le ciabattine parlavano italiano

12 novembre 2009

Oggi due linee di febbre raffreddore e testa ammollo, figurarsi se riesco a venir fuori da ‘sta cosa che non riesco a spiegarmi  in questo brano, parte di un racconto che cerco di fare da una vita e non son capace di mettere insieme. Cioè: che cosa diavolo voglio dire con la faccenda della “profanazione”, alla fine. E fra mezzora mi aspettano 12 ore di lavoro, dalle 15 alle 1.30, che diventeranno, manco dirlo, le 2. Un nervoso, ma un nervoso…

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Spritz al campari, sbuffò distrattamente Daniel, sollevando lo sguardo fosco, traverso, dalle ciabattine bianche di due tipette sedute a fianco – lucide, laide sotto il cupore fra le piccole dita abbronzate. Annuì a labbra tirate guardando in faccia le ciabattine e, soppesandone l’età, piuttosto acerba, valutò la chiavata. Gli facevano rabbia, da un po’ di tempo, e non ne faceva mistero. Specie quelle di genere sbrindellato e un po’ sudicio – benché calcolato al millesimo – quali queste. Nonostante l’ipocrisia di cui gli sembravano trasudare e che, del resto, aveva la medesima insostituibile organolessi del rum nella coca o del gin nella limonata, non si trattava di una rabbia definitiva. Certo, metter loro le mani addosso sarebbe stato un po’ come profanarle; ma era sicuro che soltanto a lui sarebbe passata per la testa una cosa del genere, tanto pareva residuo ciò che di non profano – i teorici annessi e connessi, per quanto impudichi, della verde età – avanzava in loro. Lo stesso indefinibile italiano con cui si esprimevano, un idioma laminato, tintinnante, geograficamente indiscernibile, brillantato da esse pronunciate come zeta e zeta di sottigliezza ultrasonica gliene offriva testimonianza. La rabbia che provava era più per sé stesso, per un insieme di cose, un complesso di circostanze che negli ultimi tempi, sempre più spesso, gli era apparso quanto mai malaugurato; per il quale, ad esempio, fatta salva l’adolescenza più tenera (e illibata) mai si era trovato per le mani una figa sia pur di un solo anno più giovane. Quella corrente, Costanza, di gran lunga meno anziana della precedente – Erika – aveva tre anni più di lui, appena ventisettenne; e sotto il profilo del concretamente possibile, cioè della rosa in panchina, le cose non sembravano girare diversamente. Era un pezzo, infatti, che le donne – con somma invidia di Leo – gli correvano platealmente dietro; ma si trattava per l’appunto di donne, tipe cioè che, come Leo, veleggiavano spedite alla volta della quarantesima proda. E per quanto torride potessero rivelarsi le notti passate con loro – torride era il termine che utilizzava usualmente per descrivere al coinquilino le ultime traumatiche notti con Erika, la precedente fidanzata – e per quanto importante fosse stata la loro consapevolezza nel suo processo di maturazione, cospicui sedimenti dell’età di quelle ciabattine avevano fatto e tornavano a far capolino: ma erano fossili e la totale assenza di spensieratezza, l’ansia di riscatto sentimentale dopo millenni di priorità, rendevano amaro il loro liquore, passato (passito) quindi sgradevole, sacralizzato fuori tempo massimo dalla disperazione. Qui si, però, ci sarebbe stato da profanare, pensò Daniel, accaldato, orientando lo sguardo sulle labbra farfuglianti dell’amico.

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