essere leo

8 novembre 2009

Per Danilo, il mio ex apprendista, io sono Leo. Non domandatemi perché. È così. Io sono Leo. Ehi, Leo, come butta? No, Leo, non te la presento. Leo, per cortesia, vorresti firmare ‘sta cambiale? Leo, andiamo, stasera ho le mie cose. Sono Leo anche per Daniel. Per Francis. Per Emma. Lo sono stato per Gianni e la Sarandon. Non per Gioia, tuttavia. Il che potrebbe anche passare per un’eccentricità, dal momento che sono innamorato di lei. Ma questo probabilmente non vuol dire. Certe volte, per esempio, sono Leo anche per mia madre. Mi fissa un po’, borbottando fra sé, succhiando la zuppa, e poi mi fa: passami quel sospensorio, Leo (è mio). Per mio zio e i miei cugini, idem. Da anni. Non si confondono nemmeno più. Sono Leo per Barbara, indubbiamente. Per la soave Costanza: buongiorno Leo, come stai oggi? E per l’algido Luca Ronchibassi: un po’ meglio, oggi, Leo? Non per Anna, tuttavia. Né per Pierluigi. Per Mario, il mio maestro, certamente. Anche se è complicato, con lui. Fluido. Nel senso che è Giulio. Fuori dalla mia testa. Ma non sempre. Ammesso inoltre ci sia un fuori. Della propria testa, intendo. Anyway per Ada e Silvano, i miei ex coinquilini, nessun dubbio: eddài, Leo, lèvati di lì. Non chiedetemi perché. Nè per quale motivo. Prendete Bruno. Bruno Kleiber. Che motivo aveva Bruno, che non mi degnava di uno sguardo? Le cui amiche pensavano che andassi internato (me lo disse mia sorella che le aveva sentite spettegolare a una mia lettura pubblica – ma cosa gli danno? – sebbene anche per lei io senz’altro sia Leo: maccheschiiifo, Laaoooo!). Kleiber: pensare che gli dedicavo Mozart e Vivaldi in sottofondo. E i dramoletti di Bernhard recitati da Cecchi. Gli stessi che anni prima avevo regalato a Trevisan e che il suo traduttore in spagnolo, Jose F. Quìla (quello di Batosta con figlio),  ascoltava in cuffia al Lido, quest’estate, riempiendo d’asterischi Teresa di Lisieux. (Quìla però non ha mai fatto il mio nome: questo va detto). Prendete Kleiber, dicevo. Ai tempi delle riunioni del lunedì sera nel posto in cui stavo prima – quando scrivevamo interviste collettive che spedivamo alla redazione di Annabella (per portare a casa il punto e spaccare il culo ai passeri, come dicevano Kleiber e Pertondo), mentre in cuor nostro ci struggevamo per allestire un osservatorio scritto sulla falsariga dei frullati che spedivamo al Corriere sez. amm. rbd. ndrd. Veneto, per progettare un piccolo festival letterario, per proporci quali umanizzatori verbali della cosiddetta Macchina, ma soprattutto per mettere in piedi un genitale maschile d’ispezione globale (lo so: vi aspettavate: “erezione”, ma così, scherzosamente, si esprimeva Max McVanni); Bruno Kleiber, il più blasonato fra noi fatto salvo il maestro, vedendomi giù, dopo avermi chiesto ragguagli intorno alla gaussiana – la media seghe – d’un tratto disse: facci un po’ sapere. Eh? Insomma: cosa ti aspettavi?… Era la prima volta che Bruno, pur senza rinunciare al piglio da entertainer che lo contraddistingueva, mi interpellava con un’intenzione sinceramente rivolta alla mia persona. Tanto che ricordo di avere abbassato gli occhi crollando la testa, prendendo sonoramente a grattarla. Allora? Speravo di godere, gli ho risposto. Speravi cosa? Speravo di godere. Almeno credo. Ricordo bene l’assottigliarsi degli occhi di Bruno – liquefatti quasi, in un sorriso di pietà. Errore madornale. Errore madornale, vecchio Leo. Rimasi interdetto. Non c’era dubbio che avesse parlato a me. Vecchio Leo, aveva detto. Ero io. Ero Leo. E non era la prima volta.

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2 Risposte to “essere leo”

  1. ludeangeli said

    uh guarda tu. eccoti qui. 😉

  2. mbrt0 said

    Ciao Lu! Bello vederti. Un po’ delirabondo, ma eccomi, si.

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