voi oggi non potete capire

26 novembre 2009

La settimana scorsa, dopo alcune litigate scambi epistolari letture incrociate e finalmente una tregua bilaterale, Gioia e io, insieme a Cirri, siamo stati a vedere La prima linea, film di Renato De Maria con Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio, ispirato al romanzo autobiografico Miccia corta (DeriveApprodi, 2005) di Sergio Segio, esponente di spicco dell’organizzazione terroristica Prima linea. Non è stata tuttavia l’imminente uscita della pellicola, accompagnata fin dalle prime fasi di lavorazione da una ridda di polemiche, a far da innesco ai botti, fra Gioia e me, intorno agli anni di piombo: cospicui focolai bruciacchiano infatti da quando ci conosciamo; ma ci è accaduto soltanto nell’ultimo mese (un mese piuttosto lussureggiante, in effetti, rispetto all’argomento) di scaldarci tanto su un tema così delicato, senza riuscire a delineare in modo sufficientemente chiaro il cuore della questione (di che cosa, esattamente, stiamo parlando?), fatta salva forse – decidendo di smetterla per lo meno fino alla visione del film – la questione dell’attendibilità della tesi inerente la relazione diretta (di solito definita come: “reazione della nazione agli anni del terrorismo”) fra l’ordine orrendo del presente italiano – che per altri naturalmente delinea i setolati contorni del Sogno – e l’operato complessivo delle formazioni terroristiche specialmente di sinistra; senza il quale (operato), il perdurante stato di distrazione – che per altri naturalmente configura il cosiddetto Secondo Miracolo Italiano – non si sarebbe prodotto; quantomeno nei termini e con i costi (putrefazione civile + necrosi politica + lobotomia mediatica) in cui nell’ultimo trentennio è venuto in Italia a prodursi. Relazione che, se non ho capito male, per lo meno sul piano logico-razionale Gioia, che ha 30 anni e tiene immensamente alle responsabilità bene individuate, non consente: «non si può dire che l’Italia è diventata quel che è  a causa degli anni di piombo!»; mentre il sottoscritto, che di anni ne ha 43, arrancando nel praticare qualsivoglia confronto sul piano logico-razonale – «questo bisogno di sottolineare che è stato male!, di esprimere preventivamente una condanna morale!» – contribuirebbe, con ricadute semiautomatiche in deresponsabilizzazione, ad alimentare.

Certamente – di questo a Gioia va dato atto – non è affatto facile, e spesso per ragioni tremendamente strumentali, imbattersi in commenti a eventi opere testimonianze ricostruzioni etc., che non siano ingolfati da retorica pathos distorsioni emotive d’ogni provenienza; e si stenta a dissentire da Federica Sgaggio – la lettura di un post della quale aveva dato, a inizio novembre, stura alle discussioni – quando critica la recensione di Roberto Saviano, per Repubblica, al libro di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista del Corriere Walter Tobagi, assassinato dalla Brigata XXVIII Marzo nel 1980, Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi). In un passaggio di quell’articolo Saviano replicava infatti alla sorta di leit-motiv (o meglio: a quello che lui, Saviano, presentava come sorta di leit-motiv) dell’ex-terrorista pentito e in vario modo reintegrato – «voi oggi non potete capire» – con un’affermazione perentoria e di sicuro effetto: «…invece abbiamo capito benissimo cosa hanno fatto questi terroristi che volevano mutare il mondo e l’hanno peggiorato, distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, ucciso la parte migliore del paese»; dichiarazione liquidatoria e un po’ demagogica biasimata dalla scrittrice veronese come falsificazione frutto di un’astrazione decontestualizzante dei fatti, un tantinello naif, dal proprio contesto storico. A pensarla come la pensa, tuttavia – soprattutto da dove la pensa – malgrado le banalizzazioni indicate da Sgaggio, Saviano secondo me qualche ragione l’aveva, e se qualcosa nel testo tendeva a ottunderla, trattandosi di ragione così mi pareva d’ordine logico, essa stava nel tono, nell’impatto emotivo cercato, insomma nel tipo di retorica – che ne costituisce un po’ il marchio di fabbrica – da lui impiegato.

