anziani in cerca di stanza

5 dicembre 2009

Prima e dopo pranzo ieri ho ricevuto la visita di due pensionati d’età compresa fra i sessantacinque e i settant’anni che venivano a prender visione della stanza lasciata libera da Ivan. Delle sei o sette persone che mi avevano telefonato si era presentato solamente un trentunenne pisano, dottore in ingegneria genetica, vincitore di una borsa trimestrale al CNR di Padova. Sarebbe rimasto soltanto tre mesi, aveva precisato, la durata appunto del periodo di studio: “non un giorno in più”. Il professore che gli aveva procurato il dottorato e adesso questa breve esperienza al CNR, aveva infatti già preso contatti con Bruxelles dove, salvo disguidi, si sarebbe recato in maggio. Avevamo chiacchierato e scherzato trattenendoci fumare e a bere caffè; e mia sorella, che occupa la stanza di fianco – io vivo nel seminterrato – passando più tempo con gli inquilini e più di me tenendo a governo l’appartamento, sembrava soddisfatta, di ottimo umore. Benché sperassi in un più cospicuo periodo di permanenza il tipo mi era sembrato perfetto. Pareva inoltre che gli andassimo a genio, tanto che avevo smesso di tappezzare d’annunci le zone presso l’università e gli ospedali. Invece al lavoro mi arriva un sms di scuse, ringraziamenti e arrivederci.

Già al telefono, invece, i due anziani avevano lasciato intendere di essere in cerca di una sistemazione più duratura. Il primo, assai spavaldo e sbrigativo, si presenta come professore di lettere presso il liceo artistico Selvatico.  Indossa un giaccone grigio di stoffa ruvida con colletto di velluto marrone, maglione a collo alto rigirato color vinaccia (trasudeciùk, direbbe Gioia, in milanese), jeans e pedule marroni scamosciate. Sulle spalle regge uno slabbrato zainetto gonfio e pieno di spigoli, mentre dalla mano sinistra pende un sacchetto di plastica stropicciata zeppa di quotidiani. Curioso di me molto più che della casa, fa domande che di solito si propongono in un secondo momento; per esempio, che lavoro quanti anni quali titoli di studio, e persino – d’un tratto, facendo una giravolta – come mai io abbia l’aspetto che ho. In che senso, scusi? , faccio. Perché, si preoccupa? Ci sono abituato, sa, ai tipi come lei. E comunque, non che mi ritenga un artista, per carità; ma anch’io nel mio piccolo mi diletto. Si diletta?, faccio. Diciamo così, dice lui. Anche lei si diletta, no? Ehm, non saprei… Non si preoccupi!, non se ne deve mica vergognare! Vive solo, qui? No, dico. Vivo con mia sorella. Lei ha una sorella? Due, faccio. Due?, e dove sono? Quella che vive qui al momento è fuori. L’altra sta da mia madre. Ah. E’ piccola, allora. Ha trentasette anni. Ha-ha-ha-ha!, sganascia. Trentasette anni! Ha-ha-ha! Lei è proprio un artistoide! Prego? Ma si, un tipo un po’ suigèneris: due sorelle, una madre, qui per conto suo, messo così, nel seminterrato. Mica problemi, sa. E’ tutta vita! Per conto mio la casa è conforme e in ogni modo, capirà: insegnando al Selvatico. Scusi la curiosità, piuttosto. Prego. No, dico, labbreggia avvicinandosi usmando. Lei, dice. Con quest’accento… Mica veneto, vero? Oh, si. Sissì, faccio. Davvero? Ma non di Padova. Mica nato qui, lei. Nato e cresciuto, faccio. Vuole vedere la stanza? Di là vero?, dice indicando il corridoio. Nato e cresciuto, ripete seguendomi di malavoglia. Mah: nato e cresciuto: mah, borbotta. Vuol vedere il bagno? Abbiamo internet, ma non anche il telefono fisso (mi viene in mente che ha chiamato da una cabina telefonica). In cucina manca il forno, dico. C’è il microonde. E ci sono i fornelli, ovviamente. Non so se lei sia un buon cuoco, se si diletta anche di… No, no, dice. Non mi serve la cucina. Mangio fuori. Esco al mattino, rientro la sera e il pomeriggio sono all’università. A lettere, in Piazza Mazzini. Devo andare lì dopopranzo. A Palazzo Maldura, dico. Come? A lettere, confermo. Palazzo Maldura. Vuole venti euro? Eh? Un anticipo. No, faccio. Non posso. Come le dicevo ho già sentito altre… Non li vuole i soldi? Non mi permetterei, faccio. Guardi che non do nessun fastidio, esco il mattino, vado a scuola, mangio fuori, vado in Piazza Mazzini, torno dopo cena. Se è per i soldi, tenga!, dice. Io pago! – cacciandomi in mano due banconote. Si è messo a piovere. L’uomo non ha l’ombrello. Non le fàn comodo, a lei, i soldi? Ha le scarpe bagnate. Ho fame. E’ l’una.

