luglio 01

4 novembre 2009

L’uccisione di Stefano Cucchi, la festa – oggi – dell’Arma e la traccia lasciata fra i commenti da Pierluigi, che abbraccio forte e a cui vorrei dedicare il pezzo che segue, mi hanno fatto tornare, in questi giorni, un po’ indietro nel tempo.

– – – – –    ——   – – – – –

Mattino. Azzurro. Silenzio. Due ore di sonno infestato. Senso di vuoto. Nausea. Desolazione. Giro per la casa e non so cosa fare. Anna e Piero, che erano con me, dormono, a casa loro. Il mio coinquilino ha lavorato tutta la notte all’Arsenale di Venezia. Tecnico luci.

Non ho voglia di sentirli, svegliarli.

Spazzo, faccio un po’ d’ordine in camera.

C’è un sacco di roba buttata qui e là, polvere, spazzatura. Dev’essere entrato il vento del temporale di giovedì scorso. Sono partito per le vacanze una settimana fa. Disordinatamente, improvvisando. Avevo in programma quattro giorni di mare e tre giorni di manifestazione, insieme a Anna.

La merda, dura, per aver mangiato al meglio panini e per essermela tenuta, a causa dell’insufficienza di servizi messi a disposizione allo stadio Carlini, in cui ho alloggiato. I nervi si rilasciano piano dalle scosse ricevute. Due ore di sonno, poi sveglio, con la sensazione di essere in un altro sogno, ora, a Padova. Di essere passato da un sogno all’altro. E accendendo radio e televisione, e ascoltando e guardando quello che minuto dopo minuto viene spacciato, quello che vedo prendere forma, penso che non da un sogno all’altro sono passato, ma da un incubo a un altro.

Mi pare di sentire ancora gli elicotteri. Ossessionanti.

Prima mattina. Padova. Domenica. Vedere la normalità. Dopo tutta questa tensione la normalità soleggiata, fresca, pulita. Nulla sembra successo davvero. Sul Manifesto, aspettando l’autobus assieme a altri ragazzi che erano a Genova, ragazzi di dieci anni piu’ giovani di me, due tipe con la testa medicata, una col braccio bendato che erano nel mio stresso scompartimento guardando me e il mio amico, Piero, parlare e parlare, senza riuscire a dormire, con la faccia che ti dice: ma non ne avete abbastanza?, picchiate venerdì, “è stato tutto velocissimo”, e altri, illesi, belli, sporchi, assonnati, seduti per terra, fogli di quotidiani dappertutto, leggo le dichiarazioni di Agnoletto: è stata una vittoria. Malgrado tutto, è stata una grande vittoria. Malgrado quello che è successo questa notte, fra sabato e domenica. Anzi: a maggior ragione. Eppure la nausea, la stanchezza, l’amaro, l’indifferenza, la sicurezza attorno, la linda domenicalità del sole spazioso, delle persone degli autisti d’autobus, delle signore anziane che salgono con me, la dardeggiante leggerezza cromata delle quattro camionette, messe lì, naturalmente per attendere l’arrivo alla spicciolata dei nostri, tutto questo, penso, appartiene a ciò che si sente quando si ha perso. L’angoscia che si prova quando si ha perso una battaglia.

Se si fosse trattato di una guerra non avrei avuto queste splendide retrovie. E la cena, stasera. E casa mia.

Mi chiedo: com’è il mondo dopo una vittoria, se questa è una sconfitta. Nel privato, il senso delle parole di Agnoletto è, in qualche modo, osceno. Perché?

E’ incredibile la superficie delle cose normali. Emana questa luce – patina d’imperturbabilità.

Eppure sono libero, penso. Eppure attorno a me regna l’unica preziosa libertà possibile, mi dico. Ma percepisco un’ambivalenza fortissima. Tra l’altro è innegabile che mi sono sentito libero, disciolto in una città blindata, entro uno scorcio di guerra, immerso in un’allucinata moltitudine. E adesso, via da Genova, sono grato a non so nemmeno chi di quest’altra libertà: di quest’ordine.

Di potermene andare a casa.

In un ordine forte c’è qualcosa di familiare. Di protettivo e, per questo, gratificante. Se sei solo, sei debole. Ami la sicurezza. Il segreto.

E’ bello essere lasciati in pace.

Provo a pensare alle cose da fare. Vorrei passare a altro. Per un paio d’ore pensare a altro. Ma come lascio la briglia dell’attenzione, torno a Genova.

Vengono su, s’impiantano. Tutti quei cocci di vetro. Si depositano. Quelle macerie. E i fumi neri delle auto bruciate. Una palma bruciata. Anche una palma, vicino a una pompa della benzina. Cinema del reale. Le macchie di catrame sull’asfalto. I fumi bianchi dei lacrimogeni.

Apro il mio diario. Li voglio fissare tutti, i miei ricordi. Mi pare che sia importante, mi pare che non debbano andare perduti. Sento che in un attimo possono andare perduti – non è per motivi civili o pubblici, che lo penso: non mi fido di me.

La pelle, che ha continuato a spellarmisi per un’insolazione, è la stessa pelle di ieri, di questa notte. Le cartine per rollare cicche – ne avevo portate tantissime – tutte incollate, avendo preso pioggia.

Ho fumato meno.

La maglietta che ho ancora addosso, lercia, con gli adesivi che distribuivano nei cortei – fondo verde, un cartello nero di divieto al G8.

Dopo aver bighellonato per la casa silenziosa senza voglia di fare niente, nemmeno di parlare, poiché non è ancora tempo di ricordi, bensì – così già pare – di analisi, mi metto sul diario, apro le pagine e li butto giù alla rinfusa, piccoli e stupidi, come vengono. Ho paura di perderli, di perdermi.

Sento una gran solitudine.

Sabato, poco dopo pranzo – e in che posto, abbiamo pranzato – con Anna e Piero partiamo in ritardo, dallo stadio Carlini. Ce la siamo presa comoda. Becchiamo un drappello di rifondazione. Piero e Anna vorrebbero andare soli, dietro a tre quattro tipi esagitati, che di fare troppa strada non ne vogliono sapere. Piero e Anna sono per andare con loro, io dico che è piu’ sicuro con questi. Li richiamo, dissentono, si scazzano un po’, anche. C’è un tipetto agitatissimo che bestemmia, ha gli occhi fuori dalle orbite, ma volete andare con questo?, dico ai miei due, loro si guardano perplessi, Piero vorrebbe andare completamente solo, Anna non sa neanche lei che cazzo le passa, raramente l’ho vista così contraddittoria, Piero!, urlo, ché sta allontanandosi, eddai, cazzo!, lui sbuffa, saltella sui talloni gonfio d’adrenalina, si ferma. Anna si siede un attimo sull’asfalto, mentre il drappello di rifondazione s’aggruma. Il ragazzino fuori di testa con due tre amici è oramai in fondo alla discesa, stanno svoltando l’angolo che dà sulla strada grande, li vedo scaraventare per terra un paio di bottiglie scolate di birra, ch’esplodono in frantumi. Il drappello frattanto è partito, rischiamo di rimanere indietro e per un momento, penso che Piero e Anna preferiscano così – comunque soli. Guardo il cielo fra le foglie dell’albero, davanti all’entrata dello stadio, tutto quell’azzurro dice di vacanze, di buon tempo, di cose che poi indipendentemente da quanto sta accadendo si ricordano, perché pertinenti un’altra vita – panorami di certi sogni tenaci e belli.

E allora?, urlo. Si scuotono, vengono.