Ma come, scusa, qualche ragione?, mi disse Gioia. Come sarebbe a dire? Cosa significa che terroristi hanno distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, uccidendo la parte migliore del paese? Cosa c’entra la mafia? Cosa c’entra la corruzione? Il fine dei terroristi era un altro, a ognuno le sue responsabilità! Questa faccenda, continuava Gioia, costituiva un luogo comune ampiamente, multilateralmente strumentalizzato e che scrittori come Saviano o, per fare un altro esempio, Demetrio Paolin – in un libro come Il mio nome è legione (Transeuropa, 2009) che avevamo appena finito di leggere – contribuissero ad alimentarlo, rifilando  la responsabilità di quanto si era delineato dagli anni ’80 a capri espiatori come Renato Curcio (nel caso del romanzo di Paolin) o ai terroristi  senza distinzione, lungi dal produrre qualsivoglia dimostrazione, avallava da un lato l’inveterato desiderio (specie da sinistra) di definitiva rottamazione e dall’altro contribuiva a ritagliare quegli stessi anni dal continuum, a incantarli, fatarli, facendone ora oggetto di sentimentalismo, ora di eroismo, ora luogo di scatenamento demonico, ora – e peggio di tutto – d’eruzione massiva di follia generazionale. Tutti pazzi, in quegli anni? Così? D’un tratto? Nessuna ragione plausibile? Prima tutti con i fiori in mano, poi d’un tratto tutti violenti? Bisognerebbe smetterla di parlarne emotivamente, diceva Gioia. Prendi i film sulla questione. Anche  Buongiorno notte, che è un film intelligente, visivamente bellissimo. Persino Bellocchio narra gli eventi in modo onirico. Oppure prendi un libro prodigioso e dalle invenzioni straordinarie, come Il tempo materiale (minimumFax, 2008) di Giorgio Vasta (una rece del sottoscritto: qui). E’ costretto a ragionare sull’infezione, inventarsi una lingua, immaginare ragazzini di undici anni, spostare tutto in una dimensione allucinata ed evocativa, mitizzante, per arrivare a sfiorare una qualche comprensione. E’ un problema mio, non lo nego: cerco nei posti sbagliati. Bellocchio e Vasta, probabilmente, non intendevano tirar fuori dalle tasche verità che non possedevano e mettersi poi a pontificare, ma consapevoli dei mezzi a disposizione e delle immani difficoltà, affiancare il problema per così dire lateralmente, corteggiandolo, quasi per seduzione. Come se, labbra sul collo, potesse con un fil di fiato esalare il suo stesso secretum. Come ci fosse un mistero nel quale immergersi, che non si può capire, che noi non possiamo capire, non più – e allora si parla del Male della Follia dell’Infezione, e avanti savoia. Io spero invece di arrivare a trovare un testo, un film, un romanzo, che sia frontale, si ponga ortogonalmente al problema. E lo penetri. Ma per fare questo bisognerebbe smettere di considerare i terroristi pazzi, oppure romanticamente duri e puri, o ancora vittime del periodo, del contesto, dei cosiddetti cattivi maestri ecc. Che ognuno si prenda carico delle proprie responsabilità, voglio dire. I terroristi hanno distratto l’attenzione da quello che combinava la criminalità organizzata e la politica corrotta, uccidendo la parte migliore del paese? Ma il fine dei terroristi era di sovvertire l’ordine dello Stato, non di combattere la criminalità. (E poi come diavolo si sovverte lo stato, secondo te?).