L’altro signore possiede un vecchio nokia con il quale giochicchia tutto il tempo. Sotto un giaccone di renna verdebluastro decisamente anni ’70 con colletto e maniche dal risvolto villoso, indossa un completo rigato blu scuro una camicia bianca e una cravatta rossa a disegnini gialli dal nodo ingrommato, sottile e allentato, molto scadente. Ai piedi porta scarpe da tennis imprecisate mentre riccioli biancogrigi bagnaticci – fuori continua a piovigginare – aureolano un cappellino rosso della Ferrari. Anche lui, come l’altro tizio, non possiede automobile e fin qui, al limite della città, ci viene con il tram che a duecento metri da casa fa capolinea. Al cancelletto, fuori, s’incasina. Esco, non vedo nessuno. Suona nuovamente, dopo un paio di minuti. Ritorno all’esterno. Vedo che sta girando l’angolo della palazzina, lo chiamo. L’aspettavo per le quattro, gli dico, chiudendo la porta. Eh, mi son preso per tempo. Ieri venendo da queste parti mi sono perso, non trovavo più la strada e tra l’altro col buio si è messo a piovere. Era già passato? Ieri pomeriggio. Non c’era nessuno, però. Ma non glielo avevo ancora detto, il mio cognome!, dico. Come ha fatto a suonare? Non ho suonato. Volevo soltanto dare un’occhiata alla zona, fa sorridendo (sorride molto). Aggrotto le sopracciglia. Nel senso, dice: nessuno in giro, poca gente da queste parti… Si starà mica preoccupando, vero? Guardi che mio figlio può garantire, sa. Non ne dubito. Eh no, la vedo un po‘ perplesso. Io posso pagare, sono pensionato e mio figlio lavora a Milano. Può garantire. Sa, è molto richiesto. Gira il mondo. Io me la cavo, però.  Tiro la pensione, una buona pensione. Ehm, certo, faccio. Prende una tazzina di caffè? No, grazie. Come le dicevo al telefono, vivo con mia sorella, solo che in questo momento è fuori. Come mai? Credo sia a un colloquio di lavoro. Ah. Vuol vedere la camera, intanto?, il bagno? Si, certamente.  Spengo il fuoco sotto la caffettiera. Anche lui come l’altro signore poc’anzi non domanda nulla a proposito di spese caparra carte da firmare. Né gli interessa sapere quel che in casa c’è o non c’è. Continua a mettere in tasca e riprendere in mano il vecchio nokia. Sa, dice, Padova è la mia città. Son nato qui. Sono di Padova, io. Eh, anch’io, gli dico. Per la verità sono stato tanto tempo a Genova. Solo ultimamente mi sono trasferito. Ma è diventata grande, e poi qui è tutto nuovo. Non conoscevo questo posto. Bello. Si, molto bello. Nuovo, grande, perfetto. Va benissimo. La prendo, dice. Quanto ha detto che vuole? Un attimo, dico. Non ne posso più di Venezia, m’interrompe, toccandosi la spalla. Venezia? Ho dolori dappertutto. Con l’ultima acqua alta mi è venuto fuori un desìo. Non mi crede? Guardi qui. Ahi! E nemmeno così, posso muovermi. Ahi! Vedo, vedo, dico. Ma Venezia? E’ lì che sto, adesso. Solo che non ne posso più. Via. Prima possibile. Tenga cinquanta euro. Vanno bene? No, senta… E poi Padova è la mia città. Eh si, la mia Padova! Son nato a Padova io. Son nato qui. Conosce Sant’Agostino? Certo. Davvero? Si, certo, è qui attaccato. E’ già Albignasego, per assurdo possa sembrare. Ah, ecco, dice. Li prenda, avanti! Non posso. Sono nato a Sant’Agostino, sa. Sono di qui. Facciamo così. Io intanto le dò cento euro. No, dico. Aspetti un momento. Guardi che mio figlio garantisce, sa. Mi dia una penna, che le scrivo il suo numero. Non racconto mica balle. Mio figlio lavora a Milano. Questo me l’ha già detto. No, perché sa, con i tempi che corrono. Si appoggia al tavolo della cucina stacca un pezzo di scottex scrive un nome un cognome e un numero di cellulare. Scrive in stampatello, lentamente, ma disegna ugualmente svolazzi tipo quelli dei cosmetici o del cioccolato.

