenso a metterla invece su quella col fisco: bianca, come le tute di tanti anni fa.

Buona obiezione, compagno artigiano! – e così sia.

diego d’estate

22 novembre 2009

Poco dopo avere letto le bozze del pamphlet di Giulio Mozzi Corpo morto e corpo vivo (Transeuropa), ma prima di averne discusso insieme, in seguito a una conversazione con Diego, il mio capo attuale (all’epoca in disgrazia presso la direzione) buttai giù il pezzullo che segue, senza tuttavia ave’l còre de postàllo. In questi giorni, tuttavia, fra febbricola debòscia e dispersione, sembra stia smarrendo non soltanto l’estro, ma qualsivoglia reminiscenza di pudore.

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Quante storie, ‘sta Setola, saran cazzacci sua, no?, sbraita Diego, sorridendo. Travaglio, piuttosto. Ecchì lo regge? Sempre a parlare come il primo della classe, con la verità in tasca, sempre in giro a far spettacolo. Pensa, dice Diego (che tiene un bel blog de ccìnema), ho scritto un piccolo post in cui dicevo appunto ‘sta cosa. Nun l’avessi mai fatto! Un puttiferio. I travaglini in armi! Mioddio, mioddio! Allimortè! Non glielo puoi mica dire che la Setola è meno ludro di qualsiasi pop star che idolatrano. Non glielo puoi mica dire che Travaglio è altrettanto vanaglorioso e primafiga e ammanicato. Ma ‘nnamo, che sul Berlusca c’ha ammannito ‘na fortuna! Che farebbe senza di lui? Eppòi sai che noia!

Dici che cambia il vento?, gli faccio. Dici che la gente inizia a rompersi i coglioni anche di questi? E’ iniziata la parabola discendente?, dico – ogni tanto Diego mi da l’impressione gossippàra di prenderci (basta, in effetti, sia gossip). E’ informatissimo, si diverte. Ci sta dietro, voglio dire. Ma sono troppo veemente, butto sul serioso – guai! – e distende le gambe sotto il tavolo di montaggio. Allora aspetto qualche secondo.

Che fosse proprio Sal Da Vinci, quel cesso che ascoltano a Palazzo Grazioli?, chiedo. Ma non lo so!, fa lui. E poi non è affatto un cesso, Sal Da Vinci. Gli rispondo con il tema di C’era una volta in America. La riconosci?, faccio. Sorride. Poi gli domando: Eluana Englaro santa? Eh? Sottoscriveresti un appello per la beatificazione e la conseguente la santificazione di Eluana Englaro? E perché mai?, fa lui – già più vellicabondo. Il mio maestro ci sta scrivendo sopra. Mi ha dato da leggere un dattiloscritto. Eluana Englaro martire. Martire? Martire, si. Martire de che?, fa. Martire alla rovescia, cito. Cioè: le hanno inflitto la vita. Suo malgrado, faccio. Secondo te esistono i martiri loro malgrado? I martiri che non hanno deciso? I martiri involontari e inconsapevoli? E che ne so! Che domande sono? Cos’è sta roba? Ma no, dico. Non è niente, stavo solo… Immagino di si, sbotta Diego in contropiede. Immagino che esistano sia i martiri inconsapevoli, sia i martiri loro malgrado, sia i martiri che non decidono. Eluana Englaro: martire della tecnica, cito. Eeeh? Ehm. Si, così. Ettù, turututtù che c’azzi (contrazione di “azzecchi”, credo)? Oh, faccio. Niente – sto ruminando: “potrebbe ancora avere figli…” – Niente.

Non ho molta testa, né forza, oggi. Un gran pastone. Lascio perdere. Prima, però, giù al bar del lavoro, ho origliato una conversazione fra due ragazzi, probabilmente studenti, dell’età di Diego. La Setola, dicevano, è la dimostrazione che la politica non è che un’allucinazione, un grandissimo bla-bla che non serve a nessuno, se non a chi la fa. Non che abbia fatto bene a piazzare veline e similari (questa cazzo di parola, diosanto!), dicevano; eppure la Setola sta dimostrando quel che tutti sappiamo: basta una decina di persone, per giunta part-time, per governare. La cosiddetta crisi ci sarebbe ugualmente. La nazione andrebbe avanti lo stesso. Ora un po’ meglio, ora un po’ peggio. Ma avanti, come è sempre andata. Non che sia merito della Setola, dicevano. Ma è molto meglio adesso, l’Italia, di prima.

