giani bifronti, trifronti diari…

15 gennaio 2010

In questi giorni per un motivo o per l’altro mi par di non fare altro che correre, e il niente o quasi che avanza per leggere e scrivere cerco di spenderlo sopra un testo iniziato nel 2006 del quale una porzione è apparsa nel volume collettaneo a cura di Romolo Bugaro e Marco Franzoso I nuovi sentimenti (Marsilio) non ricordo più con quale titolo. La versione credo definitiva di quel brano, nel mio computer, è intitolata L’esonero. Per mettere insieme ciò che ne dovrebbe costituire l’elaborazione continuo a scandagliare diari taccuini foglietti post-it, e così facendo, di tanto in tanto, mi capita di rinvenire frammenti dimenticati che, pur non avendo nessuna attinenza con ciò di cui vado o credo di andare in cerca, quasi mi ipnotizzano.

Non si tratta di bellezza. E il più delle volte nemmeno del puro e semplice riaffiorare, attraverso ricordi sia pure infettuali o comunque marginali, di cosmi relazionali universi topografici, insomma: esistenze – con annessa l’onirica sensazione di essere, appena sottotraccia, nato e morto ben più di una volta (immagino che tanto “fantastico” abbia radice quotidiana in esperienze comuni ma nel bene e nel male incantevoli come appunto queste). Non lo so nemmeno io di che cosa si tratti: forse semplicemente il pudore nel rinvenire la placenta fossile, il fu brodo organico di una creazione da tempo recisa – cosa andata, lontana e a sé. Oppure, nella mia velleitaria e assai amatoriale confusione, la prova che in altre vite una forma di organizzazione, cioè di serietà, malgrado tutto, fossi riuscito a darmela. Bah. Non so dire. Il brano che segue, in ogni modo, è un estratto da un diario di lavoro del 2002. Due anni prima, nel marzo del 2000, senza rendermene conto, avevo iniziato a scrivere una specie di romanzo che in due o tre circostanze, da allora alla data della pubblicazione (vi avrei lavorato in pratica fino al giorno prima) avrei troncato. Per strano possa apparire l’ultima interruzione – la più lunga: praticamente sei mesi – era intervenuta proprio in concomitanza con la garanzia della pubblicazione. Fu una folgorazione: nonostante avessi continuato a lavorarci (dio solo sa il perché) mi trovavo per le mani una messe di pagine, ma nulla, nemmeno singolarmente considerato, poteva dirsi concluso e presentabile. Eppure avevo firmato un contratto – un contratto! – e da adesso non c’erano scuse: tutto sarebbe dipeso soltanto da me. Lo shock durò sei mesi. Sei mesi di afasia. Quando mi sentii un po’ meglio, per riprendere in mano le redini della “cosa” tenni un diario di lavoro la cui particolarità, vedo oggi, constava dell’essere un diario-di-diario, ossia una rilettura commentata di appunti redatti fra liste della spesa analisi dei debiti e memorandum sanitari all’epoca in cui la cosa ancora stava chiusa e impensata nel suo bel guscio d’uovo. Mi vien quasi da scusarmi, per questo post. Vi appaiono personaggi di un vecchio romanzo, mescolati a persone e a elucubrazioni embrionali, senza capo né coda. Diciamo che è per me. Anche sotto il profilo psicologico (siamo ancora noi?), e del tipo di relazione fra i differenti sincronici e diacronici me stessi e le relative sincroniche e diacroniche scritture. Davvero: ohibò.

***

La malattia di Rinaldo non è l’AIDS. Ma la “Sensazione”. Breve storia della Sensazione sulla falsariga della storia del Morbo di Alzhaimer. E gli amici non hanno fatto niente per aiutarlo proprio perché sapevano che non era AIDS. Vista da adesso, quest’idea, per altro lasciata cadere, sembra del tutto inutile. E’ un momento di crisi – e puntualmente lo annoto. Non so nemmeno bene perché Rinaldo debba morire. Mi chiedo: ancora una volta ho impostato discorsi che non possono spiegarsi se non nei termini di cose che accadono dopo? E che implicando un mutamento profondo nell’opinione di chi fino a quel momento scrive, presuppongono che siano svolti da altre persone? Il fatto strano (strano, si fa per dire) è che, per esempio, mentre in effetti i due Dezanni, Izza, e i Ringraziamenti non sono terminati, ossia, benché un’idea vaga di ciò che dovrebbe in essi accadere ce l’ho sono lasciati in sospeso, l’introduzione c’è apparentemente tutta.

Il 1° Dezanni, in pratica si arena – fin dalla sua prima stesura, due anni fa: a questo punto era bell’e finita – al finale, che è la sceneggiata di Izza, e la visione di Gianni. C’è quindi un salto, e si passa alla Lettera alla prof.

In realtà il 1° Dezanni contiene dei piccoli frammenti di Lettera. Per salvarli, siccome ingolfano la lettura, li taglio, e mi riprometto di inserirli in una “ripresa”. Perché per come è fatto il 1° Dezanni – sulle 55 pagine – in effetti mi pare si dica troppo poco dei genitori, di Faggiulo, del suo mondo. In Definitiva di Gianni stesso (se è vero che un personaggio si definisce anzitutto nella relazione con altri personaggi). Nella ripresa inoltre Gianni dovrebbe provare a dire come mai, proprio lui, si metta a scrivere.

