blackouts

27 dicembre 2009

Più o meno come qualcuno avesse staccato la spina. Passa qualche ora, qualche giorno, ma possono anche essere settimane  (se son mesi è finita) e quando i tempi schiudono un po’ il respiro, ci si ritrova stupefatti nel bel mezzo di un nulla: impossibile non pensare che la vita, specie quella interiore, abbia forma e andamento assurdi, piena di punti qualsiasi, inizi che non lo sono, particolari casuali che mercè altri particolari tornano senza principio e senza meta. Niente paura, non bisogna buttarsi giù, sprecare il pomeriggio il mattino la serata o quel che è. Succede del resto più di frequente quando si ha l’impressione di procedere bene allorché sentendosi carichi e motivati si dice: appena ho un momento mi metto lì buono e parto in quarta; invece intenzioni – specie se buone – e determinazione evaporano in un battibaleno. Se si busca nel frattempo anche qualche spallonata le cose che si credeva di avere a fior di labbra schizzano via, e ritrovarle magari a mesi di distanza non sempre giova – semmai incasina. In questi improvvisi vuoti cerco di ricordare anzitutto quel ho fatto, cioè gli impegni i giri i posti le persone viste; apro il diario e mi metto con pazienza a far la lista della spesa, iniziando da ieri o se è sera dal giorno stesso. Faccio questa cosa da diversi anni e posseggo ormai un discreto numero diari.

Adesso è sera, scrivo. Mi sono svegliato alle tre del pomeriggio perché ieri notte, avendo già parecchio sonno accumulato, ho staccato il lavoro alle 4 e mi son o infilato sotto le coperte, se va bene, che saranno state le 5. Appena sveglio, scrivo, sono salito di sopra, in cucina, dove ho incontrato mia sorella in pigiama pantofole e maglione davanti a un piatto di spinaci e carotine lesse con la tazza del caffè ancora mezza piena al posto del bicchiere. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere di politica; devo aver detto che non sono capace di capire il senso del compromesso che il PD o una parte del PD pensa di fare con Berlusconi. Non capisco, devo averle detto, al di là delle retoriche e dello spettacolo, gli interessi e la reale balance of power. Se Debenedetti non è con il PD, ho detto, chi è con il PD, quali comparti del sistema produttivo, quali blocchi di capitale stanno con il PD? Mia sorella ha risposto in termini di uomini e donne che vogliono ottenere qualcosa per nascondere qualcos’altro salvaguardare la propria ricchezza, la propria credibilità, uomini e donne in carne e ossa che lottano per la propria vita  d’ossa e carne e porprio per questo non hanno alcuna concezione del bene comune dello spazio pubblico e della politica. Provavo a parlarne anche due o tre notti fa con Gioia, le ho detto, ma ero troppo stanco e non riuscivo ad articolare comprensibilmente le domande. Anche lei tuttavia, le ho detto, mi rispondeva in termini Di Pietro, D’Alema e Berlusconi come persone in carne e ossa con percorsi rispettabilità caratteri psicologie difformi, più o meno come quando nei libri di storia si legge di Cesare Borgia e Lucrezia e di qualche principe Sforza, da un lato; e poi come icone, o simulacri, cioè catalizzatori di foia e di tifo, dall’altro. In effetti si parla molto poco di politica, ha detto lei. Poco?, faccio. Niente, fa. Per esempio non si capisce in cosa consistano le riforme per le quali si dovrebbe fare il compromesso. Si capiscono gli interessi economici e di pseudoprestigio dei capi. Si capiscono le ragioni di faida e fazione fra loro; ma le persone che li votano proprio non ci sono – io e te, ha detto mia sorella, e gli altri sessanta milioni non ci siamo. Ci sono loro. I loro successi e le loro ladrate. Il loro amore e il loro odio.  Solo loro. Dopo si meravigliano se alla prima occasione qualcuno glielo fa presente, e si fa sentire. Spaccandogli il muso, faccio io. Mmh, ha mugolato annuendo, spezzando un po’ di pane (le carotine e gli spinaci, il giorno dopo, essendo quelli del pranzo di ieri, dovevano essere un’autentica libidine). Ho  scrollato le spalle, versato il caffè nella tazza e scendendo, mentre Gioia faceva squillare il cellulare, pensavo che come prima cosa sarei andato a leggermi un paio di rapporti del Censis salvati nella cartella in cui per qualche giorno conservo i documenti che dovrebbero contenere informazioni meno effimere (cosa che non ho fatto e, tendenzialmente, malgrado l’accumulo, non faccio mai). Hai fatto bene a dormire, ha detto lei. Hai tutta la giornata, ma sarebbe bene andassi a letto relativamente presto stanotte, altrimenti sballi. Come no, scrivo. Certo. Gioia è al suo paese, dai genitori. Al telefono la sento contenta – voce chiara e squillante. Ma cos’hai?, mi fa. Che voce! Sono ancora un po’ rincoglionito, le faccio. Come l’altra mattina, replica Gioia. Eh?, faccio. Mi hai domandato se la nave fosse un disco. Come?, dico. Se la nave era un disco, hai domandato. E che disco era. Cioè di chi fosse, chi lo suonasse. E’ un disco?, hai chiesto infilandoti i calzoni. Cosa?, ti ho risposto. La nave, fai tu. Non so!, ti dico. E tu, borbottando: è un disco, è un disco, ma sì. Poi mi guardi e fai: ricordi di chi è? Quindi ti alzi, ti lavi il viso e  un minuto dopo non rammenti più niente. Avevi la voce che hai adesso. Ah si? Eh, si. La sua voce, invece, mi fa pensare al bagliore sulla neve: rabbrividisco e al tempo stesso mi viene da spalancar la finestra. Uhm, faccio. In piedi, debòscia! La rivedrò domani sera, scrivo.