Hanno intenzione di saltare gli scontri, fa Piero. Scontri? Mi sembra impossibile. Te l’ho detto che oggi è peggio di ieri!, continua a ripetere Anna. L’uscita dello stadio è verde, fronzuta, sempre affollata, anche se adesso un po’ meno di come l’ho vista ieri e stamattina. Il grosso è partito da piu’ di mezz’ora, e noi, che indugiavamo nella cambusa, fra pacchi di pasta, caffè, bottiglie, pentoloni, non ce ne siamo accorti. Cazzeggiavamo senza chiederci troppo il perché di tutto quel vuoto, quel silenzio. E non abbiamo nemmeno mangiato, in definitiva. Sono andati molto piu’ alla spicciolata, o così almeno mi è parso. Io e Piero convinti che oggi sarebbe stato tranquillo, qualche scaramuccia al massimo: uno spettacolo, magari alla fine anche una assurda, bella festa. Abbiamo il morto. La morte di Giuliani, semplicemente, non c’è. Non c’è paralisi, shock, abbandono. Semplicemente, non c’è. Eppure Piero, ieri sera, ha litigato. Ha inveito violentemente contro un gruppo di dieci quindici tipi che giocavano a pallone, mentre un leader – di Genova – urlava al microfono, perché la gente, alla notizia della sospensione del G8, in seguito all’assassinio di Carlo Giuliani, si era messa a festeggiare. Io ci mancava poco che applaudivo. Se non c’era Piero, tutti quei corpi, possibili desideri, e Anna lontanissima – insomma era Rio. E subito, doccia gelata. Orrore. Ho preso per mano Anna: aveva le mani fredde. Piero sequestrava il pallone. Questi imprecavano. Per un attimo temevamo la rissa. Io temevo che Anna biasimasse Piero. In che cazzo di storia va a cacciarsi? Ero solissimo. Anna no. Piero si, ma sembrava talmente energico, empatico. Desideravo che fossero amici. In quel momento erano tutto quello che avevo. Diversissimi, bellissimi, tremendi.

Nessuno, almeno finché sono stato all’aperto sul prato sintetico della pista in cemento rosso dove abbiamo messo la tendina, si era bardato con le protezioni. E invece veniamo a sapere che dalle nove e mezzo del mattino ci sono scontri. Questi di Rifondazione fanno un gran casino per raggrupparsi, sono un centinaio, sembrano boy scout.

Quando c’imbattiamo nella polizia ci fanno sedere tutti. Sono osceni. Ci fanno svuotare lo zaino. Ci sputano. L’altro schifoso, dietro quello che me l’ha fatto svuotare urla: che cazzo è tutta questa merda?, dove cazzo credi di essere? Rimetto le mie cose nello zaino. Il primo merdoso, si scazza e me lo fa svuotare di nuovo. Un lurido teatrino. Ti fissano negli occhi. Con un mezzo sorriso, alcuni, altri, con la faccia dura. Ti fanno con le dita un segno. Sputano ancora, addosso. Non capisci. Non ci credi. Fanno la pistola con le dita. Ti indicano e fanno quel gesto. Uno solo di loro, e sono una sessantina, dice ai suoi di stare tranquilli: è quello che poi parla col leaderino del drappello di Rifondazione. Ma dall’altra parte del gregge abbattuto che siamo, un altro celerino sputa di nuovo in testa a una tipa. O forse a un tipo. Minuto, molto magro. Tengo la testa giù. Non ti muovere. Ti prego. Non dire niente. Non fare niente. L’aria crepita silenzio.

Piu’ tardi. Carabinieri che imperversano con camionette in zone messe a ferro e fuoco, scendono dai mezzi mitra spianati, bloccano indiscriminatamente persone, le mettono al muro, stanno lì così qualche secondo, non perquisiscono neanche. Risalgono. Sento una che dice che le hanno sputato in faccia. Il gruppetto si affloscia al muro, terrorizzato. Con Anna sfiliamo via. Via, dice Anna, via di qui, via di qui. Proviamo a sederci duecento metri piu’ avanti. E’ un viale largo, quello in cui ha sfilato il corteo, dritto e lunghissimo. Ma in un minuto è di nuovo fuga generale. Io vorrei restare, come ieri, venerdì, al limite degli scontri. Vorrei vedere, vedere, vedere. Ci vengono incontro ragazzi con un mezzo sorriso, stanno andando verso la zona degli scontri, erano alla testa del corteo, non hanno visto niente. E’ stranissimo. Lo capisco. E’ un sorriso d’incredulità, di curiosità, un vago senso d’esaltazione. Un sorriso un po’ emozionato. Vanno abbastanza baldanzosamente, le ragazze – devono essere le loro fidanzate – dietro chiacchierano, probabilmente di vacanze, hanno il modo di fare che vedo sempre qui in città, all’ora dell’aperitivo, un modo che in linea di massima mi sta sul cazzo, soltanto più affaticato, sbracato. Un modo un po’ salottiero e saputo. Sono ancora lontani, non hanno capito che la situazione cambia velocissima, il tempo di sederti, cercare il tabacco, tirare fuori le cartine. Credevi di essere al sicuro, d’un tratto sei nella merda. Quei sorrisi, che non sono cattivi o stronzi, ma leggeri e modaioli, hanno un po’ d’avventura dentro e senso di partecipazione a qualcosa d’incredibile, da ricordare. Ma c’è anche l’inconsapevolezza tipica dello spettatore, di chi è antropologicamente tale: spettatore. Presunzione d’incolumità. Li avevo anch’io quei sorrisi, naturalmente. E io non è che ho il paparino. Nemmeno un buon lavoro, una posizione. Marta, pochi giorni prima di partire per questa vacanza, consolandomi, mi ha detto: non hai che le parole, non ti è rimasto altro. Partecipo al mondo cui appartengo in virtù delle mie parole.