poi dritto al lavoro – otto orette (e mezza di cortesia): abbastanza sereno col grande Poldo, fatte salve in chiusura le lucciole agli occhi – ròssole verdorate. Ieri, tuttavia, quindici ore di sonno filate. Un tempo, ‘sti dritti?… all’ordine del giorno! Ci ho messo stomaco e parco neuroni in sette/otto anni. Fuori, città nella pioggia. Bruma influenzale. Coperta leggera, pail (pile) e sciarpetta. Città nella pioggia: le scritte si fan fitte dentro ai cessi! E al terminale, coricato vestito, meraviglia crepuscolare: restare al calduccio antiorario, mentre il mondo universo si vòmita fuori, magari in via Aspetti. Eh, la vecchiaia. Ron-ron. Altri tempi. Letto tanto, in compenso (nel senso – ehm – della lettura). Aggressivamente, fra le altre cose, e a tratti con furia Una tragedia negata (Il maestrale; Vibrisselibri) di Demetrio Paolin: superbo. Perso anche un po’ bussola. Seminato appunti, però, come Gretel (o Hansel?).

Intanto sfanghiamola, penso: settimana che viene andiamo a Milano a vedere una buona volta Edward Hopper. Croce sul cuore, e per buonanotte: ti bacio fotr anch’in amore mio. Con Gioia ultimamente parliamo spesso, e spesso scaldandoci, di terrorismo. Devo stare attento, perché la perdo. Non tanto come morosa. Non nel brevissimo termine. Perdo il non detto, le genesi, le retrovie degli abbrivi. Insomma il contatto. L’ultima volta abbiam litigato sul male. Basta con questa storia del male! Non propalare morale, quando parli con me (degli anni ‘70). Finisci per dire cose alle quali non credi (e poi dopo ci si ama coi nervi).

Oggi due linee di febbre raffreddore e testa ammollo, figurarsi se riesco a venir fuori da ‘sta cosa che non riesco a spiegarmi  in questo brano, parte di un racconto che cerco di fare da una vita e non son capace di mettere insieme. Cioè: che cosa diavolo voglio dire con la faccenda della “profanazione”, alla fine. E fra mezzora mi aspettano 12 ore di lavoro, dalle 15 alle 1.30, che diventeranno, manco dirlo, le 2. Un nervoso, ma un nervoso…

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Spritz al campari, sbuffò distrattamente Daniel, sollevando lo sguardo fosco, traverso, dalle ciabattine bianche di due tipette sedute a fianco – lucide, laide sotto il cupore fra le piccole dita abbronzate. Annuì a labbra tirate guardando in faccia le ciabattine e, soppesandone l’età, piuttosto acerba, valutò la chiavata. Gli facevano rabbia, da un po’ di tempo, e non ne faceva mistero. Specie quelle di genere sbrindellato e un po’ sudicio – benché calcolato al millesimo – quali queste. Nonostante l’ipocrisia di cui gli sembravano trasudare e che, del resto, aveva la medesima insostituibile organolessi del rum nella coca o del gin nella limonata, non si trattava di una rabbia definitiva. Certo, metter loro le mani addosso sarebbe stato un po’ come profanarle; ma era sicuro che soltanto a lui sarebbe passata per la testa una cosa del genere, tanto pareva residuo ciò che di non profano – i teorici annessi e connessi, per quanto impudichi, della verde età – avanzava in loro. Lo stesso indefinibile italiano con cui si esprimevano, un idioma laminato, tintinnante, geograficamente indiscernibile, brillantato da esse pronunciate come zeta e zeta di sottigliezza ultrasonica gliene offriva testimonianza. La rabbia che provava era più per sé stesso, per un insieme di cose, un complesso di circostanze che negli ultimi tempi, sempre più spesso, gli era apparso quanto mai malaugurato; per il quale, ad esempio, fatta salva l’adolescenza più tenera (e illibata) mai si era trovato per le mani una figa sia pur di un solo anno più giovane. Quella corrente, Costanza, di gran lunga meno anziana della precedente – Erika – aveva tre anni più di lui, appena ventisettenne; e sotto il profilo del concretamente possibile, cioè della rosa in panchina, le cose non sembravano girare diversamente. Era un pezzo, infatti, che le donne – con somma invidia di Leo – gli correvano platealmente dietro; ma si trattava per l’appunto di donne, tipe cioè che, come Leo, veleggiavano spedite alla volta della quarantesima proda. E per quanto torride potessero rivelarsi le notti passate con loro – torride era il termine che utilizzava usualmente per descrivere al coinquilino le ultime traumatiche notti con Erika, la precedente fidanzata – e per quanto importante fosse stata la loro consapevolezza nel suo processo di maturazione, cospicui sedimenti dell’età di quelle ciabattine avevano fatto e tornavano a far capolino: ma erano fossili e la totale assenza di spensieratezza, l’ansia di riscatto sentimentale dopo millenni di priorità, rendevano amaro il loro liquore, passato (passito) quindi sgradevole, sacralizzato fuori tempo massimo dalla disperazione. Qui si, però, ci sarebbe stato da profanare, pensò Daniel, accaldato, orientando lo sguardo sulle labbra farfuglianti dell’amico.