Ma la stesura del 1° Dezanni è contemporanea e simbiotica a quella di Izza. In Izza vengono svolti dei temi ancora una volta in modo troppo parziale. Rispetto a Izza, soprattutto, è evidente come di Angela non si sia detto niente. Izza diviene una specie di “coperta divagazione” su un amore mancato.

In pratica, mi rendo conto che non riesco a affrontare Angela di petto. Il perché è un po’ un bell’affare – nell’estate 2000 sono talmente a pezzi, che rischio di farmi male davvero, ma non arrivo mai a pensare di farmi fuori: se penso qualcosa è del tipo: quello che mi accade mi sta facendo fuori: oggi penso che questa sarebbe stata una traccia sulla quale riflettere: non sono io che mi sto facendo fuori, è quello che mi accade che mi trasforma, facendomi male, e mi porta a comportamenti cui non riesco a sottrarmi: non sono io che mi sto facendo fuori. Anna, invece, per esempio, insisteva sull’autodistruzione. Tu ti stai ammazzando. No, non sono io!… In ogni modo, nell’estate 2000 le bozze del 1° Dezanni e di Izza, c’erano, benché “sospese”. Chi era Angela? Silvia mi aveva dato una fotografia. Mi aveva poco prima parlato di un’amica. Una frase cinica mi aveva colpito. C’era qualcosa di sordo, dentro. Una ciste metallica. Molto doloroso, però, se “incisa”. Per arrivare a Angela, quindi, cercavo di costruire un sistema di relazioni che le stesse in qualche modo attorno

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6 Risposte to “giani bifronti, trifronti diari…”

  1. Angela Burzo said

    Caro Umberto,
    è bello riafforare, di tanto in tanto, nei tuoi pensieri… Mi stupisce sempre rileggere e constatare (me ne dovrò fare una ragione, ormai) che per te io sia stata e sia tuttora una specie di sfinge. Chissà cos’è che di me non sei riuscito a capire: è come se tu ti fossi confrontato con un puro sembiante, non con una persona in carne e ossa. Con un’immagine dai contorni sbiaditi, come sgranata. La mia ambiguità, che credevi scaturisse da una forma di autismo, era frutto dell’età. A te dava l’impressione di essere ottusa e contundente. Oggi, son certa, ti sembrerei diversa. E poi non lo so, magari no, magari ti apparirei ancora più incomprensibile. Comunque mi fa piacere che ogni tanto ti ricordi di me.
    Ti saluto
    Angela

  2. Gioia said

    Eh, l’eterno ritorno… Ho pensato che dovrei registrarti. Leggendo i frammenti del diario-di-diario mi rendo conto (ma tu, te ne rendi conto?) che le problematiche coi personaggi e con l’avanzare della stesura di eventi, ecc., sono le stesse che hai col testo su cui stai lavorando. L’altro giorno, per telefono, mi hai detto cose praticamente identiche. Certo, cambiano i personaggi, cambiano le persone, cambia il periodo, che mi pare, oggi, più felice o comunque assai più sereno, però il tuo modo di procedere è lo stesso. Tu mi dici sempre che in mente hai una geografia. Tu non lavori sul tempo lineare, ma su quello sinusoidale (anche nella realtà!), non segui una linea retta, è una specie di magma che prolifera, vischioso e caotico. Ma tu non solo scrivi così, tu ragioni così, parli così e (cosa a volte allegramente preoccupante) vivi così. Dunque sei coerente. Cioè, nel casino, che dio solo sa come riesci a creare anche da un’inezia, sei perfettamente a tuo agio: è una condizione permanente che ti accompagna fin dalla più tenera età. Quella cofusione, in fondo, sei tu. E secondo me (ma mi vengono “i sudori della morte” a dirlo) è anche il tuo bello. Quindi mi pare, caro mio, tu possa star tranquillo. No?

  3. Francesco Gallo said

    Caro Umberto,

    il titolo del tuo “pezzo” — quello uscito nell’antologia curata da Bugaro e Franzoso — è “Esclusione”.

    Saluti (da uno che spera ci sia ancora la possibilità di leggere il tuo primo romanzo, “Maltempo”.)

  4. mbrt0 said

    Angela, Gioia. Gioia, Angela (non vorrei far torti). Non vorrei far torti, veramente. Siete carine (so che è un aggettivo orendo con una erre sola; non me ne vengono di meglio). Grazie per le vostre parole. Sono davvero belle. Eppure, ripeto: non vorrei sembrare… non so. E’ questo cerchio alla testa, ogni tanto. Non so. Una specie di sombrero. Vi abbraccio.

  5. mbrt0 said

    Ciao Francesco, grazie. Non trovavo più la mia copia dei nuovi sentimenti, avevo pochissimo tempo e se mi mettevo a cercare avrei finito per non scrivere. Grazie di cuore anche per Maltempo. Sarà dura, mi sa, però…

  6. Gioia said

    Il cerchio alla testa… come un sombrero… Sai, dicono dei dobermann che la loro pazzia è dovuta al fatto che la scatola cranica, ormai sviluppata, comprime il cervello che invece è in espansione… e loro impazziscono… Magari anche il tuo cervello è in espansione, una specie di blob… Forse è per questo che ogni tanto hai l’emicrania… e fai discorsi strani… e dici di sentire le canzoncine nella testa… ma che almeno non sia continuamente “Cielito lindo”…

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