Anna mi ha detto piu’ volte di non fare il demente. L’ esaltato.

Anna: ha perso il telo della tenda? Mi ha detto così. Tirando su in fretta le nostre cose, sabato sera. Il blocco dei centri sociali del Nord Est, si stava già raggruppando sulle scalinate coperte, centrali. E noi in ritardo, al solito. Che colpo d’occhio. Un enorme formicolio. Sempre. Ininterrotto. Tantissimi ci hanno dormito, sulle scalinate, anche giovedì notte, che ha diluviato. Piero aveva soltanto un paio di magliette. Un sacco di freddo, cazzo!, ha detto. Con lui sono stato benissimo questi due tre giorni. E sono contento, è un amico dell’adolescenza, e non è molto che ci siamo ritrovati, riavvicinati. Anna ha trovato più amici, o conoscenti, mi è parso. Il gruppo di Pauska, Toller, ho anche pensato sia sul nascere qualcosa, con uno di loro. Io e Piero, trentacinquenni, e tuttavia sbarbati, davvero poco pelo sullo stomaco, un po’ staccati, un po’ piu’ soli. La sentivo questa cosa dell’età. Quando rimango da solo, sabato sera, prima di prendere la decisione di partire faccio un pensiero tipo: piccoli gruppi, impossibile la fusione. La fusione può essere solo politica, poi, quando ci si siede, si smette di marciare, si smette di immaginare, la si riconquista in modo strano, struggente, lontano. Guardando. Guardando tutta quella gente. Il tramonto arancione che cala sugli spalti, facendo brillare l’immondizia assieme agli occhi, alla pelle. Ma riavvicinando lo sguardo a colui che ti è vicino, la fatica a dire, la paura degli sguardi – una paura piccola, è vero, ma persistente: paura dell’inadeguatezza, paura della tua stessa alterità, del tuo essere un individuo, singolo, egoista, nato qui, in questo quadrante di mondo, paura che c’è sempre e che rende sempre piu’ falsa, man mano che cresci, la partecipazione istintiva, per empatia, sorta di appartenenza a priori, caratteriale, o antropologica, direi, oggi, il tipo di partecipazione che quando eri piu’ piccolo ritenevi indispensabile, poiché se non ne fossi stato capace ciò avrebbe dimostrato il tuo non essere così, il tuo essere potenzialmente diverso, quindi effettivamente diverso, pecora nera in una moltitudine organica – la paura è sempre quella. Tu stesso, ti accorgi, fai un po’ paura. Le facce dei ragazzi hanno ben poco di angelico. Facce stanche, vestiti sporchi. Sguardi furbi, indifferenti, alienati. Questi ragazzi sono in effetti più alienati dei loro coetanei, quelli che hai visto sfilare nei blocchi delle altre associazioni.