imago dolens

10 novembre 2009

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Un amico mi spedisce due o tre antichissime foto. Di foto mie ne posseggo assai poche, ma di quel periodo – vent’anni appena passati – pressoché nessuna. Rivedermi a quell’età, un’età della quale ho per altro ricordi minuscoli ed estremamente confusi, mi ha lasciato di stucco. Sarà che ieri sera al cinema ho visto Dillinger, cioè Public Enemies, di M. Mann. E che la foto oltre che scattata a New York, in un albergaccio pazzesco, sembra di un secolo fa. Ma diocaro. Quanto decrepito sono? E che razza di pagliazzo dovevo essere?!

alison stark, cameriera

10 novembre 2009

«Be’, una volta ero cattolica, ma poi ho scoperto che potevo avere tutte le sofferenze che volevo andando a lavorare».

09-11-89

9 novembre 2009

Certo che la percezione della storia è faccenda ben strana. Un collega poco più che ventenne mi ha detto di recente che una vera differenza fra i correnti anni zero e gli anni novanta non l’ha mai sentita – “non ci ho mai pensato”, per l’esattezza – e che gli risultava difficile considerare i trentenni, ossia i fratelli maggiori, come appartenenti a una generazione differente – “hanno solo qualche anno in più”. Prevale piuttosto un’impressione di continuità o meglio, ha detto – usando un’espressione che mi è sembrata molto bella –  il sentimento di appartenenza a una generazione lunga. Anche Danilo, ho pensato, il mio ex apprendista, oggi poco meno che trentenne, esprimeva un mood analogo; rilevando come, a suo giudizio, le generazioni stessero tornando quali erano all’inizio del ‘900, allorché la loro durata minima si attestava intorno al quindicennio. E quando Daniel, classe 1978, diceva di non aver colto fra gli anni novanta e gli anni zero la frattura percepita chiaramente, invece, fra le due decadi precedenti, manifestava un sentimento della stessa natura.

Oggi, vent’anni fa, crollava il Muro di Berlino e nelle prime ore del pomeriggio – ricordo che c’era luce, e che la luce era grigia uniforme e incombente – mi trovavo con una trentina di persone presso la scalinata della Gran Guardia, in Piazza dei Signori. Un terzo di quelle persone stazionava abitualmente sulla scalinata, passando la maggior parte del tempo all’aperto. I rimanenti due terzi invece vi si erano recati a causa di quel che avevano visto alla tele, dandola come luogo naturale di raccolta. Chi era con me, sulla scalinata della Gran Guardia, quel pomeriggio? Per che cosa, esattamente, aveva preso la bici e con deferenza mista a trepidazione  aveva raggiunto la piazza? Cosa pensavamo ci sarebbe apparso? Cosa avremmo festeggiato? Non credo la fine del comunismo e nemmeno, in fondo, la caduta del Muro in sé: per pazzesco possa sembrare, un pezzetto della mia generazione, in modo estremamente controverso, vi era affezionata – come a una cicatrice, o a un’insegna nel deserto (credo che Heman Zed nel suo romanzo d’esordio La cortina di marzapane, illustri felicemente quest’affezione). Non ci furono manifestazioni, se il ricordo non mi inganna – il che è facilissimo: potrei confondermi con i fatti di Pechino, accaduti qualche mese prima – né festeggiamenti. Tutto sfilacciò con il calar del buio; con l’acquisto di qualcosa da bere e due tiri di canna. Ma non a causa della totale assenza di quelli che per la caduta avrebbero potuto legittimamente esultare – per i quali il Muro, in quanto simbolo o tragedia o insomma “cosa seria”, non significava né aveva mai significato alcunché. Ma perché la festeggiata non si presentò.