Lo scrittore napoletano non era il solo a pensarla così, le dicevo: che gli anni ’70, per un motivo o per l’altro, siano stati anni di incubazione mafiosa è attestato e riconosciuto da vari storici e, d’altra parte, anche Goffredo Fofi – in accordo con Sgaggio sul fatto che non tutta la generazione  che “voleva cambiare il mondo” possa essere fatta coincidere in toto con la sua “deviazione” terroristica – bacchettando la pellicola di De Maria come meritoria ma cinematograficamente morta (raffinato!) scrive sulle pagine de L’Unità che: «… con una logica tutta loro i terroristi uccidevano preferibilmente non quelli che dicevano essere i nemici principali bensì i funzionari di uno stato mal funzionante, che erano spesso persone di grande onestà e rigore». Tuttavia se insistendo sull’uccisione secondo una logica “tutta loro” – espressione che immagino significhi: senza troppa logica, o addirittura: in modo un po’ demenziale – di persone che in Saviano costituiscono la parte migliore del paese, Fofi evita l’eventuale errore legato alla connessione esplicita di quel passato (e di quella generazione) a questo presente (e a queste generazioni), egli perde  qualcosa in coerenza, proprio sul piano logico astratto. Ora io non sono un esperto in letteratura del terrorismo, e non so dire se le parole con le quali Paolo Persichetti, qualche giorno fa, ha bollato una dichiarazione del ministro Maroni a proposito di un volantino fatto pervenire alle redazioni di varie testate dai Nuclei d’Azione Territoriale (TAC) siano da prendere come affermazioni di uno specialista super partes, (secondo me più di tanti altri); ma una letteratura delle organizzazioni terroristiche, fatta dal corpus dei documenti redatti dalle organizzazioni stesse, è sostanzialmente consultabile. Ed è almeno parzialmente in base a quella stessa letteratura – per altro nient’affatto omogenea – che l’argomento di Saviano aggalla nella (direi) sua epica tragicità – cifra alla quale l’autore di Gomorra non è certo avulso e che, per inciso, differisce sia per la presenza di una componente epica sia per il difforme timbro assunto dal tragico rispetto a quello emergente dal primo libro di Demetrio Paolin Una tragedia negata (Vibrisselibri, Il maestrale) – letto anch’esso di recente e fomite di ulteriori bruciacchiature: connesso,  quest’ultimo, all’annichilimento delle persone, dei corpi e della loro umanità in linguaggi pratiche socialità ahimè anche in buona parte condivise da quella che è stata definita (Crainz e altri) come la generazione più politicizzata della storia patria; onde l’incapacità di riconoscere come esseri umani le vittime, viste prima come “funzioni”, quindi come obiettivi e bersagli. Coloro i quali si ponevano come obiettivo la disarticolazione del potere dello stato, (inteso prima ancora che, concretamente, quale stato Italiano e, formalmente, quale Stato Imperialista delle Multinazionali, anzitutto come stato/modello moderno liberale-democratico – via Marx e tradizione di riferimento), non potevano che colpire chi a prescindere da considerazioni morali, legate all’onestà all’integrità o addirittura alla sacrosanta bontà, ne incarnava più pienamente, emblematicamente lo spirito. E che proprio per queste qualità, si trovava più distante di tantissimi altri – poiché se è vero che una fetta enorme di una generazione era coinvolta in qualche modo nella lotta armata, una fetta forse più ampia di una precedente generazione era coinvolta nella corruzione – da compromissioni, degrado, mafia e quant’altro: a rigor di logica costoro,  cioè i migliori, l’espressione più nitida e pura dello stato liberaldemocratico borghese, persone come Walter Tobagi o, a maggior istituzionale ragione, il giudice Alessandrini: precisamente loro costituivano il nemico da abbattere. Un esempio, fatte le stradebite (s)proporzioni, potrebbe darsi con il solito Aldo Moro; non perché fosse uno stinco di santo, chissà quale statista o quant’altro. Ma perché – sono parole che Leonardo Sciascia mutua, se non erro, da Pasolini – fra tutti, il mandatario meno implicato. I terroristi, insomma, fossero stati esatti, avrebbero ucciso proprio persone della levatura simbolica di Roberto Saviano.

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