C’è un solo treno, lungo. La gente gremisce, bivacca, attraversa i binari – troppa. Cupa, giallognola luce. Cieca luce di verme. Tutti i treni aboliti. Verranno i carabinieri. Non si può più uscire. Poi è solo un ritardo. State tranquilli. Dov’è Anna? Tornare in città. Sta succedendo qualcosa. Anna era con Pauska, anche stasera, qui. C’è il coprifuoco, però, fuori. C’è il buio. C’era un bar aperto sulla collina. L’unica luce, a parte questa, fioca, di crisalide, della stazione. Meraviglia. Le camionette. Gli elicotteri. Non si può. Hanno picchiato anche venendo qui, dicono. Anna non c’è. C’è Piero. E’ con me. E’ stanchissimo. Mi parla. Mi salva. Chiazze rosse. Gialle. Arancioni. Non si può uscire dalla stazione. Non si può più entrare. Sta succedendo qualcosa. Ci fanno salire, stiamo fermi. Cerchiamo il posto. Spingiamo. Partorire sembra, partire. C’è sangue. Odore di bestia. Devono venire, dicono. Sta succedendo. Seduti guardiamo gruppetti. Non li hanno lasciati uscire. Elicotteri. Fari.

Io l’atmosfera di Genova non me la scordo più. Un’atmosfera da coprifuoco, e da macello. Allargato all’intera giornata, all’intera città. Resa ancor piu’ surreale, l’atmosfera, dall’assenza di vere macerie – di Sarajevo, di Beirut. Quelle fatte dalle bombe.

Segreto in solitudine disarmo.

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10 Risposte to “luglio 01”

  1. Donata said

    Una persona mi ha chiesto cosa ne pensavo dell’uccisione di Cucchi. Mi ha detto che, la notizia l’aveva lasciata sgomenta.
    (Preciso che la tal persona è intelligente).
    Non sapevo cosa dire, ma poi mi sono venute in mente tutte le volte in cui un cane ha morso a morte qualcuno, bimbo o adulto: allora, ecco le urla al massacro (del cane) bombardare le nostre orecchie.
    Spero di sbagliarmi, ma non ho avuto la stessa impressione per questa morte.

  2. Gioia said

    Cara Donata,
    non credo di capire bene quello che scrivi. Perchè specifici che il tuo interlocutore è una persona intelligente? Cioè: è intelligente POICHE’ rimane sgomenta di fronte alla morte di Cucchi o è intelligente NONOSTANTE rimanga sgomenta? Poi, i cani mordono a morte qualcuno istintualmente, spesso non credendo di uccidere (non sempre attaccano alla gola, ad esempio). Il cane è un animale istintuale. L’uomo è un essere pulsionale. Cioè filtra tutto attraverso la cultura e, a meno che non abbia malattie mentali che lo portino all’uso reiterato della violenza (ad esempio i serial killer), dovrebbe essere coscienzioso e ragionevole. A meno che non uccida per mestiere: un sicario, oppure un soldato in guerra, sempre per esempio. Dunque, chi ha ammazzato Cucchi? Non un animale. Un essere umano. Razionale. Quindi? Credo il caso ponga un po’ di aggravanti che mi pare tu non prenda in considerazione. Ripeto. Credo di aver capito male il tuo intervento. Avrei piacere tu lo chiarissi. Ti ringrazio
    Gioia

    • mbrt0 said

      Mi associo a quanto scritto da Gioia. Cioè tu dici che se l’hanno ammazzato ci sarà stato un motivo? Nel senso, qui, chi è il cane? Ehm.

  3. Pierluigi said

    Appena ho cominciato a leggere questa cronaca, in cui io ci sono assieme ad altri trecento mila, ma qui ho un nome, piero, il mio cuore ha cominciato a battere più forte, ed ancora non rallenta, accompagnando le gambe che ora tremano. Dopo tanto tempo le emozioni sono ancora vivide, forti angoscianti. Le stesse, ho scoperto nel tempo, di chi in quei giorni ha vissuto quell’esperienza così deflagrante per la paura accumulata nell’inconscio, e per la percezione di come la coscienza di se in rapporto alle istituzioni, alle regole, alla società, avuta fino a quel momento, si stava rivelando un terribile abbaglio.
    Da campione d’atletica in età giovanile, da autista di camion umanitari durante l’assedio di Sarajevo, da dirigente d’azienda in età più adulta a criminale da investire con gli autoblindi, picchiare e magari assassinare.
    E’ difficile capire per chi non c’era, ed è difficile immaginare.
    Non basta la cronaca degli eventi, l’accerchiamento di schiere di poliziotti che battendo i manganelli sugli scudi travolgevano tutto, compresi giornalisti, donne, persone già a terra, quegli autoblindi che salivano sui marciapiedi a folle velocità cercando di investire i manifestanti isolati, gli elicotteri, le imbarcazioni delle forze dell’odrine al porto con i mitra spianati.
    Quello che rimane dentro sono i rumori, quello delle pale degli elicotteri, le urla, l’odore dell’aria impregnata di fumo, il sangue sui marciapiedi.
    Non era Italia quella roba lì, o non avevamo pensato che potesse esserlo.
    Sabato c’erano stati quei terribili scontri con gli autoblindi che già inseguivano le persone, le cariche, quei fumogeni impossibili e soprattutto la morte di Carlo eppure, nella memoria di molti, il giorno più allucinante è stato domenica.

