inizi diaristici non cartacei d’anno – n° 3

7 gennaio 2010

2008

Capodanno a casa di Angelica, strana accolita, cioè Angelica appunto, ma anche Olivia, Gioia, Giulia, Taura – che è la tipa bionda che balla flamenco da 7 anni e lavora all’università e, se non ho capito male, è laureata in tedesco, ma ha un buon impiego amministrativo – Hank, Konz, la nuova fiamma di Konz, io che arrivo dopo le 2, dal lavoro. Hank quando lo chiamo, lo sento come distratto, elusivo. A me, prima, al lavoro, ha telefonato Konz, tartagliante e quantomai in apprensione. Faccio il pensiero che Daniel è assente per la compresenza delle sue ultime innamorate, Angelica e Giulia – ambedue deluse, ambedue “amiche” di Hank, fulcro di questo cagionevole, endogamico conciliabolo; poi vengo a sapere che Daniel in un primo momento si è negato dicendo di preferire (comprensibilmente) la compagnia dei suoi amici d’infanzia cioè l’Attore, il Chierichetto Trentenne e l’Idraulico Benestante; però alla fine ha recriminato con Gioia affermando di non essere stato invitato – morale: anche per Daniel la tornata non è delle migliori.

Io inizierei anche benino: intrattengo la moltitudine parlando di Napoleone e del suo servitore. Hank (beato lui che conserva ancora qualche neurone) ricorda un simile comizio il giorno della mia laurea, solo che quella volta mi congedai dicendo: e adesso vado a vomitare, nel senso: mi applaudite eh?, mi date ragione, eh? bravi, applaudite, datemi ragione, al solito, quando dico l’esatto contrario di quel che penso!, continuiamo così, facciamoci schifo. Poi, racconta Hank, nel cesso dell’Anfora dove avevo tenuto il comizio (non nel cesso, il comizio; ma su un tavolo, in piedi) sono collassato, afflosciandomi sulla turca e infilando malauguratamente un braccio nel buco. Non fosse stato per Barbara – che a quell’epoca si chiamava Monica – non me ne sarei liberato se non a sbornia sfiammata (cazzo: il giorno della laurea, è andato a ricordarsi). Io comunico alla moltitudine il nichilismo pazzesco che mi frega (applausi), mi fa distruggere quel che faccio (applausi), ma poi, però, dico, pensandoci, so che quel che dico lo dico secondo uno straccio di ragione (più applausi). A parte il fatto che non sempre la platea applaude, anzi (applausissimi), ho ricordi di ben diverso tenore… Ma invece applaude sempre!, interviene d’un tratto Angelica; Io mi ricordo! Bravo!, urlano, quanto bello!, sospirano. E’ così!, dice Angelica. Tuttavia bisogna dire che spesso anche se considerano bello quel che ti esce di bocca non significa che lo ritengano necessariamente vero, dice Angelica. Eh?, faccio io. Cioè non lo considerano effettivo, dice Angelica. Mi spiego? Ehm. Non ritengono debba essere ascoltato sul serio, conclude. Appunto, faccio. Era quel che volevo dire, dico. Ah!, fa lei. Ho ragione, allora!? Cioè, faccio. Si… Bene!, dice Angelica. Si-si, annuisco. Scendiamo dal tavolo. Un po’ perplessi, ma insieme, in una simpatica folata di silenzio. Dispiaciuto, invece, e forte, perché malgrado queste premesse deliro con il povero Hank sotto lo sguardo strabuzzato di Gioia e Giulia. Per fargli un complimento già fatto, quindi frusto, dico che Hank è l’unico autentico liberale che conosco (Angelica: è vero!). E poi parlo della naturale prevalenza della relazione sul legame, in lui. Cioè, non sei morboso, gli dico. Non sei pesante. Vivi e lasci vivere, gli dico. Ma è da queste malinconiche parti, temo, che Angelica si ridesta: e la nonna allora? La nonna?, fanno Gioia e Giulia. Eh, vivi e lascia vivere: ‘nzomma!, dice Angelica. E io: bah, la nonna, la nonna… la nonna è anzitutto un cespite. Come come?, fa Hank. Un cespite?, fa Gioia. Che cosa vuoi dire?, fa Giulia. E allora perfeziono il disastro ripetendo quel che mi dissero Liuba e poi Barbara: ma sai quanto incassano Hank e sua madre grazie alla permanenza in semivita della nonna centotreenne?, lo sai quanto convenga economicamente, a loro, questa situazione? Un cespite, spiego, è una posta, attiva o passiva non lo so, ma anzitutto una voce in bilancio… Atroce. Hank ci rimane male, ma non si incazza nemmeno: il peggio di me lo conosce a menadito e non ha voglia – ci vorrebbe un bel calcio sulle palle. Io sto male, mi vergogno, sudo, invece Angelica incalza: ma è vero!, si dice proprio così!, un cespite! Gioia, più tardi, mi fa: almeno tu si è visto che ti saresti mangiato la lingua quando ti è scaturita la minchiata. Ma lei, così, davanti a lui. Come se lui non ci fosse stato. Mi sembrava fuori! Ma dio cì. Come non bastasse, deliro anche con Gioa. Sul “simbolico”. Che cazzo ha sta parola che è già la seconda volta che sclero? Gioia diceva che tutto è simbolico, una dannata foresta di simboli, e io: ah si, eh?, ti voglio vedere con un minidotato!, vorrei vederti se fossi un minidotato quanto riterresti simbolica la tua minidote!, altro che simbolici i tuoi cinque simbolici cazzi di centimetri di simbolicamente cazzuto prepuzio (Angelica: non sapevo… è minidotato?)! Male, insomma. E peccato (Angelica: uhm… mai stata con un minidotato…). Perché nonostante la brutta storia al lavoro, dove mi hanno detto che mi fanno la lettera, ero lieto, specie per Gioia (guardando Hank: … vero, intendo). E cercavo sempre di starle abbracciato.

