09-11-89

9 novembre 2009

Certo che la percezione della storia è faccenda ben strana. Un collega poco più che ventenne mi ha detto di recente che una vera differenza fra i correnti anni zero e gli anni novanta non l’ha mai sentita – “non ci ho mai pensato”, per l’esattezza – e che gli risultava difficile considerare i trentenni, ossia i fratelli maggiori, come appartenenti a una generazione differente – “hanno solo qualche anno in più”. Prevale piuttosto un’impressione di continuità o meglio, ha detto – usando un’espressione che mi è sembrata molto bella –  il sentimento di appartenenza a una generazione lunga. Anche Danilo, ho pensato, il mio ex apprendista, oggi poco meno che trentenne, esprimeva un mood analogo; rilevando come, a suo giudizio, le generazioni stessero tornando quali erano all’inizio del ‘900, allorché la loro durata minima si attestava intorno al quindicennio. E quando Daniel, classe 1978, diceva di non aver colto fra gli anni novanta e gli anni zero la frattura percepita chiaramente, invece, fra le due decadi precedenti, manifestava un sentimento della stessa natura.

Oggi, vent’anni fa, crollava il Muro di Berlino e nelle prime ore del pomeriggio – ricordo che c’era luce, e che la luce era grigia uniforme e incombente – mi trovavo con una trentina di persone presso la scalinata della Gran Guardia, in Piazza dei Signori. Un terzo di quelle persone stazionava abitualmente sulla scalinata, passando la maggior parte del tempo all’aperto. I rimanenti due terzi invece vi si erano recati a causa di quel che avevano visto alla tele, dandola come luogo naturale di raccolta. Chi era con me, sulla scalinata della Gran Guardia, quel pomeriggio? Per che cosa, esattamente, aveva preso la bici e con deferenza mista a trepidazione  aveva raggiunto la piazza? Cosa pensavamo ci sarebbe apparso? Cosa avremmo festeggiato? Non credo la fine del comunismo e nemmeno, in fondo, la caduta del Muro in sé: per pazzesco possa sembrare, un pezzetto della mia generazione, in modo estremamente controverso, vi era affezionata – come a una cicatrice, o a un’insegna nel deserto (credo che Heman Zed nel suo romanzo d’esordio La cortina di marzapane, illustri felicemente quest’affezione). Non ci furono manifestazioni, se il ricordo non mi inganna – il che è facilissimo: potrei confondermi con i fatti di Pechino, accaduti qualche mese prima – né festeggiamenti. Tutto sfilacciò con il calar del buio; con l’acquisto di qualcosa da bere e due tiri di canna. Ma non a causa della totale assenza di quelli che per la caduta avrebbero potuto legittimamente esultare – per i quali il Muro, in quanto simbolo o tragedia o insomma “cosa seria”, non significava né aveva mai significato alcunché. Ma perché la festeggiata non si presentò.

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3 Risposte to “09-11-89”

  1. paola borgonovo said

    tien an men e il muro. ricordo tutto bene. mio figlio aveva pochi mesi e io erano le prime volte che guardavo al mondo con l’emozione e la trepidazione per un altro che non ero io. vedevo e conoscevo eventi epocali e pensavo che cambiavano il suo destino, a lui che sarebbe rimasto dopo di me. che roba!
    ciao umberto, bello leggerti. paola

  2. mbrt0 said

    Ciao Paola! Come va, come stai?

  3. paola borgonovo said

    a conti fatti sto bene. media e moda positive. qualche punta negativa, ma chi non l’ha? ciao!!!

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