    Io, Umberto e Anna, assieme a qualche altro, ci eravamo attardati per la manifestazione di domenica, con la scusa di dover finire quell’indigesta pastasciutta, mentre dallo stadio Carlini, gli ultimi ritardatari si erano già accodati al corteo da un pezzo.
    Io certo non avevo nessuna voglia di muovermi, ero stanco, mi sentivo svuotato per la morte di quel fratello che avevo scoperto di avere solo nel giorno della sua morte.
    Non aveva giovato, nell’amarezza generale, vedere tanta esultazione quando uno speaker col megafono diceva che il summit era stato sospeso per gli scontri, una vittoria…
    Ma che vittoria era? Non riuscivo a gioirne.
    Poi finalmente lo speaker rammentava che era morto un ragazzo, di non esultare, di fare un minuto di silenzio. Quei ragazzi con il pallone in mano, con cui Carlo aveva dormito sotto al tendone, aspettavano impazienti il minuto e poi di nuovo gioiosi e urlanti a giocare…quasi finiva a botte.
    Una giornata che non mi aveva lasciato per tutta la notte, perciò mi ero alzato gelato e stanchissimo.
    Però al corteo era giusto andare, così di malavoglia abbiamo buttato i piatti, le scatolette mezze vuote, da un sacchetto dell’immondizia ho ricavato un nastro nero da girare sul braccio, e ci siamo avviati.
    Avevamo rimediato un giornale, La Repubblica, lo sfogliavamo strada facendo, ma l’avevamo già letto e riletto, c’erano gli articoli sugli scontri, su Carlo, c’erano le foto di quei finti Black – Block che uscivano da una caserma o che parlottavano con un gruppo di carabinieri, i ragionamenti sul fatto che quelli finti e quelli veri erano stati lasciati agire indisturbati, la possibilità di un disegno…
    Così procedendo abbiamo cominciato ad incontrare qualche altro ritardatario, c’era quel gruppo di ragazzetti con la loro bella bandierina, il maglione allacciato al collo, stavano andando in gita, erano appena usciti dal patronat…, ehm, da un circolo di rifondazione comunista.
    Da quel momento in poi cambia tutto, ci fermano dei poliziotti, situazione tesissima, sembrano drogati, sono pericolosissimi.
    Minacce, tensione, ci insultano, ci sputano addosso, ci provocano sperando in una reazione, i ragazzini sono atterriti, quelli controllano gli zainetti, dicono che se trovano un casco ci portano via tutti, il casco non c’è, ancora insulti, alla fine ci lasciano andare.