Quando lo congedo – al cancelletto, dove sta incasinandosi di nuovo – mi passo una mano sulla fronte. Mescolato alle goccioline d’acqua c’è un velo di sudore. La richiamo verso sabato, allora?, geme, implorante. Non rispondo. Sapevo fin dalla prima telefonata che né a lui né all’altro, venuto in tarda mattinata, avrei mai dato la stanza; come sapevo che sarebbero giunti fin qui a piedi, con il tram, soltanto per buttare il loro tempo e subire una mezza umiliazione. Avrei dovuto dir subito di no, pensavo – niente anziani, qui; ma non ero preparato a una simile evenienza e mi sono fatto cogliere di sorpresa. Durante la disoccupazione mi ci ero immaginato più volte in condizioni ed età analoghe. Ci avevo pensato, tuttavia, immedesimandomi nel punto di vista di una persona più giovane che fosse in cerca d’alloggio: che effetto gli avrei fatto?, come mi sarei venduto?, si sarebbe adattato a vivere con un vecchio o comunque un uomo di venti, trent’anni maggiore? Sarei riuscito a trovare un coinquilino quando avessi avuto cinquantacinque/sessant’anni e soprattutto a resistere, senza soccombere alla sua vitalità e ai miei sicuri pudori (come con Daniel)? E lui, dal canto suo, avrebbe resistito agli odori le sporcizie il catarro; non si sarebbe lasciato soverchiare dalle bevute il discorrere l’allegria stessa: tutto ciò che, pur buono, da una certa età muta tragicamente di segno? Benché soprassedessi intorno alle risposte meno incoraggianti e il panorama presente oltre quello che sembrava schiudermisi innanzi  lasciasse poco margine a fantasticherie – chi vuol vivere con un vecchio, specie se vecchio non è? – assai di rado e rimuovendo mi ero figurato la circostanza inversa, quella cioè in cui non un’altra persona fosse in cerca di alloggio, ma io. Fino a poco più di un anno fa mi sembrava perfettamente ovvio che un autentico lusso quale quello della solitudine – la cui mancanza negli ultimi anni di convivenza mi era atrocemente pesata – si sarebbe rivelato fuori portata: non avrei mai avuto più che “una stanza tutta per me”, pensavo, ma mi vedevo ugualmente radicato & resistente nel posto in cui abitavo, saldo e scaltrito nell’arte del subaffitto oltre che nell’elaborazione di tipologie coesistenziali basate sulla sperimentazione di intime estraneità (delirio!) volte all’assimilazione di persone (universitari et similia) separate dalla mia vecchiezza da distanze sempre più incolmabili. Non avevo mai veramente riflettuto intorno al giorno in cui a causa di una pensione insufficiente (cosa certa: e il mutuo di questa casa scadrà in concomitanza con la mia settantaduesima primavera) o di qualsiasi altro motivo, abbandonata la mia precedente abitazione mi fossi trovato a spasso; e d’altra parte non avevo mai veramente riflettuto sull’evenienza che nella condizione di pensionato precario senza figli mogli parentado e presumibilmente amici – altro che lusso, la solitudine! – in cerca d’alloggio, potesse ritrovarsi una mezza generazione. Voi siete i primi, pensavo infatti osservando il cappellino rosso allontanarsi nella pioggerella; e più che domandarmi chi o cosa fosse, cosa cercasse e di cosa in realtà quell’uomo avesse bisogno, poiché egli costituiva il primo profilarsi di un presente che già è tale, avevo in mente l’effetto che faccio a me stesso quando allo specchio d’un tratto il vecchio si affaccia, o il disorientamento che talora rosseggia i volti dei colleghi di vent’anni più giovani. Due pensionati?, aveva sbottato mia sorella. E le pulizie? E poi, il bagno! Persone di una certa età. Cioè, non è che si tratti di tua mamma o di tuo papà. Ma non li hanno dei figli, questi? Dei parenti? Se poi sono anche un po’ fuori di testa, fai conto te!, aveva detto. Tranquilla, le avevo risposto. E’ fuori discussione. E vorrei ben vedere! Sono anche un po’ invadenti, le avevo detto. Al telefono urlavano… Ma se il primo dei due anziani era uscito senza smettere il piglio forzatamente vivace con il quale era entrato – la sorta di euforica disperazione insita nel tentativo di mostrarsi attivi scattanti non-vecchi oltre che, naturalmente, cash!, money!, indipendenti connessi e perché no?, dotati di quell’insolenza così tipica nei giovani d’ogni epoca & latitudine… – questo, invece, dopo che avevo rifiutato per la seconda volta i suoi soldi, vi aveva completamente rinunciato, sgonfiandosi tutto. Peccato!, disse estraendo il nokia. Ci avevo proprio sperato, sa? Lei mi era sembrato così simpatico al telefono, e poi ieri, quando ho visto il posto, ho detto subito: si! Si orienta per il capolinea?, tagliai, brusco. Come? Il tram. Il capolinea del tram. Il signore col cappellino rosso abbassò la testa e infilò le mani nelle tasche. Si vede che non doveva essere, disse, da di là del cancelletto. Era destino. Si orienta per… Ah, no. Ma non importa. Faccio un giro qui intorno, finché è chiaro.

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4 Risposte to “anziani in cerca di stanza”

  1. marta turato said

    bellissimo!
    Che bello: oggi ti ho scoperto! Non sapevo che eri qui.
    Sono molto contenta di averti trovato.

  2. mbrt0 said

    Federica!, Lu!, Marta!, ciao! Per me il vostro apprezzamento è un vero onore. Non per scherzo. Per come scrivete, oltre che per come siete. Grazie per aver dato segno di voi.

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