avguri

25 dicembre 2009

E’ tardi dovrei dormire invece mi accendo una cicca e sto con il freddo e il sonno e una lattina di Oettinger 8.9 da 95 c perché è la prima oretta tranquilla da qualche giorno in qua. Domani è natale e per la prima volta da cinque o sei anni starò a tavola con mamma sorelle zii e cugini fino alla fine del pranzo poi verso le sei completamente strafogato me ne andrò al lavoro fino alle tre e mezzo – delirio certo, ma Diego se facciamo cazzate si gioca il posto e noi ci giochiamo il miglior capo, quindi… Un bel pezzo però che non potevo permettermi di fare regali – sembra una sciocchezza ma ci si stufa a riceverne quando non se ne può fare, si diventa sprezzanti, si ringrazia e ringraziando e abbassando gli occhi e dicendo cose tipo: ma no, ma perché, non dovevi, si sta lì a domandarsi se si ha bisogno di quelle cose  e come siano venute in mente quelle cose a chi le regala e via discorrendo, e la risposta novantanove su cento è negativa e tendenzialmente sterminatrice, ma vera, tuttavia va così, si regalano “pensieri”, giusto?, si, giusto, si, sono i pensieri che contano!, quelli buoni però, non come l’altro giorno al lavoro che ho avuto i classici cinque minuti di furia e mi son lasciato prendere alla sprovvista e mi son meravigliato di me dopo che un altro po’ facevo una sincope. Una rabbia. Avrei sradicato la radio dal muro e l’avrei fracassata per terra. Perché non si può essere seri severi e intransigenti e mandarlo una buona volta affanculo per sempre il natale? Ero lì che lavoravo, in apnea, il mattino; poi sarei andato in studio di registrazione per questa cosa che ha messo in piedi Heman Zed per la pubblicazione del suo terzo romanzo, Dreams’n’Drums, quindi sarei andato da Gioia per la cena e per passare la notte insieme. Il papa ricordava come con il natale ogni anno la storia ricominci daccapo (ma va?!), poi quelli dello zoo di radio 105 proprinavano il solito lobotòmico bolo pseudoanticonformista e inemendabilmente ignorante: gli ascoltatori telefonavano per fare auguri di natale con apostrofi tipo buon natale terroni di merda ahahah!, e poi Mentana, gesuànal, diceva fintosolenne che i politici invece di pensare alla faccia di Berlusconi dovrebbero pensare al mezzo milione di posti di lavoro bruciati secondo l’Istat: si può cagarlo senza bestemmiare l’intero calendario?, quindi quel mona di Michael Boublè, se si scrive così, con Poldo che sniffava dielina e gli cantava sopra a memoria. Non ricordo cosa ho fatto ieri, pensavo intanto, né cosa ho fatto ieri l’altro (non male la dielina). Perché non ricordo? Perché dribblo. E scappo. Vivo al meno e vado alla deriva (fossi un edonista). Ma te ne incula qualcosa del natale?, ho detto a Gioia al cappuccino. Aveva ancora gli occhi di pianto dalla notte. No, ho detto, perché qui, mi pare, siam proprio ai fondamentali. Lo stop di petto, il tocco di piatto. Che cazzo ce ne frega!, le ho detto. Lei sorrideva, faceva no con la testa e mi baciava. Aveva comprato regali a tutti, e invece io, anche se le volevo bene, avevo voglia di incazzarmi: siamo noi il mondo!, siamo noi!, noi!, noi decidiamo il mondo, sennò che amore è? Che amore è se non si permette di andare in mutande al pranzo di gala e in ghingeri per la briscola coi vecchi al baràsso (brutto bar)? E’ che certe volte mi verrebbe da distruggere tutto, altro che il muso di Berlusconi. Ti amo! e bùm!, ti amo!, e bàm! Alla mia età, diocàro. No, veramente. Stop. Alla fine, pare sia in ogni modo riuscito a tappare – dovrei avere un nuovo coinquilino – e, rischiando un po’, stamattina ho fatto spese. Piovigginava, la neve era tutta sciolta, avevo i piedi asciutti e mi dispiaceva perché non so: il bianco mi dava un senso ronzante di macchine imperterritamente in funzione (il geyser caldo che soffia dalla pancia, lungo la gola, sotto la sciarpa), di sprofòndo e igienica sporcizia – specie staccando tardi al lavoro. E’ solo che gli ultimi giorni sono stati un caos: si parte con l’intenzione di amare, prendere tutto, e si finisce all’angolo, aspettando il gong. Poi via: poco sonno, inquietudini. Qualche uscita sbagliata, qualche parola di troppo, distrazioni che fanno star male. Hai una tabella. Dei riquadri e dei contenuti. E non sei capace di far star dentro i contenuti nei riquadri. Tutto esonda. La giornata diventa un potàcio, come si dice qui. Il giorno non basta e la notte si strizza. Fai torto all’uno e all’altro e più ti impegni, più ritardi e più fai torti. Ma il fondamentale adesso è in ordine. Va meglio. Sto qui ancora due minuti. Metto le virgole, i punti, le foto. Fumo e finisco la birra. Anche se ne berrei altre dieci – ubriacandomi al calduccio mentre la stanza si riempie di fiocchi. E mi faccio bello contento.

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