    Questa vicenda ci riporta alla realtà, incontriamo altri manifestanti, veniamo a sapere che ci sono scontri. Penso che, nonostante la rabbia, non ho nessuna voglia di affrontare situazioni difficili, di scontro, ma voglio vedere cosa sta succedendo, voglio esserci e vedere, perchè sta succedendo qualcosa di grave anche oggi, per terra sul marciapiede si vedono già strisce di sangue.
    Ora ho una gran voglia di andare subito sul posto, dove c’è il grosso della manifestazione, dove ci sono gli scontri.
    Umberto tentenna, vorrebbe seguire quei babbei del circoletto di “Rifonda”, ancora così allucinati dall’incontro precedente che meditano di tornarsene a casa, sono i candidati più sicuri a prendersi una montagna di botte, tentando di evitarle.
    Alla fine riesco a convincere Umberto della mia tesi e me lo porto dietro assieme ad Anna.
    Umberto era stato un caro amico in quei giorni, come ai tempi del liceo. Ritrovarci per venire a Genova era stato come se ci fossimo salutati e rivisti idealmente il giorno dopo. Erano invece passati molti anni, ma non sembrava cambiato niente.
    Un carissimo amico, ma in quel preciso momento mi sembra solo una palla al piede.
    Ad ogni modo, nonostante Umberto, raggiungiamo il corteo, vediamo il fumo più avanti sul lungomare, vediamo i black block in attività, ad una certa distanza rispetto al corteo. Vetri di banche in frantumi, qualche incendio, poi si spostano. Ci sono anche movimenti di forze di pubblica sicurezza che hanno già assalito il corteo in più riprese spezzandolo, ed ora si dirigono verso il lungomare, i black block non ci sono più, ma la cosa non sembra avere la minima importanza.
    Fitte schiere, in formazione romana, travolgono tutto, è il terrore, ed è un massacro. Credevo di essere abbastanza lontano ed al sicuro ma in un attimo sono in pericolo, scappiamo, scappiamo attraverso i giardini delle case, scappiamo attraverso i vicoli, abbiamo paura agli angoli delle strade, anfibi e cammionette scorazzano dappertutto con sopra militari con mitraglia in mano.
    Arrivano di corsa, frenano improvvisamente in una piazzetta, il milite fa girare minaccioso il mitra attorno al perimetro della piazza, poi riparte all’impazzata.
    Chile.

    Quando, qualche ora dopo, raggiungiamo la stazione siamo inseguiti dalla paura, ed il pericolo, realmente, è ancora presente. Giungono notizie che hanno assalito una scuola massacrando giornalisti e militanti, pare che stiano arrivando anche alla stazione, forse bloccheranno i treni, infine finalmente riusciamo ad abbandonare quell’incubo.

    Si sa come è andata a finire quella storia, ci sono testimonianze, foto, riprese video. Poi ci sono i processi e c’è l’immunità per alcuni, o meglio, c’è la carriera di alcuni e l’immunità per certe categorie.

    Genova, e non solo Genova, spiega la morte di Stefano Cucchi.
    Un ragazzo arrestato perchè in possesso di 20 grammi di ashish e restituito morto alla famiglia.

    Quante volte al liceo capitava di sentire dell’amico che si era comprato il toccone di “fumo” prima di andare in vacanza e magari ne vendeva un pochino a qualcuno interessato?

    Si può essere ammazzati dalle forze di pubblica sicurezza per 20 grammi di ashish? Si.

    Si può essere ammazzati anche per meno, e si tratta di morti annunciate perche se ad un processo in cui alcuni poliziotti vengono considerati colpevoli e responsabili dell’uccisione dello studente Federico Aldovrandi, ma per questo vengono inflitti solo 3 anni e sei mesi di carcere, che oltrettutto grazie all’indulto non vengono scontati nemmeno con un giorno di carcere, di fatto si sentenzia un’immunità.

    Un immunità che poi trova le sue macabre forme di espressione.

    Mi sembra di poter immaginare, se non il dolore e l’angoscia, almeno quel piccolo momento di stupore e smarrimento nel capire che ti stanno per massacrare e probabilmente per ammazzare, in un esplosione di barbarie all’interno di una situazione istituzionale, una cosa totalmente assurda inaspettata incredibile e senza senso in quella che siamo tutti convinti essere una società civile.
    Lo stesso stupore provato a Genova in quei giorni.

  4. mbrt0 said

    Piero! Che meraviglia! Bellissimo!… E te lo ricordi il bar sopra lo stadio, che Anna non voleva che ci andassimo, che dovevamo giusto farci una capatina? L’unica cosa a portata per bere qualcosa anche solo un po’ d’acqua, con la paura boia di uscire dallo stadio, era sera poi notte ci siamo un po’ sbronzacchiati lì, deogratia!, insieme alla gente che c’era, che arrivava malgrado tutto e poi la paura si è trasformata in una specie di baldanza animale… Cazzo, erano veramente secoli che non ci vedevamo,non sapevamo più niente di noi, eravamo trsistissimi ovviamente per tutto quel che era successo, eppure parlavamo ci dicevamo tutto, tutto quel che era successo il giorno, gli anni, avevi le mani tutte ustionate!