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5 Risposte to “inizi diaristici non cartacei d’anno – n° 3”

  1. Gioia said

    Quella sera, dopo le scuse, mi hai anche raccontato di esserti sognato, qualche notte prima, che io ti portavo in mezzo al mare. E tu ne eri felice e al tempo stesso spaventato, avevi paura. Alla faccia dei simboli…

  2. gaia said

    ciao umbe stefania mi ha informato del tuo blog che leggo sempre…..mi ha fatto piacere vederti alla feltrinelli ma non volevo disturbarti e ho fatto quella scenetta teatrale del bacio soffiato scappando via spero che ti abbia divertito anche se mi sembravi smarrito e forse non mi hai riconosciuto ne ti sovviene chi cazzo sono quella chea casa di stefania andava a letto appena arrivavi tu alle 2 di notte…..bacio grosso

  3. mbrt0 said

    Ciao Gaia, ma no, dai, due neuroni di numero magari ma ce li ho ancora! Ero solo stecchito di stanchezza e a parte che oltre all’udito sto anche perdendo la vista essendo buio, fuori, ti intravvedevo in mezzo ai riflessi dell’interno della libreria. Un po’ smarrito lo ero, comunque: stavo guardando un libro di don spoladore, un prete “problematico” che piaceva molto a certi miei ex colleghi che un paio di volte, prima che la curia lo esonerasse, mi avevano portato alle sue messe (mai sentite canzoni brutte come quelle che scriveva e faceva cantare).E poi un po’ di cinema, ogni tanto, ci vuole, no? Mi fa piacere sentirti, vederti qui!

  4. Hank said

    Tanto è vero che da lì ad esattamente un mese il “cespite centoquattrenne” moriva costringendo il povero hank a sostituire il tempo prima spensieratamente profuso a sostegno del cespite in attività lavorativo-remunerative, a mollare l’appartamento in affitto e a trasferirsi nella sua casa di proprietà; senza dimenticare poi la povera madre di hank ormai settantenne e costretta dalla incresciosa situazione a dividere la propria vita tra la sua casa polesana e le tristi isole canarie.
    Insomma, a dispetto delle previsioni di Liuba e Barbara, evidentemente entrambe profonde conoscitrici di hank-conomia, la situazione post-cespite apparve paradossalmente addirittura migliorata. Ma si sa, quando si parla di finanza (ovvero di cespiti), anche i migliori esperti possono sbagliare.

  5. mbrt0 said

    Ciao hank. Madò che vergogna. Le mie scuse più sentite, anche se ritardatarie. Quando vieni a vedere gli scatoloni?

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