Prima di andare al lavoro, scrivo, sono stato a pranzo da mia madre. Pranzo davvero strepitoso – non ci ero più abituato – e atmosfera serena con gli zii e i cugini. Cirri mi sembrava in gran forma. C’era anche un cugino di mia madre e mio zio, più anziano di loro di cinque o sei anni, che non avevo mai visto o di cui non ricordavo. Ha raccontato i suoi segni: un braccio storto, una lunga e profonda cicatrice sulla fronte, e raccontandoli lasciava trasparire senza nessuna vergogna la fame il freddo e la miseria patite da bambino quando a natale e capodanno si mangiavano i gatti, a Camin, dove mamma e zio sono nati per trasferirsi subito in città. Il nonno che faceva l’infermiere a Venezia e la nonna che faceva la sarta erano fra i pochi che stavano benino, diceva; e stare benino, diceva, significava poter dimenticare per sempre la crosta incarnata di buio e fango e infamia che erano Camin e dintorni. Ha raccontato del ghiaccio a blocchi nei fossi, dei contadini che non volevano vendere gli avanzi di frumento e formentòn ai singoli operai – che di notte auscultavano lo scalpiccio del fango presso  gli argini che portavano in centro, dove i contadini avrebbero venduto gli stessi avanzi al triplo del prezzo; di suo padre appeso al tetto della chiesa a spalare malta mentre il prete che lo guardava appeso pregava che non cadesse con l’anima sporca perché sapeva che non avrebbe potuto dargli mezza palanca, delle sere che non c’era niente da mangiare in casa – prima della guerra e durante la guerra – e si stava in silenzio a guardare il camino spento con i geloni fra naso e labbra, dove la goccia del moccio ghiacciava. Raccontava di come ha imparato il mestiere di calzolaio (scarpàro) che poi ha svolto tutta la vita e di come sia nata in lui, ancora bambino, la passione per i funghi di cui è riconosciuto conoscitore. Ora non vorrei sembrare furbastro, ma anche con lui ho pensato all’età. Albino – questo il suo nome – deve avere 82 anni, massimo 83, lo zio ha un anno più della mamma, che ne ha 77. Berlusconi se non erro ne ha compiuti 73 in ottobre. Albino mia madre e mio zio certi trattamenti estetici non se li possono permettere, ma non so mia madre fino a che punto, qualora potesse, vi rinuncerebbe; mi capita di far pensieri cattivi ogni tanto sul suo conto e su quello dello zio se non altro perché in fondo sono ancora loro a tener le redini in mano, a far da baricentro e c’è in questo una certa, diciamo, pervicacia: di fare gli Omèri e i Virgìli non sembrano avere menoma intenzione e lo scazzo con i figli, suscitato spesso – per lo meno a tavola – da malcelata ironia, è sempre latente. Il potere di spendere è nelle loro mani quasi ottuagenarie, non nelle nostre di quarantenni e trentenni (mio cugino ha 37 anni, mia cugina, 34) e c’è poco da fare: di quei soldi, che sono i loro soldi più di quanto i miei soldi potranno – per ragioni che i segni e i racconti di Albino mi riferiscono in modo quanto mai cristallino – mai essere, sembrano sapere piuttosto bene che fare. Il problema come sempre non è che lesinino, ma che hanno le loro idee, e c’è da domandarsi, nella misura in cui divergono da quelle dei figli, quanto siano in sintonia con quelle di un premier che da sempre si propone come cantore del nuovo, come il nuovo in persona, il futuro incarnato della nazione. Mia madre, per dire, si è rifatta il naso fra i 65 e i 68 anni, cosa alla quale da tempo pensava e alla quale è stata definitivamente persuasa da una santona new-age che le ha succhiato un bel po’ di soldi e l’ha incoraggiata all’intrapresa di varie significative avventure spirituali. Non mi è mai andata giù quella storia. Non mi è mai piaciuto che mia madre si sia fatta sfondare e rimodellare il naso. Chissà come sarebbe la Setola, pensavo ieri, scrivo, stante il carattere, senza tutti i soldi e il potere che ha. Poldo – 23 anni – che forse, intermittente, ha il dono di scrutare al di là delle più decisive cortine che il mondo offre ai vittoriosi – i Napoleoni e le Setole – al di là del loro stesso destino di trionfo, una delle ultime volte al lavoro mi ha risposto in modo stranamente lapidario e rammemorante (in fondo solo dieci anni separano Berlusconi da Albino): la Setola sarebbe quello che è: un morto di figa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: