gioia su: voi oggi non potete capire

27 novembre 2009

Gioia mi scrive una bella mail sul post di ieri. La pubblico volentieri. (PS: Nell’ultima parte dello stesso post, frettolosa e un po’ confusionaria, ho corretto qui e lì la punteggiatura e sostituito un paio di termini. Il senso però è identico).

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Simone Weil diceva che bisogna preferire l’inferno reale al paradiso immaginario. Questo dovrebbe valere per tutti. Io credo che per tentare di affrontare gli anni di piombo senza travisarli, bisognerebbe iniziare a non applicare più la nostra logica, il nostro buon senso, la nostra morale alla logica, al buon senso e alla morale dei terroristi. Se si vuol tentare di capire (e capire, beninteso, non significa né condividere, né appoggiare) le ragioni di determinate azioni e di certe scelte, non ci si può permettere di decontestualizzare né quelle azioni né le idee che le muovono. Per esempio: «ideologicamente, le Brigate Rosse traggono la  loro origine dal marxismo-leninismo. Sono un gruppo chiuso, rigidamente compartimentato, ma non per questo assente da infiltrazioni. Concepiscono il partito come un’avanguardia di massa che deve indicare il cammino per il raggiungimento del potere e la costruzione della Dittatura del Proletariato. Agiscono sulla base delle decisioni di una Direzione strategica che imposta campagne mirate alla disarticolazione dell’avversario: il potere politico statale. L’espressione della Direzione strategica sono le Risoluzioni strategiche, documenti di analisi politica che di volta in volta indicano gli obiettivi primari da raggiungere ed il modo (azioni armate) attraverso i quali raggiungere gli stessi». Questa è una definizione che facilmente si trova in Internet cercando informazioni a riguardo. Queste erano le premesse ideologiche da cui partivano. La lotta armata era già nelle premesse. La disarticolazione del potere politico statale era già nelle premesse. E la loro ideologia procedeva da testi che ancora oggi si leggono e studiano nelle università (Marx in primis). Perché gli stessi libri ebbero allora un effetto detonante? Perché oggi no? Cos’è cambiato? Qualcosa deve essere cambiato. Quel qualcosa è lo scarto tra noi oggi e loro più di trent’anni fa. Mettere in formalina i terroristi e pensarli secondo i parametri dei giorni nostri è quanto di più fuorviante si possa fare. Uno degli sbagli strategici più palesi che i terroristi potessero compiere, è stato quello di non capire che la base li stava abbandonando, lasciandoli soli e senza coperture. I gruppi armati erano più di quaranta. Riuscire a fare una stima degli affiliati è molto difficile. Alcuni dicono 30.000, altri addirittura un milione. A questi andrebbero aggiunti i simpatizzanti: coloro i quali, pur non presenti nelle file della lotta armata come “effettivi”, almeno inizialmente la appoggiavano. In alcuni casi conoscevano i terroristi. In molti casi non li denunciavano, pur sapendo o intuendo. Quando i terroristi gambizzavano i “padroni” che avevano licenziato gruppi di operai mettendoli, di fatto, alla fame, oppure che avevano imposto condizioni lavorative insalubri, pericolose – se non mortali – il plauso di quegli stessi operai e dei loro compagni, non tardava ad arrivare. Allo stesso modo, quando questa specie di legge del Taglione si fa più impersonale, più astratta, il plauso cessa. I terroristi non colpivano più l’imprenditore, il caporeparto “kapò”. Colpivano uomini di Stato o uomini che, dello Stato, erano emblema. Spesso persone rette e oneste. Quello che andavano a colpire non era più l’uomo, ma il simbolo, che la base leggeva come il più spersonalizzato possibile. Dei “padroni” i dipendenti avevano esperienza: per umiliazioni, licenziamenti, ingiustizie, vissute sulla propria pelle. Degli uomini di Stato, no. Non direttamente. Essi non erano che rappresentanti, mandatari, figuranti. Tutti i lavoratori hanno avuto a che fare direttamente almeno con un “padrone”. Lo stesso non si può certo dire per magistrati, politici, giornalisti impegnati. È vero che i terroristi non vedevano in queste persone degli uomini, dei padri di famiglia, dei mariti o dei figli. Vedevano un simbolo. Ma quando si è in guerra (e i terroristi, per conto loro, erano in guerra) l’avversario non è un uomo. È il nemico. Ed è disumanizzato. In altri casi, come è stato con Alessandrini, l’omicidio venne compiuto poiché il magistrato era ormai sulle tracce di Segio e di altri di Prima Linea. È pur vero che la logica con cui agivano i terroristi è stata spesso “elastica”, è anche vero che metterla come Fofi, porta nuovamente a risolvere la questione in modo sbrigativo e superficiale. Da qui, da questi anni zero, appare semplicemente incredibile come i terroristi non si fossero accorti di essere rimasti, con l’andare del tempo, isolati dalla base. La cosiddetta rivoluzione, che è sempre violenta ed è sempre armata, in alcuni paesi si concluse con la vittoria dei rivoluzionari. In altri casi con la loro sconfitta (sovviene, naturalmente, il rivoluzionario per eccellenza – oggi, suo malgrado, ridotto a logo da gadgets: Ernesto Che Guevara, vittorioso a Cuba, braccato e ucciso in Bolivia). Diversa la conformazione territoriale, diversa la situazione politica e sociale, diversa la partecipazione popolare. Nemmeno di ciò i terroristi si resero conto. Ragionando in termini di pura opportunità politica, di strategia (non in termini morali), fu proprio questo il loro errore (partendo, ovvio, dalle premesse di cui sopra). I terroristi volevano sovvertire lo Stato. Non ci sono riusciti. Hanno perso. Lo Stato applica la legge e loro scontano la pena (e qui bisognerebbe aprire un’altra parentesi intorno alle modalità secondo le quali la legge è stata modificata e applicata; oltre che su chi abbia scontato che cosa). Ai terroristi si possono imputare fatti di sangue, attentati, omicidi, gambizzazioni. Per questo vengono condotti davanti alla legge. Possono pentirsi e dissociarsi. Oppure no. Nel loro intimo potranno scegliere, col senno di poi, se essere addolorati per le persone uccise. Oppure no. Sta a loro. Ma non si può imputare loro la colpa di aver distolto l’attenzione del paese dalla lotta alla criminalità e alla corruzione. Dice bene Federica Sgaggio, nel suo post in risposta all’articolo di Saviano, “mi aspetto che mi spieghi, visto che l’articolo tratta esattamente di questo, perché adesso che non c’è lotta armata l’attenzione verso «quello che combina» la criminalità organizzata è ugualmente carente e apparentemente poco produttiva”. Così come non si può imputare loro il riflusso degli anni ’80, il disimpegno, la narcosi telecratica. Alla messa in atto della narcosi, chi ha contribuito? Di certo chi materialmente possedeva le tv private o chi ha legiferato per regolamentarne la copertura sul territorio nazionale. Di certo chi ha concepito modelli comportamentali di assoluta vacuità ai quali ispirarsi. E poi? È solo colpa loro? No, è anche colpa nostra. I complici hanno colpa. I complici hanno responsabilità. La reazione agli anni ’70 è di responsabilità condivisa. È fuorviante dire che se non ci fosse stato il terrorismo non ci sarebbe stata una tale reazione. Esiste il libero arbitrio. Accade un fatto. Direttamene o indirettamente si è coinvolti. Si reagisce. Ci sono vari tipi di reazione. Chi ‘agisce’ la reazione? Di chi è la responsabilità? Di chi sceglie. Ci si deve far carico delle responsabilità di una scelta, non la si può imputare ad altri.

P.S.: Non sono d’accordo con la tua ultima frase. Roberto Saviano è un cittadino onesto e molto morale. Una persona che per la sua moralità e la sua onestà mette a repentaglio la vita nella lotta. Ma non è un uomo di Stato. E non è nemmeno un giornalista come Tobagi che di terrorismo si occupava, diventando, per ovvie ragioni, pericoloso. Lo stesso pericolo che Saviano rappresenta per la camorra. Non per il terrorismo. E comunque il bersaglio dei terroristi non era l’uomo onesto e morale (anche se sotto i loro colpi caddero uomini ineccepibili). Il bersaglio era lo Stato. Quell’ultima frase ti fa cadere nello stesso errore di Saviano e, permetti, con anche maggiore naivitè. Decontestualizzandolo dalla sua epoca e dagli ideali a cui si è votato.

Gioia

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6 Risposte to “gioia su: voi oggi non potete capire”

  1. vibrisse said

    Un pensiero al volo. Tenendo in mente gli ultimi anni delle Br.

    La “logica” di certi ammazzamenti (Ezio Tarantelli; Roberto Ruffilli; Massimo D’Antona; Marco Biagi) o ferimenti (Gino Giugni) non è certo una logica “tutta loro”, nel senso di non-logica. E’ una logica chiara e precisa, ed è la stessa per la quale è stato sequestrato e ammazzato Aldo Moro: si tratta di far fuori i mediatori. Coloro che lavorano tecnicamente o politicamente (ma le due cose non sono distinguibili) per realizzare nella politica e nella società la pacificazione sociale, il compromesso, la convivenza, la compensazione delle spinte e degli interessi. Si deve sparare alle gambe di colui che ha materialmente scritto lo Statuto dei lavoratori, perché l’esistenza dello Statuto dei lavoratori trasforma la relazione operai-padrone in una trattativa temperata: il che impedisce la guerra (e, ovviamente, secondo le Br la guerra era il modo giusto in cui questa relazione doveva esistere).

    Ciò detto, guardiamo al presente. Si può notare, credo, come l’attuale blocco di potere fascioleghista sia continuamente impegnato nel far fuori politicamente, mediaticamente eccetera, i mediatori. Il conflitto dev’essere sempre rovente. Nessuno deve dormire tranquillo. Tutti devono avere paura.

    Tutti devono avere paura. Il nocciolo mi pare questo.

    giulio mozzi

  2. mbrt0 said

    Ciao Giulio. Sono d’accordo. Molte di queste persone erano in effetti figure di mediazione politica e di integrazione economica. Lavoravano per evitare la guerra. Gettavano acqua sul fuoco. Ed era indispensabile che il fuoco divampasse. A me par che quello che dici non faccia una piega. Mentre centrare il discorso sui “migliori” o, come ho provato a fare, sulla valenza simbolico-astratta di determinate figure in quanto paladini dell’ordine borghese (difensori: non mediatori), mi par tenga poco e niente. Però, senti: Tobagi inizia a preoccuparsi molto tardi dell’interessamento terroristico per l’area riformista. E anche: nei primi anni 70, malgrado conquiste come la ratifica dello statuto dei lavoratori, erano di gran momento tesi che sostenevano aprioristicamente che lo sviluppo economico e i tentativi di integrazione sociale (i tentativi cioè di riduzione dei divari economici fra le classi sociali) avrebbero acutizzato il conflitto, invece che contenerlo: la benzina che avrebbe fatto divampare il fuoco. Inoltre c’era mediatore e mediatore, nel senso che un mediatore d’area comunista-socialista, era un traditore: colpiscine uno etc. Un numero insomma di inghippi d’ordine simbolico.
    Quanto ai “migliori”, ho letto un’intervista a Benedetta Tobagi, ieri, sul corriere di Brescia, che linko: http://www.bresciaoggi.it/stories/Cultura%20&%20Spettacoli/107932__una_bimba_e_pap_ucciso_si_colpivano_i_migliori/
    in cui la figlia di Walter Tobagi, insiste (è umanamente comprensibile) sull’uccisione dei “migliori”: «Cita (Benedetta) una frase di Primo Levi: “Si colpivano i migliori, non malgrado il loro valore, ma per il loro valore”. Levi si riferiva ai campi di concentramento, ma io penso che descriva perfettamente gli ultimi anni Settanta. Si cercava di sbarazzarsi degli elementi migliori perché lo Stato risultasse sguarnito e in balia del terrorismo».
    Mah.

  3. Gioia said

    Ciao Giulio. Anch’io sono d’accordo per ciò che riguarda la scelta strategica dell’eliminazione fisica dei mediatori. Ovviamente per i terroristi il compromesso è tradimento. Più che altro in guerra non si dà compromesso. In guerra ci sono i nemici, i traditori, i disertori e i cosidetti civili. Il mediatore è un ostacolo pericolosissimo perchè va ad alterare un “equilibrio” tra due “fazioni” opposte: il potere politico dello Stato e la realtà dell’oppressione delle classi subalterne, di cui il terrorismo rivendica di esserne l’avanguardia armata. Non può esserci lotta di classe e dunque emancipazione – come la intendevano i terroristi – attraverso il compromesso. La lotta non concepisce il compromesso. O vittoria o morte. Non vittoria a metà. Niente contentini o zuccherini agli asini. Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Quindi è palese che un mediatore, in questa logica, sia un ostacolo. Ma non era l’unico. Il giudice sulle tracce del gruppo terrristico, il giornalista che indaga, benchè non mediatori (non direttamente, almeno) sono ostacoli da abbattere. Lo Stato e chi lo rappresenta è da abbattere (ed è proprio il bersaglio). Chi ostacola la rivoluzione, chi rafforza lo Stato, chi può farti incarcerare è da abbattere (mai come negli anni Settanta il discorso sul potere e i contorni del potere stesso sono stati tanto pervasivi e al contempo indefiniti).
    Per ciò che riguarda il blocco di potere fascioleghista: è vero che anche in questo caso c’è, come esito, la destituzione della democrazia; è anche vero, però, che l’origine del terrorismo era politica e ideologica, mentre quella del blocco di potere fascioleghista sembra promanare da un altrove prepolitico, di pancia.

  4. vibrisse said

    Potremmo distinguere tra uccisioni “militanti”, uccisioni “militari” e uccisioni “politiche”.

    Far fuori il padrone cattivo è un’azione militante. Far fuori il giudice che ti sta smontando l’apparato è un’azione militare. Far fuori il mediatore è un’azione politica.

    Le uccisioni militanti potevano trovare una condivisione nella massa. Quelle militari un po’ meno. Quelle politiche ancora meno.

    (Ci sono poi gli ammazzamenti quasi casuali: Mazzola e Giralucci nella nostra Padova, ad esempio).

    Una persona ammazzata è una persona ammazzata. Ma parlare dell’attività omicidiaria delle Br tutta insieme, senza fare delle distinzioni, impedisce forse di vederne la strategia.

    Che poi gli ammazzati fossero persone buone o cattive, i migliori o peggiori della nostra società, è tutta un’altra faccenda.

    giulio mozzi

  5. Gioia said

    Son d’accordo. Le uccisioni, pur essendo “opportunità strategiche” riconducibili al medesimo disegno, andrebbero però distinte – come dicevi, in “militari”, “militanti” e “politiche”. Questo probabilmente aiuterebbe a non focalizzare l’attenzione sulle peculiarità umane e caratteriali delle vittime, che è poi uno dei modi per rimuovere problematicità dalle azioni dei terroristi – così come considerare gli stessi pazzi, illogici o, per contro, vittime di un’epoca. La rimozione della problematicità è anche la via più veloce per ricacciare il terrorismo nel buco nero degli anni Settanta, un gigantesco calderone in cui le responsabilità individuali e collettive vengono mischiate e un intero periodo travisato.

  6. vibrisse said

    Sì. g.

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