gioia su brüno

5 novembre 2009

Brüno di Larry Charles con Sacha Baron Cohen, Gustaf Hammarsten, Chibundu Orukwowu

Tollerare v. tr. (Lat. tolerare, affine a tollĕre ‘levare’). 1. Sopportare, rinunciando a opporsi, situazioni, comportamenti o atteggiamenti irregolari o spiacevoli. ♦ Ammettere, riconoscere. 2. Dell’organismo, resistere senza subire danni a situazioni ambientali o a sostanze che possono essere causa di disagio o di danno. 3. Consentire, entro limiti determinati, una differenza o scarto da quanto risultava fissato in precedenza.” – DEVOTO – OLI, Il dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 1990.

Se Borat incide la lacca patinata del sogno americano deturpandone, tuttavia, soltanto la superficie, Brüno la perforagiungendo ai gangli vitali della società occidentale, smascherandone molte falsità. Lo spettatore emancipato e tollerante rimaneva abbagliato dal candore del giornalista kazako: le sue imprese maldestre irrobustivano convinzioni sedimentate, lasciando la conciliazione aprioristica e di comodo che le stesse spesso ragionevolmente comportano al più beato dei sonni (generando cosa, si sa). Le gaffes di Borat, dovute alla sua scarsa dimestichezza con le consuetudini Usa, scaturivano infatti dalle discrepanze culturali dei due paesi e dall’ingenuità subordinata del povero protagonista.

Brüno, al contrario, è figlio legittimo del consumismo. Lo incarna e se ne nutre per vomitarlo in faccia a un pubblico perplesso e infastidito. La luce impietosa gettata sui meccanismi attraverso i quali si ottiene non tanto il successo quanto una fama rispettabile, rendono il film e il suo mattatore oltremodo indigesto sia per i detrattori, che imputano a Sacha Baron Cohen l’eccesso voluto, il dileggio e la scorrettezza politica , sia ai suoi sostenitori, che amandolo per i medesimi motivi, con Brüno, vengono forzati a ponderare, in materia di “apertura mentale”, molti parametri. L’ipocrisia dolciastra dell’industria della beneficenza, dell’adozione di bambini provenienti da paesi sottosviluppati, dell’impegno umanitario, viene violentemente ramazzata dall’impudenza con cui il bizzarro giornalista fashon, deciso a diventare “la maggiore celebrity austriaca dopo Hitler”, intraprende la scalata all’empireo delle star. Oltre ai suoi scopi, Brüno rende grottescamente plateali i mezzi per raggiungerli, soccombendo stupefatto al disappunto di pubblico e interlocutori a lui perfettamente conformi per desideri e obiettivi, ma di lui a conti fatti assai più corrotti e malfidi – pronti a indignarsi e scattare in nome del buongusto oltre che, naturalmente, della morale.

In una società in cui la pornografia – non più appannaggio esclusivo di negozi e siti dedicati – gremisce  gli scaffali di qualsiasi supermercato, i sex toys vengono esposti e tranquillamente acquistati nelle farmacie, mentre da tempo immemorabile i corpi,  specialmente femminili, sono ridotti ad attrazioni erotocircensi, appare quanto mai singolare menare scandalo per le consuetudini intime di Brüno e dei suoi amanti. Le stravaganti variazioni sul tema svergognano perfettamente lo stato del desiderio in un’epoca consumistica e inumana, di pulsioni rotte a un parossismo macchinico e saturo, una messa in scena sadicamente ripetitiva, una trasgressione simulata.

Brüno è un’opera virulenta e sfrenata che non concede nulla al pubblico: allettato in prima istanza dall’ironia, si ritrova brutalizzato dalla ferocia con cui lo schermo, come uno specchio, lo restituisce alla miseria di sé. Abitando un’epoca in cui ogni cosa è la versione in vario modo adulterata dell’originale – dall’abbigliamento alle relazioni, dai corpi, tramutati in meri “fisici”, alle necessità – il personaggio partorito dalla geniale mente di Sacha Baron Cohen altro non ne tratteggia che l’emblema, contundente e ferino. La sua figura snella e glabra, dai capelli ossigenati e dalle lunghe ciglia sbattute ammiccando agli interlocutori, è in realtà una lama che affonda nei pregiudizi di chi, saldo sulla propria dirittura morale e sulla propria tollerante magnanimità, non si accorge di essere il portatore di una paralisi culturale che in questi anni sta toccando il suo apogeo. L’idea stessa di collocarsi su un gradino più alto rispetto a quello di una variopinta pletora alla quale si è convinti di non appartenere e della quale ci si fa beffe o la si sopporta (tutt’al più giudicandola, pieni di pietas, inferiore e deficitaria), contiene l’ambiguità di un popolo insincero e inconsapevolmente puritano, che aderisce, ottusamente, a quella stessa massa.

Brüno, mockumentary anarcoide e sfacciato, è sostenuto dalla coerente regia di Larry Charles, ma soprattutto dal talento e dal coraggio di Sacha Baron Cohen, strepitoso in questo ruolo, tra i pochi ancora in grado di fare satira, che non è sberleffo o sfottò, ma assalto frontale al sistema.

Film assolutamente da non perdere.

Gioia

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