  5. Pierluigi said

    Caro Umberto, mi vengono in mente molte cose, ma ricordare mi mette un po’ di agitazione.
    Anche stanotte, dopo aver finito di scrivere il mio punto di vista sui fatti da te raccontati, mi risultava veramente difficile prendere sonno.
    Comunque passerò a trovarti nei prossimi giorni e mi farà certamente piacere parlarne assieme.

    P.S.
    Per chi leggesse quello che ho scritto, la morte di Carlo Giuliani è avvenuta venerdì, quindi i fatti che ho raccontato si riferiscono a sabato, come giustamente scritto da Umberto.
    Inoltre Carlo non dormì al “Carlini” ma a casa sua, essendo genovese.
    Io comunque allora ero convinto che avesse dormito allo stadio, dato che quello era il posto dove dormiva, e soggiornava, la maggior parte dei manifestanti.

  6. Donata said

    Cara Gioia,
    si, credo non abbiate capito.
    Esattamente come dici: i cani mordono a morte per istinto: allora perché si grida al “cane assassino” con tanta veemenza? Perché tanta indignazione? Perché titoli su titoli su titoli?
    Perché ho la sensazione di non sentire la stessa indignazione e lo stesso rumore nel caso di un morto non per “bocca” di un cane, ma, più probabilmente (le indagini ce lo sveleranno), per mano di un essere razionale?
    Ecco il mio silenzio, il mio non sapere cosa rispondere a quella domanda apparentemente semplice: non avevo sentito il baccano di indignazione attorno a me per quella morte, ma solo un vociare mediatico politically correct. Questo mi aveva lasciato senza parole.

    Donata.

    P.s. la tal persona è intelligente in quanto tale, a prescindere dalla morte di Cucchi. Sapevo, pertanto, che la domanda che mi aveva posto era lungi dall’essere semplice, e il suo sgomento era lungi dall’essere la più normale delle reazioni di fronte ad un evento di questo tipo: era sottesa una riflessione che andava oltre il “vociare politically correct”.

  7. Gioia said

    Ora ho capito. Sì, concordo con te.

  8. Gioia said

    Carlo Giovanardi: «Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto è morto, e la verità verrà fuori come, soprattutto perché era 42 chili. (…) La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così».
    Che io sappia nè l’anoressia nè la tossicodipendenza producono ematomi e tumefazioni su viso e corpo. I pugni, i calci, i manganelli o qualsiasi altro oggetto contundente, sì. Di che cosa sta parlando Giovanardi?

  9. Pierluigi said

    Semplicemente Giovanardi sa che non è affatto difficile prendere in giro gli italiani, anche con argomenti ridicoli e improponibili.
    Non importa che tutti ci caschino, è sufficiente la maggioranza.
    Soprattutto non è importante che si venga poi facilmente smentiti, quanto piuttosto che arrivi forte e chiaro il messaggio che si vuole, in questo caso che trattasi di soggetto: “drogato e sieropositivo”. Stefano Cucchi, è stato ribadito dalla sorella, non era sieropositivo, anche se aveva (o aveva avuto) problemi di tossicodipendenza.
    Non posso pensare che Giovanardi si sia confuso, mentre immagino bene che nell’inconscio collettivo sia riuscita a farsi strada l’idea di uno spiacevole episodio ben lontano da se e dai propri famigliari, sani, non drogati e …orrore…certo non sieropositivi.
    Obbiettivo raggiunto.
    Ora si è passati a confondere le acque, prima parlando di auto-lesioni (rottura di orbita compresa) per epilessia poi affermando che sarebbero stati i detenuti a picchiare Stefano, riuscendo evidentemente anche ad impedire l’applicazione di flebo visto che il cadavere era disidratatato e con sette chili persi in pochi giorni.

    Il fatto è che episodi analoghi non sono affatto rari. Basta leggere il blog della famiglia di Federico Aldrovandi per rendersene conto: http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2009/10/27/la-famiglia-di-stefano-cucchi/

    Qui vi era il link al servizio delle iene sulla “strana” morte in carcere del falegname Aldo Bianzino, dopo una notte di carcere. Quel link ora non funziona, ma il video si può vedere su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=YViy-18dypY&feature=related

    E’ sconvolgente.

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